Screditare la destra in America è più facile. L’indecifrabile TikTok. Scriba indiani al servizio della Russia. Ognuno di noi è stato ingannato. La Bibbia dei negazionisti. Il serio business di essere un social influencer.

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Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

Screditare la destra in America è più facile

Come sottolinea un’analisi del Washington Postsi sta registrando un problema di disinformazione anche nei media americani mainstream. Per comprendere la chiusura epistemica in atto, si può prendere come spunto di riflessione il caso avvenuto nell’ottobre del 2020 riguardante le e-mail di Hunter Biden, il figlio dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Il New York Times ha affermato di aver avuto accesso a e-mail private di Hunter Biden, da un laptop abbandonato misteriosamente in un centro di riparazioni del Delaware. Tra le altre cose, quelle e-mail suggerivano che il figlio di Biden avesse cercato di utilizzare l’influenza della famiglia per affari internazionali. Tutto nel bel mezzo delle elezioni americane. L’autenticità delle mail è oggi fuori discussione ed è in corso un’indagine della procura federale sul figlio del presidente e i suoi affari con soci e società stranieri. Ciò che suscita stupore è che la notizia sia trapelata solo di recente e che solo ora tutte le testate si stiano scusando per non averla pubblicata. Twitter ha bloccato la storia, citando la sua politica che vietava i “materiali violati” e Facebook l’ha condivisa ma ha ridimensionato la storia negli algoritmi del feed di notizie. Altri media hanno sostenuto che la notizia non fosse stata verificata. Questo atteggiamento di cautela potrebbe apparire ragionevole, se non fosse che la stessa prudenza non viene impiegata in molti altri casi. Nel settembre 2020 il New York Times ha rivelato i dettagli di due decenni di dichiarazioni dei redditi personali e aziendali di Donald Trump. È molto probabile che chiunque abbia fatto trapelare le informazioni avesse il dovere legale o fiduciario di mantenerle riservate. Eppure, la storia è stata pubblicata. Ovviamente si può replicare che sta accadendo la stessa cosa a destra, anzi con esiti peggiori. Infatti, alcuni media di destra hanno sostenuto le cospirazioni elettorali e stanno oggi negando la responsabilità della Russia nel conflitto con l’Ucraina. Si sta dunque sviluppando una chiusura epistemica da entrambi i lati: è più semplice credere a una notizia screditante sulla destra americana piuttosto che sulla sinistra e quando si trova qualche ragione valida per non crederci si passa oltre. Tuttavia, è bene trovare una soluzione per i media mainstream, perché siano degni della fiducia dei lettori e si fidino a loro volta delle notizie.

L’indecifrabile TikTok

Una decina di giorni dopo l’invasione russa in Ucraina, TikTok ha annunciato di aver sospeso la pubblicazione di nuovi post provenienti da account russi, per via della nuova legge sulle fake news adottata dal Cremlino. Come riportato da Wired, la società non ha però rilasciato nessuna dichiarazione sull’introduzione di un blocco che impedisce agli utenti di TikTok in Russia di vedere contenuti pubblicati da profili al di fuori dei propri confini. Un report di Tracking Exposed, gruppo italiano specializzato nel monitoraggio dei social media, evidenzia come TikTok abbia confinato i suoi utenti russi in un’ampia cassa di risonanza con l’obiettivo di placare il governo del presidente russo Putin. Ma all’interno di questa enclave digitale, account russi continuano a pubblicare contenuti a favore dell’invasione dimostrando una chiara manipolazione dell’ecosistema dell’informazione su TikTok. Il monitoraggio della piattaforma non è semplice: Meta e Twitter forniscono Api (application programming interfaces) per aiutare i ricercatori ad analizzare cosa circola sulle loro piattaforme, a differenza di TikTok, che complica le indagini sul suo ruolo nella diffusione di informazioni accurate o meno sulla guerra in Ucraina. Nel frattempo, come riportato dal Washington PostMeta sta pagando una delle più grandi società di consulenza repubblicane del paese, Targeted Victory, per orchestrare una campagna nazionale che orienti il pubblico contro TikTok. Attraverso una serie di e-mail, la società di consulenza cerca informazioni su eventuali tendenze negative per i giovani derivanti dall’utilizzo della piattaforma cinese. Targeted Victory ha anche lavorato per amplificare la cattiva reputazione di TikTok attraverso un documento di Google intitolato “Bad TikTok Clips”, che è stato condiviso internamente e comprendeva link a dubbie storie di notizie locali che citavano TikTok come origine di tendenze adolescenziali pericolose.

Scriba indiani al servizio della Russia

Nei giorni seguenti l’invasione russa dell’Ucraina, migliaia di account Twitter indiani hanno condiviso messaggi di sostegno a Vladimir Putin. A riportarlo è The New York Times, che sottolinea come i diversi post apparsi sulla piattaforma hanno cercato di deviare le critiche al conflitto in essere, quindi influenzare l’opinione pubblica portando avanti  narrazioni pro-Russia concentrate sull’etnonazionalismo e sull’ipocrisia occidentale in merito alla guerra. Tutte queste azioni hanno portato al proliferare dell’hashtag #IStandWithPutin in diversi angoli del globo. Potrebbe esserci una correlazione tra questi cinguettii e il Cremlino, non a caso un portavoce di Twitter ha fatto sapere che la società sta indagando sulla vicenda; identificare queste vere e proprie campagne di influenza, però, appare ulteriormente complicato vista la divisione dell’opinione pubblica in India: mentre alcune persone si sono opposte con veemenza alla guerra, altre hanno manifestato il loro sostegno alla Russia. In tutta questa situazione, l’ambasciata russa in India ha utilizzato Twitter per istruire i media indiani a non usare la parola “guerra”, ma a riferirsi invece a essa come una “operazione militare speciale“.

Ognuno di noi è stato ingannato

In un articolo del Financial Times, Tim Harford, economista, giornalista e divulgatore scientifico britannico, ha voluto elencare i cinque modi per combattere la disinformazione. Fin da piccoli, ognuno di noi è stato vittima di una bugia o fake news e nel corso degli anni, con le nostre esperienze, abbiamo imparato a riconoscerle e gestirle al meglio. Oggi, con i nuovi mezzi di comunicazioni e con le discussioni che diventano sempre più globali e ampie, può diventare difficile riconoscere una fake news, capire la differenza tra disinformazione accidentale e disinformazione deliberata. L’informazione costante e confusa di oggi ci rende più distratti, ed è proprio per questo che dovremmo rallentare e prestare più attenzione ai contenuti, alle fonti e alle nostre stesse reazioni; a volte sono i contenuti più semplicistici e immediati che ci traggono in inganno. Diventa inoltre essenziale, in questo contesto di infodemia, riconoscere il ruolo dei giornalisti e dei giornali, discostandoli dalla home di Facebook. Oggi non possiamo neanche permetterci di rifiutare tutte le informazioni che riceviamo ma dobbiamo piuttosto impegnarci per capire la differenza tra verità e bugia ricordando di non perdere di vista ciò che conta. Vicino a noi in questi giorni si sta combattendo una guerra fatta di armi e di vittime. Noi dalle nostre case e dai nostri pc abbiamo un compito importante ossia assumere la responsabilità di ciò che leggiamo, ascoltiamo, crediamo e condividiamo ricordandoci che anche un post, un messaggio o un contenuto che può sembrare piccolo o di poco peso può avere ripercussioni determinanti nella vita di ognuno.

La Bibbia dei negazionisti

A gennaio 2021, le tesi complottiste dell’ingegnere tedesco Steffen Löhnitz, secondo cui il governo austriaco avrebbe falsificato il numero dei contagi Covid per giustificare un nuovo lockdown, divennero rapidamente virali tra le file dei negazionisti della pandemia. Interessante a tal proposito, come evidenzia un articolo di Internazionale, il ruolo giocato da un gruppo religioso dissidente cinese nella propagazione di queste tesi. L’Epoch Times (nella sua versione tedesca), ovvero un’agenzia di comunicazione statunitense fondata da seguaci del movimento Falun Gong, impiegò ingenti forze nel promulgare queste e altre fake news relative alla pandemia. Epoch Times non è legato al governo cinese, dal quale è stato anzi costretto a fuggire per le sue posizioni critiche, e ha invece fornito ampio sostegno a Donald Trump nelle elezioni del 2016, le cui tesi ha poi abbracciato. Si tratta di un caso insolito di ampia organizzazione strutturata a livello internazionale non legata ad un progetto governativo, che ha fatto propria la missione di acquisire visibilità e seguaci nel mondo, uscendo in 31 lingue e divenendo una fonte primaria tra negazionisti e complottisti in tutto il globo. Tra le tesi promulgate, in Germania ha preso maggiormente piede quella secondo cui la pandemia sarebbe parte di un piano di una misteriosa élite globale. Della storia, pratiche e filosofie dell’Epoch Times, descritte in dettaglio nell’articolo menzionato, si evidenzia la motivazione alla base del suo sostegno a Trump, ossia la profonda inimicizia con Pechino, e lo scetticismo del movimento verso scienza e medicina moderna, spiegando la sua avversione verso i vaccini. 1,5 milioni di follower in Francia, 350 mila in Italia, 7 milioni in lingua spagnola su Facebook e 25 milioni di iscritti su YouTube.

Il serio business di essere un social influencer

Si può dire che un trend ha raggiunto il mainstream quando le autorità fiscali lo raggiungono. Come riporta The Economist, recentemente la Cina ha promesso un giro di vite sull’evasione fiscale per gli influencer dei social media, che sono pagati dai marchi per promuovere prodotti online ad eserciti di followers. Una delle grandi star cinesi, Viya, conosciuta come la regina del live-streaming, è già stata multata di 210 milioni di dollari per non aver dichiarato il suo reddito. La dimensione di questa multa mostra la scala pura dell’industria, che rappresenta il 12% delle vendite online in Cina. Per tutti i brand è arrivato il momento di capire che quello dell’influencer è più di un semplice hobby. Inizialmente liquidati come ragazzi della Gen-Z che avevano scambiato il postare selfie con l’avere un lavoro, questi imprenditori sono diventati un grande business, potenziato ulteriormente dall’impennata dell’e-commerce durante la pandemia. La spesa totale per gli influencer da parte dei marchi potrebbe raggiungere i 16 miliardi di dollari quest’anno.  Gli influencer aggiungono valore in diversi modi. Il loro ingaggio può permettere alle aziende di risparmiare denaro: Elon Musk è un influencer onorario la cui presenza online permette a Tesla di fare a meno di qualsiasi pubblicità convenzionale (General Motors ha speso 3,3 miliardi di dollari nel 2021). Le reti degli influencer raggiungono un nuovo pubblico, in particolare gli acquirenti più giovani. I marchi globali possono localizzare il loro appeal stringendo accordi con loro. Eppure, un terzo dei marchi non usa gli influencer perché temono di macchiare la loro reputazione. Nonostante questo, il magazine inglese sostiene che ignorare gli influencer è un errore. 

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale.Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: https://www.storywordproject.com/