Carlo Verdelli direttore di Vanity Fair: “Un ibrido di successo”

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L’intervista di Dina Bara nell’aprile 2005 a Carlo Verdelli, da un anno direttore del settimanale Condé Nast.

Carlo Verdelli (Foto LaPresse)
Carlo Verdelli (Foto LaPresse)

Carlo Verdelli sembra davvero stupito quando, ancora oggi, si accenna a Vanity Fair come a uno strano ibrido fra generi diversi e mai mischiati prima, a un femminile più di nome che di fatto: con quel linguaggio ironico, i titoli e gli occhielli scanzonati; quei due terzi della foliazione, prima di arrivare a moda e bellezza, scoppiettanti di notizie e di foto fresche e curiose, di gossip, di interviste a personaggi di ogni tipo; zeppo di stretta attualità, di servizi e opinioni firmati da pezzi grossi del giornalismo. Insomma, tutta roba che non capisco perché non dovrebbe interessare e piacere anche a un maschio. “Difatti ci sono maschi a cui piace”, dice Verdelli. “Faccio un settimanale che per un terzo esatto parla di moda, bellezza, cucina dedicate alle donne. Nel resto del giornale sto molto attento al pubblico femminile perché è il target di riferimento. Ma Vanity Fair non è un giornale col fiocco rosa o col fiocco azzurro. Certo, il tipo di scrittura, l’approccio con cui scegliamo e raccontiamo le storie o titoliamo i pezzi, è molto attento al lato sensibile, ma è una sensibilità che può appartenere a tutti e che solo per codice definiamo femminile”.


Lei ha preso la direzione di Vanity Fair nel momento più difficile per il giornale: vendite in edicola sotto le 100mila copie, inserzionisti riluttanti, i concorrenti che scommettevano sulla data di chiusura. Perché ha accettato?
Perché Vanity Fair è nato con la tentazione di battere una strada un po’ diversa nel campo dei settimanali. Io di esperienza di settimanali ne avevo, visto che la prima parte della mia carriera è stata nei periodici. E venivo da un periodo non brillantissimo: l’uscita dalla vice direzione del Corriere della Sera, sei mesi di direzione sviluppo alla Rcs che non sono stati facili. Per Vanity Fair le cose si erano messe male, ma ero convinto che, in un tempo ragionevole, avesse la possibilità di farcela.
Nel giro di pochissimi numeri ha completamente rifatto i primi due terzi del giornale. Con che criterio?
Sono partito da un ragionamento terra terra: per i periodici italiani da una decina d’anni la situazione in edicola è tutt’altro che florida, quindi c’è un problema se i giornali, in molti casi bellissimi, che pubblichiamo incontrano sempre meno il favore dei lettori. L’unica alternativa possibile era provare a inventare un palinsesto differente da quello di tutti gli altri, a trovare un linguaggio stilisticamente moderno, con il pathos e la leggerezza necessari per un pubblico che va in edicola a comprarti oggi. E ho trovato una redazione che ha immediatamente aderito al mio progetto, anche perché c’era voglia di riscatto: nei primi mesi aveva subito degli attacchi sproporzionati.
Quali sono gli ingredienti di questo palinsesto?
L’attualità è la prima griglia; poi la scelta dei personaggi e il modo di fotografarli. Abbiamo una grande rete di collaboratori, in tutti i settori e in tutto il mondo, che ci aiutano a trovare le notizie oppure ad approfondire degli spunti. Lavoriamo molto con Internet e con i giornali stranieri. E cerchiamo di stare sempre accesi, di fare in modo che quando il giornale esce, il giovedì, ai lettori sia chiaro che è di quella settimana che parliamo. Mi sembra che ci stiamo riuscendo, visto che già il giovedì arrivano 30-40 lettere sugli argomenti o le persone di cui parla il numero.
Lei dà molta importanza alle lettere. Le ha subito messe in apertura del giornale dove prima c’era la rubrica di Mina.
È stata la mia scelta più importante nei confronti del nostro pubblico. È un segno – che il lettore percepisce benissimo – del fatto che il giornale vuole parlare con lui. E rispondo a tutte le lettere, personalmente, anche per far arrivare il messaggio che rispetto agli altri femminili – sempre un po’ materni – Vanity Fair è differente, ha un atteggiamento adulto e quando serve ruvido. Una delle prime lettere che ho ricevuto diceva: “Era tutto così bello, mi stavo abituando a questo giornale e adesso lei l’ha cambiato”. Ho risposto: lei è una lettrice persa, peccato, speriamo di trovarne un’altra. Che è un modo brusco per dire: adesso il giornale è così e se non ti piace, amica mia, pazienza.
Beh, c’è una cosa su cui Vanity Fair sembra il più materno dei femminili: dite al lettore quanti minuti ci vogliono per leggere ogni articolo. Oppure è una strizzata d’occhio furba per dirgli che vi occupate molto di loro?
È un’idea che ha diviso nettamente i lettori: a metà piace, all’altra metà mette ansia. Nelle mie intenzioni indicare il tempo di lettura serve per segnalare, in un giornale con molte cose da leggere, quale articolo puoi scegliere se in quel momento hai solo pochi minuti a disposizione.
Che idea si è fatto del pubblico di Vanity Fair?
Penso che sia un pubblico che in maggioranza non comprava o non comprava più periodici, che ha una forte sovrapposizione di lettura coi quotidiani e una componente maschile significativa. Soprattutto è un pubblico che reagisce molto, come succede con le cose nate da poco. E il vantaggio è che si crea un rapporto fluido, niente viene dato per scontato. La cosa che più mi sento dire dai lettori è che stiamo facendo un giornale da leggere, divertente, nuovo. Tre aggettivi che corrispondono esattamente a quello che avevo in mente: far passare delle informazioni, delle notizie, dei punti di vista in una maniera compatibile con il modo di vivere di oggi.
Come sceglie i personaggi da intervistare o da raccontare?
Vanity Fair ha dei confini decisi dall’editore all’interno dei quali possono rientrare, a mio sindacabilissimo giudizio, certi personaggi e certe situazioni. Ci sono persone del mondo televisivo e dello spettacolo che hanno una grande popolarità ma che su Vanity Fair non si vedranno mai, anche perché altri sanno occuparsene molto meglio di noi. La politica intesa in senso tradizionale qui non c’è, però i politici li intervistiamo. L’unica condizione – ma vale per chiunque accetti di raccontarsi su questo giornale – è che si mettano un po’ in gioco, non recitino la parte, dicano qualcosa di autentico di sé. E in certi casi un personaggio ci permette di affrontare con una tesi forte un argomento d’attualità molto delicato, come è successo di recente con don Gianni Baget Bozzo che, intervistato da Renato Farina sul tema dell’eutanasia, ha dichiarato di essere d’accordo nello staccare la spina quando nel malato non c’è più coscienza.
Vanity Fair è un giornale che nel linguaggio, nelle fotografie, nelle notizie gioca con molti registri diversi: impegnato, ironico, serio, scanzonato. Lo fa per attirare diversi tipi di lettori?
Ma no! La nostra scommessa è che tutti questi aspetti interessino alla stessa persona. Nella vita ci sono momenti in cui ti rilassi, leggi una pagina che ti emoziona oppure ti impegna. I giornali che tengono tutti questi recinti chiusi hanno fatto il loro tempo. Non è che tutte le cose serie vengono dal Medio Oriente o dall’Iraq e tutte quelle gaglioffe dal mondo dello spettacolo. E se inventiamo occhielli e sommari spiritosi è perché la vita è anche gioco; ma anche perché cerchiamo di non essere mai adesivi nei confronti di un personaggio: ci piace osservarlo e raccontarlo senza iscriverci alla causa.
Lei ha subito chiamato a collaborare molte firme famose che abitualmente non scrivono su un femminile: Ferruccio de Bortoli, Gad Lerner, Pino Corrias, Enrico Mentana, solo per fare qualche nome. Nell’ambiente giornalistico molti hanno pensato che avessero accettato per amicizia nei suoi confronti. È vero? E perché li ha voluti sul suo giornale?
Sono tanti anni che faccio questo mestiere e in questi casi capita che ci siano un po’ di persone che hanno fiducia in te. La verità è che ho scelto giornalisti che mi piaceva leggere immaginando che potesse fare piacere anche ai miei lettori. La firma è importante, ma la cosa ancora più importante è la voglia che loro hanno di scrivere per il mio pubblico. Tra Lerner, Corrias, Mentana – ma anche Manuela Dviri, Gabriele Romagnoli, Erri De Luca – e i lettori sì è creata una comunità. Manuela Dviri, che ha cominciato questo mestiere al Corriere della Sera scrivendo le sue ‘Cartoline da Tel Aviv’ nei momenti duri dell’Intifada, è una colonna di Vanity Fair e riceve venti lettere a numero. Corrias, che fa il giornalista quasi da quanto lo faccio io, ha trovato un nuovo pubblico, gente che non lo aveva mai letto sui quotidiani su cui ha scritto e scrive.
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È molto complicato il rapporto con le star?
Adesso un po’ meno. È un mondo molto professionale e bisogna conoscere le regole: tratti su tutto, non devi sgarrare, se dici una cosa la mantieni perché gli sgarbi non sono tollerati. Ma proprio perché lavorano in modo molto professionale sono in grado di capire se hai delle valide ragioni per cambiare idea. La copertina con Hilary Swank uscita a fine febbraio in realtà doveva essere su Keanu Reeves e il suo nuovo film, ‘Constantine’. Giorni prima io ero negli Stati Uniti dove ho visto sia ‘Constantine’ sia ‘Million dollar baby’, il film di Clint Eastwood con la Swank. E mi è stato subito chiaro, anche dalla reazione della gente al cinema, qual era il film di cui parlare. Allora ho spiegato allo staff di Reeves perché quella copertina dovevo darla a Hilary Swank: non erano contenti, ma si sono resi conto che non si trattava di un capriccio.
Con gli italiani è diverso?
No, anche il mondo dello spettacolo italiano segue più o meno le stesse regole. Ma qui all’inizio il problema era che temevano un po’ il nostro modo di fare le interviste. Una volta che si è capito che Vanity Fair non va a cercare lo scandalo o la perversione, ma ha semplicemente un po’ di curiosità in più e sta provando a consegnare ai suoi lettori l’immagine autentica di un attore, i timori sono spariti.
C’è una terza parte di Vanity Fair, quella che parla di moda e bellezza, su cui lei prima non aveva competenza. Come ha affrontato il problema?
Ho avuto la grande fortuna di trovare una redazione di moda molto disponibile a sintonizzarsi sul mio progetto. La mia competenza non è minimamente paragonabile alla loro, piano piano sto imparando tante cose e mi appassiono. Ma quello che conta è che le riunioni le facciamo tutti insieme, perché il giornale è uno solo. È questo staff della moda che va sul set del servizio di Sharon Stone e organizza la foto di copertina. Il loro contributo non si limita alla parte destinata alla moda: vale soprattutto per come mi permettono di fare anche il resto del giornale.
Nel giugno scorso, Giampaolo Grandi, presidente e amministratore delegato di Condé Nast Italia, parlando con Prima di Vanity Fair ha sottolineato come ormai gli editori italiani siano sempre più orientati ai risultati a breve, mentre se Condé Nast ritiene che un giornale ha le caratteristiche giuste per affermarsi lo sostiene fin quando è necessario. E ha detto che Vanity Fair sarà il grande successo del 2005. Lei è d’accordo?
Condivido totalmente il giudizio sull’editoria italiana dove oggi si pretende che un giornale debba raggiungere gli obiettivi in pochissimo tempo, e se non succede si scatena la caccia. Per il resto posso dire che ormai da mesi Vanity Fair continua a crescere in diffusione uscendo in edicola senza ‘collaterali’ né abbinamenti e con il prezzo di copertina, 1,50 euro, più alto nel mercato dei settimanali femminili.

Intervista di Dina Bara