‘Rivista Politica Economica’ di Confindustria compie 110 anni

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La Rivista Politica Economica  diretta da Stefano Manzocchi  compie 110 anni e, scrive una nota dell’editore Confindustria, ancora oggi, offre una lettura documentata e di proposta su fenomeni che nel medio e lungo periodo avranno impatti rilevanti sull’economia e sulla società, a testimonianza dell’attenzione e dell’impegno che da sempre gli imprenditori pongono sulle tendenze e sulle vicende del Paese.

Fondata nel 1911, la Rivista di Politica Economica – a cui è stato conferito nel 1993 il Premio all’Elevato Valore Culturale dal Ministero dei Beni e Attività Culturali – è una delle più antiche e prestigiose pubblicazioni italiane di economia. Negli anni ha vantato, infatti, i più illustri relatori di fama internazionale, tra cui diversi premi Nobel per l’economia, che si sono succeduti nelle Lectio magistralis e nei numerosi Convegni promossi attraverso la Rivista. Per questo la pubblicazione è da sempre riconosciuta come luogo di approfondimento, di scambio culturale e di confronto libero di idee fondato su evidenze e dati.

Proprio in questa logica, si è tenuta l’8 febbraio – presso l’Università Luiss Guido Carli e con il sostegno di Unicredit – la presentazione del secondo volume celebrativo della Rivista di Politica Economica «La deriva demografica. Popolazione, economia, società», dedicato ai temi della demografia e delle sue conseguenze per l’Italia e l’Europa.

Stefano Manzocchi

Dal dibattito – al quale sono intervenuti tra gli altri Giovanni Brugnoli, Vice Presidente di Confindustria per il Capitale Umano; Pier Carlo Padoan, Presidente di Unicredit; Vincenzo Boccia, Presidente Università Luiss Guido Carli; Stefano Manzocchi, Prorettore per la Ricerca Università Luiss Guido Carli e Direttore della Rivista di Politica Economica – è emerso chiaramente che l’Italia sta vivendo un inverno demograficoulteriormente aggravato dalla pandemia che ha causato sia un eccesso di mortalità specie tra gli anziani e sia una riduzione delle nascite ben più ampia di quella attesa dalle previsioni. L’invecchiamento demografico, in Italia a livelli record nel panorama internazionale anche nel periodo della pandemia (nel 2020 l’età media della popolazione era di 46 anni, l’anno precedente 45,7 anni).

Ma il cammino verso la decrescita della popolazione italiana, complice anche il rallentamento dei flussi migratori in ingresso, accompagnato dall’invecchiamento demografico e da una bassa natalità, che mina peraltro una delle condizioni principali per lo sviluppo economico e la sostenibilità dei nostri sistemi di welfare, mette in evidenza come la crisi attuale sia frutto di tendenze di lungo periodo e di interventi poco incisivi.

Gli squilibri strutturali della demografia italiana – come sottolineato nel corso del dibattito – potranno essere attenuati nel medio-lungo periodo solo se saremo in grado di restituire a giovani e donne un ruolo centrale per la crescita del Paese, sostenendo il loro potenziale di innovazione e competenze con interventi coraggiosi in favore della famiglia e dell’autonomia economico-lavorativa delle giovani generazioni. Sull’esempio di quanto già accade in Europa. E questo richiede un deciso impegno e una responsabilità da parte di tutti gli attori sociali e della politica, per superare i ritardi e gli ostacoli cumulati sino ad oggi.

Il nostro Paese, infatti, è in una situazione critica per il tasso di occupazione femminile e la quota di giovani privi sia di impiego e sia di studi. Basti pensare che il tasso di occupazione femminile è di quasi venti punti inferiore a quello degli uomini, con il divario peggiore in Europa. E che i giovani che non studiano e non lavorano oggi in Italia ammontano oggi al 23,3% della popolazione tra i 15 e i 29 anni (quasi un giovane italiano su quattro). Un quadro che la pandemia ha ulteriormente peggiorato. Per la prima volta dal 2013, il tasso di occupazione femminile è sceso nel 2020 sotto il 50% (al 49%). Il dato per le donne giovani è ancora più allarmante, 33.5%, così come quello del tasso di occupazione femminile nel Mezzogiorno (32,5%).