Al lavoro con Carlo Verdelli

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Testimonianza di una ex giornalista di Vanity Fair, dei due anni – da gennaio 2004 – in cui Verdelli ha diretto il giornale della Condé Nast, primo settimanale della casa editrice.

Verdelli, il domani dell’Oggi

Carlo Verdelli torna al timone. La metafora marinara, nonostante dica di non avere passioni particolari per il mare, con lui non è luogo comune: è bussola, espressione costante del suo lessico giornalistico.
Chissà, probabilmente la userà anche adesso presentandosi – il 1° febbraio – alla redazione dell’Oggi, di cui è stato appena nominato direttore, in sostituzione di Umberto Brindani.

Carlo Verdelli (Foto LaPresse)
Carlo Verdelli (Foto LaPresse)

Che cosa facciamo con Bobbio?

Quando arrivò a Vanity Fair, preannunciato da fama di grande talento ma di scorza alquanto ruvida, ammutolì l’intera redazione. Da una parte perché chiese, a un giornale che fino a quel momento navigava acque incerte e pescava soprattutto nelle belle foto: “Che cosa pensavate di fare per Bobbio?”. Era il gennaio 2004, Norberto Bobbio era appena scomparso e nello stanzone nessuno fiatò una risposta.

Silenzio, parla il capitano

Si capì da lì come la vita di tutti noi sarebbe cambiata.
Ma ammutolita la redazione rimase anche perché il nuovo direttore aveva una voce bassissima. Così, nel silenzio, ognuno si impegnava a carpire le sue parole.
Che contenevano una promessa: il giornale non vende, le copie calano, e per un periodo continueranno a calare. Arriverà però il momento in cui ci fermeremo, da lì si inizierà a risalire. Il nostro compito sarà: non tornare mai più indietro.

Vanity

Per due anni Carlo Verdelli ha mantenuto la promessa. Lo ha fatto con un appoggio incondizionato dei giornalisti, che con lui hanno reso Vanity Fair il magazine di cui tutti all’epoca parlavano, che vedevano come modello. Lo facevano gli uffici stampa, per i quali era sempre Vanity la prima proposta, e con i quali però il rapporto era ‘dialettico’: dietro l’intervista ci voleva sempre una storia da raccontare e da scoprire.
Ma soprattutto lo facevano i lettori. Un giorno telefonai a non ricordo chi per un pezzo. Sbagliai numero, mi rispose una signora, quando mi presentai dicendo che ero una giornalista di Vanity Fair, la signora anziché appendere il telefono, iniziò a farmi – a fargli – i complimenti, a spiegare che era abbonata e perché amava tanto il giornale.

La pagella

Verdelli non ama il giornalismo in prima persona: nei confronti dei lettori è giusto avere rispetto, i protagonisti non siamo noi ma le persone di cui parliamo e quelle a cui ci rivolgiamo. Però, un altro aneddoto ce lo metto.
Avevo proposto un’intervista che – in linea con l’idea del direttore di avere sempre uno sguardo ‘laterale’, affrontare i temi da un punto di vista mirato e non scontato – gli era piaciuta. Quando fu pubblicata, ricevetti un foglio, con un pagella: mi aveva dato i voti all’idea e all’intervista. Da qualche parte, quella pagella c’è sempre.

La prima copertina di Verdelli direttore di Vanity Fair, 29 gennaio 2004

D’altra parte, i numeri (anche se l’ex studente del classico Carlo ogni tanto traballa quando ragiona di cifre, percentuali e proporzioni) gli piacciono. Non a caso fu lui a introdurre il famigerato ‘tempo di lettura’, poi utilizzato da tanti altri. Con la dannazione di lettori che ci chiedevano come fare a stare dentro i tempi indicati.

Nuove rotte

Dopo due anni, appunto, Verdelli lasciò Vanity per la Gazzetta dello Sport, che si rivelò altra operazione di grandissimo successo. Il suo posto lo prese l’allora vice direttore Luca Dini che – incroci della professione – proprio all’Oggi aveva iniziato la carriera giornalistica e che per anni guidò le fortune del settimanale, diventato primo nel settore sia per l’edicola sia per la pubblicità.
Carlo Verdelli, come abbiamo scritto, ha proseguito poi con incarichi importanti, dalla Rai alla direzione di Repubblica. Ha pubblicato libri: nell’ultimo – ‘Acido’ – si possono rileggere alcuni suoi pezzi importanti, ripercorrendo la nostra storia, oltre alla sua. Anche a distanza di anni, però, a chi ha lavorato con lui in quel periodo ribadisce l’orgoglio di aver diretto quel Vanity Fair che sapeva miscelare alto e basso, nomi di tutto richiamo (Enrico Mentana, Gad Lerner, Walter Veltroni…) e giornalisti molto meno noti, storie che venivano sempre riprese sulla stampa e alcuni scoop.
E adesso via, si riprende il largo.