Una triste storia di propaganda e una divertente storia di propaganda. I Repubblicani sui media americani. Che ne sarà del giornalismo? Atleti a Pechino senza smartphone. Biden inciampa sulle questioni spinose.

Condividi

Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

Una triste storia di propaganda

Come riporta un articolo di The Guardian, sono emersi nuovi dettagli scioccanti sul ruolo della Gran Bretagna in uno dei più brutali massacri del 20° secolo postbellico. L’anno scorso l’Observer aveva rivelato come i funzionari britannici siano segretamente ricorsi alla propaganda nera negli anni ’60 per incitare gli indonesiani a “tagliare” il “cancro comunista”.Si stima che almeno 500.000 persone legate al partito comunista indonesiano (PKI) siano state eliminate tra il 1965 e il 1966. Documenti recentemente rilasciati dagli Archivi Nazionali mostrano come gli specialisti della propaganda del Ministero degli Esteri inviarono centinaia di pamphlet infiammatori ai principali anticomunisti in Indonesia, incitandoli ad uccidere il ministro degli Esteri Dr. Subandrio e sostenendo che gli indonesiani di etnia cinese meritavano la violenza che veniva loro inflitta. Centinaia di opuscoli furono inviati anche agli anticomunisti musulmani, sostenendo che agenti della Cina comunista avrebbero preso il controllo dell’Indonesia. A ottobre l’Observer aveva constatato che in quegli anni il materiale risultava provenire da nazionalisti indonesiani in esilio. In realtà è stato scritto da esperti di guerra psicologica del Foreign Office che lavoravano da un comodo chalet a Singapore in collaborazione con l’MI6. Per cinque decenni il Foreign Office ha negato qualsiasi coinvolgimento negli omicidi. Almeno 500.000 persone furono massacrate, e alcune stime arrivano a tre milioni. Questi includevano l’etnia cinese, molti dei quali sono stati uccisi dai musulmani e da altre milizie. Di fronte a tali prove, il governo britannico deve ora impegnarsi a lanciare un’inchiesta da parte di un consulente indipendente da completare entro 18 mesi. 

Una divertente storia di propaganda

Come riportato dall’Economist, nel 2021, l’anno in cui il mercato cinematografico cinese è diventato il più grande del mondo superando quello americano, The Battle at Lake Changjin è diventato il film con il più alto incasso della storia cinese, e il secondo più alto dell’anno in tutto il mondo. Ha guadagnato più di 900 milioni di dollari, subito dopo Spider-Man: No Way Home. Il film fa riferimento all’omonima battaglia che ebbe luogo nel 1950 durante la guerra di Corea e che vide l’esercito di Mao Zedong infliggere una pesante sconfitta all’esercito americano. La pellicola è stata particolarmente popolare tra i giovani cinesi – uno degli obiettivi della propaganda del Partito – e ha raccolto molte recensioni positive dagli utenti dei social. Il film è stato realizzato in stretta collaborazione con gli organi di propaganda governativi, che setacciano tutti i film che aspirano ad essere trasmessi nelle sale, e rappresenta il modo in cui il partito ha capito come rendere la propaganda più simile all’intrattenimento che la gente vuole davvero guardare. Come riportato da Formicheil Partito Comunista teme fortemente il soft power occidentale e ne censura le produzioni cinematografiche. Ad esempio, i film Marvel sono stati bloccati per rappresentazioni dei personaggi o preoccupazioni sui commenti fatti da registi o attori nei film e negli anni hanno subito la stessa sorte anche Bohemian RhapsodyLa forma dell’acquaAvatarRitorno al futuro e persino Vi presento Christopher Robin, dei racconti di Winnie the Pooh, a causa dei famosi meme di Xi Jinping con Barack Obama. Il controllo (e la censura) fa parte di una strategia per fare diventare la Cina una superpotenza cinematografica entro il 2035, come ha sottolineato ad Axios Aynne Kokas, esperta di studi sui media dell’Università di Virginia. L’idea non è creare un’alternativa a Hollywood, ma di manipolare la piattaforma con fini politici e non perdere occasione per diffondere la propaganda.

I Repubblicani sui media americani

I mezzi d’informazione americani devono iniziare a descrivere i repubblicani in modo onesto, altrimenti rischiano di diventarne alleati inconsapevoli. Questa l’opinione espressa dal Washington Post in merito ai fatti che hanno riguardato Glenn Youngkin, il nuovo governatore del Virginia. Durante la campagna elettorale Youngkin aveva promesso agli elettori che avrebbe eliminato dalle scuole l’insegnamento della teoria critica razziale (che ha a che fare con lo studio dei problemi di razzismo in America e delle differenze economico-sociali degli afroamericani), anche se non è effettivamente una materia prevista dai programmi scolastici. Non solo: aveva espresso infatti chiare posizioni contro l’obbligo delle mascherine e i vaccini. I media americani anziché prendere sul serio la gravità delle sue dichiarazioni si sono soffermati sul futuro del partito repubblicano post-Trump individuando in Youngkin una probabile alternativa. Questo atteggiamento poco critico dei mezzi di informazione nei confronti delle teorie repubblicane si è visto più volte negli ultimi anni: basti pensare a come hanno riportato la notizia dell’assalto al Campidoglio (vedi Editoriale 53), come fosse un fatto di politica ordinaria, o come hanno lasciato esprimere Trump su varie teorie complottiste. Nonostante le numerose prove dell’incapacità di Trump di distinguere la verità dalla finzione, i media non sono mai riusciti a caratterizzare la sua condotta come anormale. Per evitare che i media diventino alleati inconsapevoli di certi politici, basterebbe che iniziassero ad esercitare una brutale onestà descrivendone in modo accurato le dichiarazioni e i comportamenti e smettendola di far sembrare normali partiti razzisti.

Che ne sarà del giornalismo?

Sul futuro del giornalismo, come raccontato da Politico, si sono espressi 16 “pensatori” che hanno voluto condividere alcune ipotesi. I cambiamenti nell’industria dei media rendono quasi impossibile individuare i nuovi trend. Secondo Richard Prince, un giornalista veterano autore di “Journal-isms”, una rubrica online sui problemi di diversità nel business delle notizie, il giornalismo si avvicinerà ad essere parte della soluzione dopo che troppo spesso, come parte della struttura del potere, ha esacerbato il problema. Per Nicholas Lemann, insegnante alla Columbia Journalism School, l’idea che il governo non abbia alcun ruolo nei media è sempre stata una fantasia di tanti giornalisti e proprietari di media che sono stati cresciuti con l’idea che il Primo Emendamento ci dia una protezione assoluta dalle interferenze del governo. Akoto Ofori-Atta e Lauren Williams, co-fondatori di Capital B, sostengono che l’industria del giornalismo deve affrontare una serie di gravi sfide: le piattaforme social alimentano la polarizzazione politica e diffondono la disinformazione. Bisogna adesso aprire la strada a media più inclusivi sostenendo l’idea che il giornalismo sia un bene pubblico necessario per una democrazia sana. Le domande sono tante, le possibilità quasi infinite ma è sicuro che il mondo del giornalismo dovrà cambiare ed evolversi.

Atleti a Pechino senza smartphone

In occasione delle prossime Olimpiadi di Pechino, numerosi comitati olimpici (per lo più di paesi occidentali) hanno consigliato agli atleti delle rispettive nazioni di non recarsi in Cina con il proprio cellulare o, in alternativa, di utilizzare reti VPN per schermare il proprio traffico online, al fine di evitare monitoraggi durante la propria permanenza. Stati Uniti, Regno Unito, Olanda e Canada sono alcuni dei paesi che hanno fornito simili indicazioni, spesso munendo altresì gli atleti, spiega un articolo de Il Post, di dispositivi mobili ad hoc, che verranno poi disattivati a manifestazione conclusa. Le ambasciate cinesi hanno manifestato disappunto per le precauzioni dei comitati, ritenendo le preoccupazioni infondate giacché Pechino avrebbe garantito, nelle zone deputate alle competizioni, libertà di accesso alla rete, con sospensione del Great Firewall. Tuttavia, le apprensioni paiono legittimate dalle parole espresse dal medesimo comitato olimpico cinese, che ha preannunciato che qualsiasi comportamento contrario allo spirito olimpico e alla normativa di Pechino (particolarmente restrittiva, e certamente più rigida delle regole del Comitato Olimpico Internazionale) verrà certamente punito. Anche a seguito del boicottaggio diplomatico di USA e altri paesi, si è avvertito pertanto il pericolo di ripercussioni sugli atleti in caso di manifestazioni di pensiero pro diritti umani sgradite al governo cinese (come anche la recente vicenda che ha coinvolto la tennista cinese Peng Shuai spingerebbe a credere). Come raccontato in un articolo del Washington Post, il gruppo di ricerca canadese sulla sicurezza informatica Citizen Lab ha altresì rilevato falle di sicurezza nella tutela dei dati personali nell’applicazione imposta da Pechino per il monitoraggio della salute dei partecipanti alle Olimpiadi, nel cui codice sarebbe altresì incorporato un elenco di vocaboli politici con una funzione tramite cui gli utenti sarebbero abilitati a segnalare contenuti “politicamente sensibili”.

Biden inciampa sulle questioni spinose

Il presidente Biden (vedi Editoriale 10), nell’anniversario del suo primo anno in carica, ha incontrato diversi giornalisti della fazione opposta. E non è un caso, infatti, che molte delle domande poste dai rappresentanti degli organi di stampa hanno rasentato l’autoparodia: Peter Doocy di Fox News, per fare un esempio, ha chiesto come mai Biden stia tirando il paese così a sinistra. Gli altri giornalisti, poi, hanno accostato il percorso fin qui all’oramai famigerata metafora del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. “È stato un anno di sfide ma anche di enormi progressi“, ha dichiarato il presidente USA, rispondendo implicitamente ai detrattori dall’altra parte della sala. In tutto ciò, però, come riportato dal Washington Post, Biden ha fatto mea culpa su diverse questioni: una su tutte, il piano BBB che avrebbe aiutato ad affrontare l’aumento dei prezzi circa i farmaci (“potrebbe aver bisogno di essere spezzato in grandi pezzi”, ha affermato a proposito). Insomma, la conferenza stampa non è andata nel migliore dei modi, soprattutto nel momento in cui Biden ha suggerito che gli Stati Uniti potrebbero non reagire a una “piccola incursione” della Russia in Ucraina; indi per cui, dopo la conferenza stampa, la Casa Bianca ha rilasciato una dichiarazione scritta che riaffermava che qualsiasi invasione avrebbe avuto gravi conseguenze.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: https://www.storywordproject.com/