Addio a Carlo Gregoretti, tra i fondatori dell’Espresso. Il ricordo di Marco

Condividi

Se ne è andato Carlo Gregoretti, un pezzo del giornalismo di qualità italiano. Aveva 91 anni e a leggere le dichiarazioni dei suoi famigliari, è morto a causa del Covid.
Giovanissimo lavorò con la squadra dei fondatori del settimanale ‘L’Espresso’. Divenne noto alle cronache per una serie di articoli riguardanti strane manovre avvenute all’interno del Sifar, il Servizio informazioni forze armate sciolto nel 1966. Nel 1969 pubblicò un articolo dal titolo ‘Il generale Gaspari accusa l’ex capo del Sifar. Perché De Lorenzo fa
ancora paura’, a commento di una lettera inviata dal generale Paolo Gaspari al periodico a tutela della propria onorabilità e contro il generale Giovanni De Lorenzo, e per il quale venne processato a Roma per diffamazione.

Passato a ‘Panorama’, Gregoretti negli anni Ottanta di cui è stato vicedirettore , è stato poi nominato direttore di ‘Epoca’. Quando Mondadori tentò l’avventura televisiva, curò “Gli speciali di Retequattro”, un programma di approfondimento giornalistico in onda su Rete 4 dal 1982 al 1984..
Nel 2015 la giuria del Premio Arrigo Benedetti gli ha assegnato un premio speciale per “l’esempio e la lezione di giornalismo”.
Pubblichiamo qui di seguito la testimonianza di Marco Gregoretti, firma nota, come inchiestista di ‘Panorama’ che racconta il suo rapporto con “lo zio” e come Carlo Gregoretti intendeva il giornalismo.

La mia ancora è questa. Funziona sempre, anche nei momenti in cui mi faccio domande scomode su me stesso: “Marco, la vita difficile nel nostro mestiere la incontrano quelli bravi. E tu sei bravo”. “Zio” Carlo Gregoretti, che in realtà era il cugino prediletto di mio padre Luciano, in quanto figlio del fratello di mio nonno, ma, per un rispetto generazionale, io l’ho sempre chiamato zio, mi regalò questa perla di saggezza quando gli raccontai che qualcuno mi stava mettendo i bastoni tra le ruote, che ricevevo minacce e che piovevano querele. Personalmente mi sentivo scemo, invece lui mi disse che ero bravo e che dovevo farmene una ragione: sarebbe stato sempre così. Non so, in realtà, se io sia bravo o meno, però, in effetti, sul resto… Il mantra di zio Carlo, fisso nella mia testa e nella mia pancia, pulsa forte nei momenti down. Credetemi, mi fa volare. Forse lui non lo sapeva, oppure sì, chissà, ma Carlo Gregoretti è stato, ed è tuttora un mio faro professionale, un modello di riferimento e se ho un rimpianto è quello di non essere stato con lui tutto il tempo che avrei voluto. Forse per timidezza e per paura che pensasse a un mio “opportunismo”, nonostante fosse chiaro che non mi avrebbe mai dato una spintarella, perché un giornalista diventa tale e conquista la fiducia dei colleghi più anziani e dei direttori soltanto se si fa il mazzo e se se la sbriga da solo. Per cui, paradossalmente, il mio cognome “pesante” nel mondo dell’editoria è stato in realtà un ostacolo in più da superare.
Beh, non vi dico la gioia il giorno in cui mi accorsi che quando zio Carlo leggeva Panorama andava a cercare i miei articoli. I pezzi firmati Marco Gregoretti, che è anche il nome di uno dei suoi cinque figli, di mio cugino. Ecco quel giudizio positivo a me e al mio lavoro veniva dato da un mito assoluto del giornalismo italiano, da un super inviato, coraggioso e un po’ incosciente (come suo nipote) e da un direttore creativo, e fantasioso, con un gusto per la fotografia straordinario, come, tenendo in squadra gente del calibro di Mauro Galligani e di Giorgio Lotti, capimmo tutti quando fu direttore di Epoca.
In casa, in famiglia (e di giornalisti ce ne sono un bel po’ nel mio parentame…), da bambino e da ragazzo bevevo silenzioso e a bocca aperta i racconti avventurosi che lo precedevano. Le sue performance di abile pescatore subacqueo, i suoi reportage dalle trincee della guerra in Viet-Nam, dove contava i proiettili che cadevano vicino a lui citandone la marca e il calibro, il rischio che corse nei giorni in cui una Watussi lo sequestrò impedendogli di farci arrivare qualsiasi notizia. Una strizza boia, risolta anche per l’intervento di altri zii…
E poi quella sfida etica che tanto gli costò contro un caso di pedofilia che riguardava una persona molto famosa. E che in seguito, come mi raccontò pochi anni fa, gli procurò tanta amarezza nei confronti di colleghi, poi diventati importanti, a cui lui aveva insegnato il mestiere.

Carlo Gregoretti il giornalismo lo aveva nel sangue: “Anche se” mi disse “Io sono diventato giornalista più o meno per caso, perché ero avviato alla carriera in diplomazia”. Vorrei raccontare allo sfinimento gli aneddoti che zio Carlo mi ha raccontato l’ultima volta che sono andato a pranzo da lui e da zia Chicchi a mangiare un polpettone all’arancia da leccarsi le dita: era un cuoco multietnico e raffinato. Ma io lo saluto con un ricordo personalissimo: quando bambino di dieci anni stavano seppellendo il mio giovane papà al cimitero del Verano, a Roma. Ero stordito e sentivo le voci delle persone come un ronzio intorno a me. Zio Carlo mi mise il braccio sulla spalla, mi portò distante da quel vociare. E mi disse: “Tuo padre era un grande!”.

Marco Gregoretti