2021 anno nero per i giornalisti: meno cronisti uccisi ma record di detenuti

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Nel 2021 sono stati assassinati in tutto il mondo 46 giornalisti mentre svolgevano il loro lavoro, il numero più basso degli ultimi 20 anni, per la prima volta sotto i 50 dal 2003. E’ quanto riporta Reporters sans frontières (Rsf) nel suo rapporto annuale che pubblica oggi in cui registra che invece si è avuto un numero record di cronisti incarcerati, 488, tra i quali 60 donne. Oltre a questi vi sono 65 sequestrati e due desaparecidos.

Sottolineando che “mai” dal quando l’associazione ha iniziato a compilare il suo rapporto, nel 1995, si è avuto un numero così alto di giornalisti imprigionati, Rsf scrive che la Cina si conferma, per il quinto anno consecutivo, in testa lista del numero di giornalisti incarcerati, con 127 detenuti.

Ed in particolare viene condannata la situazione ad Hong Kong, un tempo modello di libertà di stampa a livello regionale, che con l’entrata in vigore della controversa legge per la sicurezza nazionale ha visto negli ultimi mesi l’arresto di almeno 10 giornalisti. Al secondo posto nella ‘lista nera’, il Myanmar, con 53 giornalisti detenuti a seguito del golpe dello scorso febbraio con cui i militari hanno ripreso il potere. Poi ancora la Bielorussia di di Alexander Lukashenko, con 32 cronisti in carcere, il Vietnam, 43, e l’Arabia Saudita, 31.

Tra le giornaliste incarcerata, viene ricordata in Cina, Zhang Zhan, vincitrice del premio Rsf di quest’anno ed in Birmania Ma Zuzar, che si trova in isolamento nel carcere di Insein per aver raccontato le manifestazioni contro la giunta golpista. In Myanmar sono in tutto nove le giornaliste detenute.

In Bielorussia poi, il numero delle giornaliste dietro le sbarre, 17, è superiore a quello dei colleghi, 15, e ra le detenute vengono ricordate Daria Tchoultsova e Katsiarina Andreyeva. Tra i detenuti viene ricordato Raman Protasevich, arrestato lo scorso maggio dopo che le autorità bielorusse dirottarono su Minsk un volo passeggeri. In Vietnam sono quattro le giornaliste in carcere, tra le quali Pham Doan Trang, alla quale era stato conferito il premio Rsf nel 2019.

Infine viene ricordata Narges Mohamadi, giornalista iraniana che ha già scontato otto anni in carcere, che è stata arrestata di nuovo lo scorso novembre portando a 3 il numero dei giornalisti detenuti in Iran. Nel suo rapporto Rsf ricorda anche il caso di Julian Assange, il fondatore di Wikileaks che rischia di essere condannato per spionaggio negli Usa, dove rischia fino a 175 di carcere, se verrà alla fine estradato dal Regno Unito.
In generale l’aumento del numero dei giornalisti arrestati in regime dittatoriali “riflette l’aumento dell’impulso dittatoriale nel mondo e l’assenza di qualsiasi scrupolo da parte di questi regimi”, ha commentato il segretario generale di Rsf, Christophe Deloire. Per contro, l’associazione registra la netta diminuzione del numero di giornalisti uccisi, provocata “dalla bassa intensità dei conflitti armati” ma anche dalla “mobilitazione delle organizzazioni in difesa della libertà di stampa”.

Rsf sottolinea comunque che nell’anno che si sta chiudendo nel mondo è stato ucciso un giornalista quasi ogni settimana, indicando che è il Messico che ha il triste record del numero maggiore di reporter assassinati, in tutto sette. Segue l’Afghanistan, sei, e poi l’India e lo Yemen con quattro. Dei 46 giornalisti assassinati, tra i quali 4 donne, 18 sono stati uccisi in zone di conflitto, 16 mentre lavoravano e altri 30 sono stati presi di mira in quanto giornalisti. Tra le donne uccise le tre afghane, Shahnaz Rufi, Saadia Sadat e Mursal Vahidi, uccise in un attacco rivendicato dallo Stato Islamico.

L’associazione lancia poi l’allarme sull’uccisione dei giornalisti in Paesi che non sono in guerra, anche in Paesi dell’Unione Europea, come il giornalista televisivo greco Giorgios Karaivaz, che indagava sulla corruzione in seno alla polizia, e il giornalista olandese Peter de Vries, ucciso in un agguato la scorsa estate.