Con Biden la stampa si annoia. Tutelare l’immagine a discapito della salute. Una battaglia silenziosa. La Fox News di Carlson. Il nuovo giocattolo di Murdoch. Make social better. Meglio la cara vecchia TV.

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Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

Con Biden la stampa si annoia

Per i giornalisti americani avere l’accesso alle conferenze stampa della Casa Bianca e dare copertura alle notizie presidenziali è sempre stato un punto di arrivo nella carriera e un trampolino di lancio verso altre opportunità lavorative di prestigio. Tuttavia, come scrive Politicoda quando è arrivata l’amministrazione Biden questo ruolo, pur rimanendo importante, è diventato noioso. Sono finiti i Tweet che mandavano in tilt le redazioni, gli scontri con la stampa e le discussioni che avevano caratterizzato l’era di Trump. Per la maggior parte degli americani questo cambiamento è stato un sollievo, ma per i giornalisti è diventato più difficile creare interesse attorno alla politica presidenziale. Nei primi anni di Barack Obama i corrispondenti facevano la fila pur di partecipare alle conferenze stampa e rivolgere domande al presidente; Trump è stato una scossa per il mondo dell’informazioni americana e ha contribuito a tenere vivo l’interesse su di sé e sulla Casa Bianca. Ora Biden rappresenta una sorta di sedativo: anche se non mancano le polemiche, il suo staff esercita un controllo molto maggiore sulle sue interazioni con i media. Il presidente rilascia poche interviste e il suo team di comunicazione segue una politica informale di non impegnarsi in storie di pettegolezzi. L’addetta stampa Jen Psaki esprime raramente emozioni, parla lentamente ed evita lunghi confronti con i giornalisti. Di conseguenza, le reti televisive di più alto profilo stanno diminuendo gli investimenti nella copertura della Casa Bianca. In questo contesto, è emersa una personalità giornalistica in grado di creare audience sulla presidenza: Peter Doocy, conduttore di Fox News, che segue Biden da quando ha lanciato la sua campagna. Rispetto ai suoi colleghi adotta un atteggiamento decisamente diverso, ovvero ha mantenuto regolarmente la sua attenzione su argomenti che interessano il pubblico di Fox News, anche a costo di lanciare evidenti provocazioni: i crimini al confine meridionale e nelle grandi città, il figlio del presidente Hunter Biden, i prezzi del gas e la politica energetica degli Stati Uniti. I reporter, dunque, quando non lo creano, aspettano ogni giorno uno scoop e vogliono capire quali stelle del giornalismo emergeranno dall’amministrazione di Biden.

Tutelare l’immagine a discapito della salute

La gestione dell’emergenza Covid non viene affrontata in Cina nei modi di una pandemia, bensì, nelle parole e nei fatti, come una vera e propria guerra. Come spiega un articolo dell’Economist, se nell’ottica occidentale con il virus è necessario venire a compromessi, cercando un equilibrio tra le esigenze sanitarie, economiche e sociali, la politica “zero Covid” instaurata del governo di Pechino invece non pare ammettere la possibilità di una sconfitta, né vuole arrendersi ad un’evidenza: che l’unica strada possibile è rendere il virus una malattia endemica gestibile, e non la sua radicale estirpazione. Massicci arruolamenti di “soldati” contro il “nemico invisibile”, con una retorica dai sapori marziali, dati sanitari nascosti al pari di segreti militari, interi quartieri o città sigillate con spietatezza, metodo fatto proprio dai funzionari locali, che, timorosi delle ripercussioni minacciate, innalzano i controlli a livelli disumani. Anche buona parte del personale addetto alle vaccinazioni è stato riassegnato alla ricerca sistemica degli infetti, al pari di ricercati. La campagna vaccinale, intanto, procede a rilento, ricorrendo oltretutto ad un vaccino meno potente di quelli sviluppati in occidente, che tuttavia non sono ammessi. Una politica ferrea che ha garantito al paese il minor tasso di contagi al mondo, ma che non vede un percorso d’uscita concreto. Perché risponde ad un diverso obiettivo: una lotta non sanitaria, bensì ideologica, nel tentativo di affermare nel mondo l’immagine di forza ed efficienza del governo cinese.

Una battaglia silenziosa

Mentre l’Europa continua ad essere pervasa da propagande nazionaliste e infodemia, il principale club della stampa di Hong Kong si è arreso di fronte a un nuovo regime repressivo. Tutto parte dall’arresto di Allan Au, giornalista di lunga data e media trainer di Hong Kong, fermato con il sospetto di aver incitato ad un’insurrezione e poi rilasciato su cauzione. Come raccontato da The Atlantic, i membri del comitato per la libertà di stampa del Foreign Correspondents’ Club (FCC) di Hong Kong hanno ritenuto opportuno richiamare l’attenzione alla situazione ma, in un periodo in cui il controllo della comunicazione è essenziale per i regimi autoritari come la Cina e anche la Russia, anche la FCC si è sentita bloccata dagli ordini politici di Pechino. Con l’autocensura e il nascondersi dietro luoghi comuni, la FCC rischia adesso di continuare ad essere poco più di un organismo decorativo che serve a mascherare la disgregazione che avviene invece all’interno. In particolare, infatti, il comitato FCC ha votato per sospendere gli Human Rights Press Awards per la preoccupazione di mettere in pericolo ed esporre troppo i giornalisti e agenzie indipendenti, già sotto il mirino del governo cinese. Come sarà possibile preservare in questo clima di grande inquietudine il giornalismo e l’informazione ad Hong Kong? 

La Fox News di Carlson

Tucker Carlson, negli anni, ha rimodellato Fox News. Quando Donald Trump era presidente degli Stati Uniti, Fox News faceva da megafono dei principali messaggi della Casa Bianca. Come riporta The New York Times, la star più quotata dell’emittente via cavo era Sean Hannity, che era solito dedicare il suo show alle battaglie quotidiane di Trump con i democratici. In tutto questo Carlson sembrava geloso del successo del collega, cosa che lo ha portato a ideare “Tucker Carlson Tonight“, show che avrebbe abbracciato il trumpismo più che Trump stesso raccontando storie imprecise ma che riguardavano le paure degli spettatori americani. Con questo programma Carlson ha forgiato una relazione con Lachlan Murdoch (vedi Editoriale 25), l’erede apparente della famiglia Murdoch che sarebbe diventato assoluto sostenitore dello show esprimendosi molto spesso a sua difesa perché contenitore di “libera inchiesta”. Secondo ex dipendenti di Fox News, però, le provocazioni di Tucker Carlson sono state parte di una minuziosa campagna per costruire e mantenere il pubblico della Fox: un esperimento che è riuscito selvaggiamente a sostenere la macchina del profitto del signor Murdoch contro il declino a lungo termine degli abbonamenti alle notizie via cavo. Insomma, dietro all’apprezzamento di Carlson verso Trump si cela molto altro.

Il nuovo giocattolo di Murdoch

Nel suo primo show in prima serata su TalkTV, un canale TV e streaming lanciato lo scorso 25 aprile, Piers Morgan ha esordito citando Nelson Mandela: “Come avrebbe potuto dire Nelson Mandela, è stato un lungo cammino verso la libertà di parola!”. Come riporta l’Economist, il suo primo intervistato, Donald Trump, potrebbe essere l’unica persona al mondo che può far sembrare Morgan una persona timida. TalkTV è la new entry dell’impero mediatico di Rupert Murdoch, che nel 2018 aveva già provato a prendere il pieno controllo di Sky senza successo, restando senza partecipazioni in un’emittente britannica per la prima volta in decenni. Ha anche considerato di investire in GB News, ma ha ampiamente deluso negli ascoltiTalkTV ha alcuni importanti vantaggi: il primo è il significativo volume di giornalismo che News UK, il braccio britannico di News Corp, già produce. Oltre a TalkRadio, la sportiva TalkSport e Times Radio, l’azienda pubblica giornali tra cui il Times e il Sun. In secondo luogo, TalkTV si sta concentrando molto sulle piattaforme online, puntando a generare viralità e a vendere spazi pubblicitari. Il terzo vantaggio è Morgan. Il presentatore ha un talento per lo spettacolo e una media di 317.000 persone ha guardato la sua intervista con Trump, il doppio di coloro che si sono sintonizzati sul canale di notizie della BBC alla stessa ora. Nic Newman, dell’Istituto Reuters per lo Studio del Giornalismo all’Università di Oxford, osserva che, nonostante gli spettatori nei sondaggi spesso dichiarino di apprezzare l’imparzialità nelle notizie, il successo di stazioni come LBC mostra anche l’importanza dell’intrattenimentoSe TalkTV riesce ad ottenere il giusto mix, ha la possibilità di convincere i britannici ad abbandonare i canali di notizie più equilibrati.

Make social better

“Sono cresciuta in una generazione che condivide troppo per essere ascoltata. Solo attraverso il lento ed estenuante processo di imparare cos’è la privacy sto davvero iniziando ad ascoltare me stessa”. Scrive così sul The Guardian la giornalista Moya Lothian-McLean in un’analisi sull’uso spesso non controllato dei social media. Oggi più che mai aziende, persone, istituzioni veicolano i propri contenuti, in una gara costante come a dire “anche io ci sono”. Di anni ne sono passati dalla fondazione di Facebook nel 2004, eppure a distanza di tempo ci si trova a porsi domande “sul potere, la censura e la sicurezza” delle piattaforme. Partendo dall’accordo di Elon Musk per rendere Twitter privato The New York Times analizza le possibili soluzioni al limbo in cui i social si trovano tra una spinta alla massimizzazione del profitto e una proposizione non accurata e spesso divisiva dei contenuti, tacciati di fomentare odio e violenza. Una problematica, quella degli algoritmi che scelgono cosa vediamo e quando lo vediamo nei nostri feed, a cui l’Europa sta cercando di porre un freno legale contrastando la tossicità che talvolta trapela dalle piattaforme e dagli influencer (vedi Editoriale 77), specchio del ruolo controverso che i social ricoprono: da una parte la spinta a voler monetizzare da parte delle aziende che si affidano a queste “nuove” figure per comunicare i propri contenuti, dall’altra una mancanza di coerenza e di valore sociale che talvolta sfocia nella condivisione di feed “tossici”. Non a caso Dean Baquet, direttore esecutivo del New York Times, considera Twitter “come uno dei principali motori di molestie e abusi” (vedi Editoriale 78).

Meglio la cara vecchia TV

La Russia è in gran parte un paese di persone anziane e povere, e l’85 per cento della popolazione si informa tramite la televisione, il principale veicolo della propaganda russa e il modo in cui il regime di Vladimir Putin raccoglie consensi e diffonde la propria versione dei fatti sulla guerra in Ucraina. Come riporta il Post, il messaggio di base trasmesso dal regime russo e ripreso dalle televisioni è ormai noto anche al pubblico occidentale: semplificando molto, l’invasione dell’Ucraina viene definita una “operazione militare speciale” per difendere le popolazioni russofone dell’Ucraina, che sarebbero oppresse e vittime di un “genocidio” perpetrato dal regime “nazista” che ha preso il potere a Kiev. Una categoria a parte sulle tv russe sono i talk show. Oltre a essere molto popolari, questi hanno una funzione importante perché, rielaborando e ripetendo continuamente il messaggio della propaganda di stato, lo rendono via via più facile da accettare e interiorizzare. E per esigenze di spettacolo e di ascolti gli ospiti dei programmi d’informazione russi a volte dicono cose mediamente molto più estremiste dell’opinione pubblica comunemente accettata e, in Russia, perfino più radicali del messaggio abituale della propaganda. L’importanza della tv di stato per il regime russo è difficile da sottostimare, soprattutto perché la diffusione della propaganda televisiva sembra funzionare. Il ricercatore di origini russe Anton Shirikov ha spiegato come vari sondaggi abbiano mostrato che i cittadini russi spesso preferiscano la tv di stato, che è ben finanziata e capace di creare contenuti avvincenti, rispetto ai media indipendenti. È anche comprensibile che la propaganda risulti preferibile, soprattutto quando l’alternativa è dover accettare una realtà piuttosto dura, in cui il proprio paese viene presentato come un invasore che compie crimini di guerra, anziché come un liberatore benvoluto.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: https://www.storywordproject.com/