Falco Accame

Marco Gregoretti ricorda il lavoro con Falco Accame per la verità e la democrazia

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“Sull’altare della giustizia e della libertà, l’Ammiraglio Falco Accame, scomparso, all’età di 96 anni, il 13 dicembre di questo terribile 2021, ha sacrificato la sua carriera militare in Marina”. Così inizia un lungo ricordo di Marco Gregoretti, giornalista di inchieste di Panorama, che in Accame aveva trovato un prezioso interlocutore per il suo amore per la verità è la giustizia. Un pezzo grossissimo della Marina da cui si dimise nel 1995 per poter combattere dai banchi del Parlamento insieme ai socialisti, contro il malaffare dei poteri istituzionali e della politica, rendendo scrive Gregoretti “un servizio davvero speciale e imperituro a tutti” per poi raccontare “alcune piste investigative che mi suggerì durante i nostri, per un periodo, tra il 1997 e il 2005, frequenti incontri” .


Ecco il testo di Gregoretti che riporta alla luce parti molto inquietanti di un mondo colpevolmente dimenticato. 

Da Gladio all’Uranio impoverito. Il mio lavoro con Falco Accame

Falco Accame

Si fidava. E riteneva l’informazione un ganglio vitale della vita democratica. Sull’altare della giustizia e della libertà, l’Ammiraglio Falco Accame, scomparso, all’età di 96 anni, il 13 dicembre di questo terribile 2021, ha sacrificato la sua carriera militare in Marina. Ma ha reso un servizio davvero speciale e imperituro a tutti noi. Vorrei ricordare alcune piste investigative che mi suggerì durante i nostri, per un periodo, tra il 1997 e il 2005, frequenti incontri.

Falco Accame biografia

Torture e stupri in Somalia, durante la missione di pace Ibis, nell’ambito dell’operazione Nato Restore Hope. Fu per me un lungo lavoro di indagine giornalistica, mai interrotta, per la verità. Molta strada e poco tavolino. Giorno e notte, senza sosta per settimane, mesi… Così scoprii le famose foto della vergogne pubblicate da Panorama. Era il 1997 e riuscii a convincere Stefano Valsecchi, un paracadutista reduce da Ibis, a consegnarmi alcuni scatti che aveva fatto. Menti criminali misero in giro la voce che il giornale dove lavoravo, Panorama, avesse coperto di soldi quel ragazzo. In realtà gli acquistammo a prezzo di mercato le immagini: duecentomila lire a scatto per una ventina di fotografie. Rifiutai con decisione la montagna di soldi che mi offrì un’agenzia fotografica, molto famosa, per entrarne in possesso. Quelle foto sono mie e soltanto mie. Oltre che di Stefano, ovviamente. Raccontano una storia terribile i cui protagonisti sono alcuni soldati italiani, tra cui un sergente maggiore, che avevano immobilizzato una giovane donna somala, legandola a un mezzo militare blindato. Per poi stuprarla a turno con una bomba illuminante cosparsa di marmellata. Ancora oggi, dopo 25 anni da quell’articolo, ricevo minacce e intrusioni illecite. Per valutare i comportamenti dei nostri militari, dopo le mie inchieste giornalistiche, fu istituita una commissione governativa, presieduta da Ettore Gallo. Che, ovviamente, si stava concludendo con un nulla di fatto: tra i consiglieri della commossine c’era anche un alto ufficiale. Ma non avevano fatto i conti con Falco Accame, però. L’Ammiraglio mi telefonò: “Venga a Roma a casa mia, devo parlarle”. Mi fece il nome di un Carabiniere paracadutista del Tuscania che aveva tenuto un diario durante la missione.

Il diario del Maresciallo Francesco Aloi

Il Tuscania in Somalia aveva compiti di polizia militare. Era il diario del Maresciallo Francesco Aloi, morto pochi anni fa a causa delle conseguenze di una malattia provocata dal contatto con l’Uranio impoverito. Aloi aveva appuntato giorno per giorno ciò che succedeva. Compresi i reati compiuti da un suo superiore dal quale avrebbe dovuto mettersi a rapporto per denunciarli. Per esempio il gioco della bottiglia. Una ragazza somala circondata da questo superiore e da altri ufficiali, al Porto vecchio di Mogadiscio… Vi lascio immaginare. Lo stupro, di notte, fu fotografato di nascoso da Ilaria Alpi con la macchina fotografica sparita dal bagaglio durante il trasporto della sua salma in Italia. Il diario lo racconta. E racconta anche che la giornalista della Rai, uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994, dovette scappare perché si accorsero della sua presenza, nascosta dietro a un muretto. Fu proprio Aloi ad aiutarla a darsela a gambe. Ma l’avevano vista… Il diario rivela anche dettagli sull’assassinio, in Somalia, dell’ agente segreto italiano Vincenzo Li Causi e sulla morte, a Livorno, del caposcorta del generale Loi a Mogadiscio, il parà del Col Moschin Marco Mandolini. E ancora: traffici di armi dei nostri ufficiali che si portavano a casa Ak 47 sequestrati ai signori della guerra, traffici di organi, di esseri umani…

Senza l’Ammiraglio Accame lo scandalo odioso dell’Uranio impoverito sarebbe rimasto nei cassetti delle false diagnosi. Nel 2004 fui invitato a un convegno ad Alghero. Il tema era “Sardegna, crocevia di intelligence”. Sapevo che tra il pubblico ci sarebbe stato, con ogni probabilità, il maresciallo Marco Diana, servitore dello Stato, ucciso dopo anni di sofferenze da un brutto male provocato dall’uranio impoverito con cui era venuto in contatto durante una missione all’estero. E, quindi, decisi di portare con me mio figlio a cui immaginavo potesse interessare ascoltare quel drammatico racconto. E infatti…

Il Maresciallo Marco Diana, morto l’8 ottobre 2020 a causa dell’Uranio impoverito

Soltanto che durante il viaggio, (che facemmo insieme a Riccardo Sindoca, operatore di intelligence esperto in terrorismo e finito al centro di una vicenda nota come indagine sulla polizia parallela che poi si rivelò una mezza bufala, ma che servì a fermare gli accertamenti che Sindoca stava svolgendo e a coprire alcune operazione non limpidissime dei nostri servizi segreti militari, il Sismi) fummo “scortati” dalla simpatica compagnia di agenti del Sismi che ci “radiografarono” dall’aeroporto milanese di Linate a quello di Alghero, financo in albergo, registrando con apposite microspie ogni tipologia di rumore corporeo che nell’intimità della stanza d’albergo proponevamo per rompere il silenzio. Io non mi accorsi di nulla. Ma molto difficile sarebbe stato menare per il naso l’Ammiraglio Accame. Che, infatti, interruppe il suo intervento e, ridendo sarcastico e divertito, si rivolse alla sala piena di pubblico salutando “i due operatori dei servizi che ci stanno così attentamente seguendo”. E poi riprese a parlare. Quella fu l’occasione per cominciare ad approfondire ciò che si sapeva sui danni che l’uranio impoverito, isotopo debolmente radioattivo e particolarmente resistente con cui venivano ricoperti pezzi di mezzi militari, proiettili e ordigni di vario genere, provocava ai nostri soldati.

Che, a differenza delle truppe Nato di altri Paesi, non erano muniti di alcun tipo di protezione nonostante che già durante la Missione in Somalia del 1993, gli americani avessero avvertito, anche installando apposite segnaletiche, del pericolo e indicato le modalità di protezione. Regolarmente disattese dai nostri Alti comandi.
Bene, senza l’instancabile battaglia politica, “militare”, sociale, mediatica di Falco Accame, non si sarebbe mai saputo nulla. Attraverso la sua Associazione Nazionale Italiana Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate Famiglie dei Caduti (ANAVAFAF), sostanzialmente un gruppo di lavoro che denunciava tutto ciò che non andava nei nostri corpi militari (dal nonnismo in caserma, ai furti, dalla morte dei militari italiani in tempo di pace, agli occultamenti delle prove), cominciò un martellamento costante, continuo, raccogliendo storie, dati, cartelle cliniche, diagnosi, testimonianze. Finché il bubbone venne fuori. E io mi onoro di essere stato e di essere uno dei giornalisti di cui lui si fidò affinché venisse reso noto che troppi giovani si stavano ammalando e stavano morendo a causa di questo incauto utilizzo. Sono davvero tanti gli articoli che ho scritto sull’uranio impoverito. Compresa una toccante intervista a Marco Diana che trovate riprodotta in questo blog

Proiettili all’uranio impoverito

Usare una notizia per aprire la porta ad altre cento. “Gregoretti, lo sa che Raul Gardini era di Gladio?”. Mi andò di traverso il caffè. E chiesi alla segretaria di redazione di organizzarmi subito una veloce trasferta a Roma. “Guardi” mi disse appena mi sedetti sul suo divano, a Cabras c’è un agente segreto operativo della Gladio militare Stay Behind che lavorava con Gardini”. Sostanzialmente il tycoon di Ravenna era l’interfaccia civile di Antonino Arconte, noto come G-71 e autore della autobiografia L’Ultima Missione (Mursia editore).

Gladio Stay behind

Insieme facevano scappare i dissidenti dall’Unione sovietica. Con una notizia Accame me ne aveva date almeno altre quattro: esisteva la Gladio militare che non aveva nulla a che fare con quella minchiata raccontata in Parlamento da Giulio Andreotti; mi aveva dato il nome e il cognome di un agente che faceva operazioni all’estero; Gardini, quando avviò le attività commerciali legate allo zucchero in Unione sovietica, aveva anche altri compiti “segreti” e questa poteva essere la chiave per capire il motivo del finto suicidio del fondatore di Enimont. Da Roma, dunque, mi spostai in Sardegna, destinazione Cabras, per andare a conoscere G-71.

Raul Gardini

Che fu la porta d’accesso per acquisire tanti altri spunti di approfondimento sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, sulla strage di Bologna, sul terrorismo islamico, sulla tragedia del Dc 9 precipitato nel mare di Ustica, sull’omicidio Kennedy, sul ruolo del Kgb in Italia e nel mondo occidentale, sull’attentato a Papa Woitilja… Caddero tante mie “verità” acquisite e scontate. E, come giornalista, cominciai a togliermi montagne di prosciutto dagli occhi. Pagando un prezzo altissimo, ma guadagnando pezzi di verità. Che, grazie al motore che l’Ammiraglio Accame riuscì ad accendere dentro di me, sono mio patrimonio esclusivo. E di chi vuole leggere, guardare e ascoltare, le storie che racconto
Marco Gregoretti

I resti del DC9 precipitato nel mare di fronte a Ustica il 27 giugno 1980