Come Pechino influenza gli influencer e come il Global Times influenza l’Occidente. Bezos o Due Facce? Cancel culture o ignoranza del passato? I rischi dei deepfake.

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Il nuovo editoriale di Storyword*

Come Pechino influenza gli influencer 

Se piattaforme come YouTube e Twitter sono vietate in Cina per – a detta del governo – prevenire la diffusione incontrollata delle informazioni, nel resto del mondo vengono però usate da Pechino come megafoni di propaganda pro-Cina. Un articolo del New York Times riporta decine di casi in cui i media statali e i governi locali hanno organizzato e finanziato i viaggi degli influencer pro-Pechino. Oltre ad offrire denaro, il governo ha generato traffico lucrativo per gli influencer condividendo i video con milioni di seguaci su YouTube, Twitter e Facebook. Con l’appoggio dei media ufficiali, questi influencer possono visitare e filmare parti della Cina dove le autorità hanno ostacolato i reportage dei giornalisti stranieri. La maggior parte degli YouTuber ha vissuto in Cina per anni e dichiara che l’obiettivo è quello di contrastare la percezione sempre più negativa che l’Occidente ha del Paese. Sono loro a decidere cosa va nei loro video, dicono, non il partito comunista. Ma anche se i creatori non si vedono come strumenti di propaganda, Pechino li sta usando in questo modo. Diplomatici e rappresentanti cinesi hanno mostrato i loro video alle conferenze stampa e promosso le loro creazioni sui social media. Insieme, sei dei più popolari tra questi influencer hanno ottenuto più di 130 milioni di visualizzazioni su YouTube e più di 1,1 milioni di abbonati. Le voci straniere simpatizzanti fanno parte degli sforzi sempre più ambiziosi di Pechino per modellare la conversazione mondiale sulla Cina. Il partito comunista ha radunato i diplomatici e gli organi di stampa statali per portare le sue narrazioni e soffocare le critiche, spesso con l’aiuto di eserciti di account ombra che amplificano i loro post.

E come il Global Times influenza l’Occidente

Il 2 novembre, la stella del tennis cinese Peng Shuai ha postato un lungo messaggio su Weibo accusando di violenza sessuale l’ex vice-premier della Cina, Zhang Gaoli. Come riportato dal The Guardian, non appena è stato pubblicato, il post è diventato il caso #MeToo di più alto profilo in Cina, contribuendo a una delle più grandi crisi della storia recente del partito comunista. Nessun riferimento all’atleta, nel tempo, però, è apparso sui media nazionali, tranne che sul Global Times: un tabloid nazionalista descritto come “la Fox News della Cina”, diventando negli ultimi anni il media più influente della propaganda cinese in Occidente. Il 19 novembre, infatti, il Global Times aveva confermato che Peng – sparita dai radar dopo la pubblicazione del video – stava bene. Per molti osservatori esteri, però, il filmato non era rassicurante: questo ha portato l’editore del Global Times, Hu Xijin, a sottolineare come, quando si tratta della Cina, i media occidentali vedono solo quello che vogliono vedere: “Credono solo alla storia sulla Cina che immaginano”, ha twittato. La smania di Hu di riformulare una storia di violenza sessuale e di censura come una storia di scontro tra ideologie politiche e pregiudizi anti-Cina fa parte di un cambiamento significativo nel modo in cui la stessa Cina si presenta al mondo (vedi Editoriale 53). Una trasparenza maggiore, anche da parte degli organi di stampa cinesi, contribuirebbe a far percepire la stessa Cina in maniera differente?

Bezos o Due Facce?

Dopo aver analizzato i documenti fiscali di Amazon, il Washington Post (giornale di proprietà di Jeff Bezos) ha rivelato un sostegno finanziario ad attività di disinformazione di diversi gruppi no-vax americani da parte del colosso dell’e-commerce. Come riportato da Prima Comunicazione, attraverso il programma di beneficienza AmazonSmile, che dona lo 0,5% di ogni acquisto effettuato ad un’organizzazione scelta dal cliente, sono stati donati oltre 40.000 dollari a gruppi che facevano disinformazione sui vaccini contro il Covid e sulla campagna vaccinale americana. Se si considerano gli oltre 60 milioni di dollari donati ogni anno da Amazon a ONG di ogni tipo, la cifra destinata ai gruppi no-vax risulta ovviamente essere di poco conto. Infatti, la replica di Amazon non si è fatta attendere e l’azienda ha rimarcato il suo forte sostegno alla campagna vaccinale contro il coronavirus e alla vaccinazione dei suoi dipendenti. Non solo: Amazon ha dichiarato anche di tenere alla varietà di punti di vista che i suoi clienti possono avere su questo argomento, motivo per cui gli enti incriminati continuano a far parte dell’elenco delle organizzazioni a cui destinare lo 0.5% dell’acquisto. Ha puntualizzato, inoltre, che le organizzazioni che “supportano, incoraggiano o promuovono intolleranza, odio, terrorismo, violenza, riciclaggio di denaro o altre attività illegali non sono idonee” a far parte del programma di beneficienza. Al di là dell’entità del finanziamento ai gruppi no-vax americani, un punto di riflessione potrebbe essere il seguente: nell’era della reputazione come termometro per la valutazione di un’azienda, può un colosso come Amazon decidere di rimanere imparziale nel nome del rispetto della varietà dei punti di vista su una questione delicata come la campagna vaccinale in tempi di pandemia? La verità è che, evidentemente, offre un servizio talmente irrinunciabile da affievolire l’impatto di un eventuale danno reputazione di questo tipo sul proprio business.

Cancel culture o ignoranza del passato?

Si sta diffondendo nella società, a tutti i livelli e per ragioni diverse, una scarsa conoscenza della storia. Secondo quanto riportato da Il Foglio, questa tendenza è individuabile innanzitutto nella scuola che negli ultimi anni ha riservato alla storia un ruolo sempre più marginale. Non si tratta, tuttavia, della semplice conoscenza di date, fatti e personaggi, ma di una mancanza di consapevolezza di ciò che è avvenuto nel passato. Si potrebbe infatti affermare che in Italia la cancel culture, che negli altri Paesi viene definita come l’eliminazione di ciò che è politicamente scorretto, consista nell’ignoranza del passato. Basti pensare a certe affermazioni del ceto politico: Luigi Di Maio che si è professato ammiratore della “tradizione millenaria” della democrazia francese; Claudio Durigon che ha proposto di intitolare un parco di Latina ad Arnaldo Mussolini; Nicola Zingaretti che ha sostenuto che senza l’Unione Sovietica “non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra”, proponendo così una versione della storia fortemente ideologica. Senza una conoscenza storica ci si ritroverebbe appiattiti in un eterno presente, così come nella rete, con poche possibilità e strumenti per interpretare l’attualità.

I rischi dei deepfake

Sono in costante aumento i rischi di disinformazione che derivano dal poter attribuire al volto di un soggetto gesti, movenze, espressioni e parole che non gli appartengono (i deepfake). Oggi, tuttavia, il principale settore in cui maggiormente si ricorre a queste tecniche, spiega un articolo di Linkiesta, è la pornografia. Con frequenza volti di celebrità, per lo più femminili, vengono sostituiti ai visi di attori pornografici, ovviamente senza previo consenso. Nel libro “Trust No One: Inside the World of Deepfakes” il giornalista Michael Grothaus racconta l’esperienza vissuta in prima persona del poter “rivedere” il defunto padre (o meglio, il suo volto applicato al corpo di un altro soggetto), in un misto di felicità, orrore e spavento. Una tecnologia insomma capace di rendere (relativamente) reali fantasie sessuali, desideri intimi ed esistenziali, addirittura oltrepassare i confini della morte. Allo stadio attuale, i deepfake non rappresentano tanto un pericolo per la capacità dell’uomo di individuarne la falsità, evidente all’occhio esperto. Il potenziale di ingannevolezza, soprattutto nella comunicazione politica, è ancora assai limitato e infatti resta perlopiù inutilizzato. Tuttavia, altri possono essere gli scopi, ricorrendo a questo strumento per potenziare pregiudizi e stereotipi, incrementando la polarizzazione dell’opinione pubblica, con conseguente riduzione della capacità di dialogo tra le parti, come avvenne per il (palesemente falso) video in cui il Papa confermò il suo sostegno alla politica di Trump: che fosse artificiale, rimase irrilevante per i sostenitori dell’ex presidente americano.

*Storyword è un progetto editoriale gestito da professionisti della comunicazione che, unendo diverse competenze e punti di vista, vi accompagnano in un mondo in costante evoluzione più complesso e importante di quello che appare. Ogni settimana forniamo una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media, nazionali ed internazionali, relativi alle tecniche e ai target di comunicazione. Lo faremo cercando sempre di individuare i fili rossi che collegano le fonti al contesto, fornendo la nostra interpretazione sugli obiettivi, espliciti ed impliciti, di chi ha concepito e realizzato determinati contenuti. Per maggiori informazioni: https://www.storywordproject.com/