Mark MacGann (Foto Ansa)

Uber Files: il lobbista MacGann dietro alle rivelazioni

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Esce allo scoperto l’informatore che ha dato via all’inchiesta internazionale sull’azienda americana

Con un’intervista esclusiva, il Guardian ha rivelato chi è l’informatore dietro alle rivelazioni che dal 10 luglio stanno investendo il colosso Usa Uber. L’artefice è l’irlandese Mark MacGann, 52 anni, dipendente dell’azienda tra il 2014 e il 2016, come capo lobbista per Europa, Medio Oriente e Africa.

Il lavoro investigativo

Nome in codice ‘Uber files’, l’inchiesta ha coinvolto 180 cronisti di 44 testate internazionali, provenienti da 29 paesi. Le Monde, Bbc, Washington Post, El Pais, Sueddeutsche Zeitung, L’Espresso sono alcuni dei giornali che, come scrivono Paolo Biondani e Leo Sisti sul settimanale ex Gedi, fresco di passaggio a Danilo Iervolino, “hanno analizzato per più di sei mesi, insieme, oltre 124 mila documenti interni della multinazionale, ottenuti dal quotidiano inglese The Guardian e condivisi con l’International Consortium of Investigative Journalists (Icij)”.

I documenti coprono un arco di tempo di 5 anni, dal 2013 al 2017, e mostrano come i dirigenti dell’azienda abbiano esercitato pressioni sui politici di tutto il mondo per ottenere favori e abbiano negoziato accordi di investimento con oligarchi russi ora sanzionati. Metodi spregiudicati portati avanti dal co-fondatore Travis Kalanick – poi costretto alle dimissioni nel 2017 – per far diventare l’azienda un leader del settore di trasporti, sconvolgendo il settore dei taxi.

Travis Kalanick (foto Ansa)
Travis Kalanick (foto Ansa)

I politici citati

Nella gigantesca opera di lobbying la compagnia avrebbe cercato di ottenere il sostegno, “corteggiando con discrezione”, primi ministri, presidenti, miliardari, oligarchi e tycoon dei media.
Diversi i nomi dei politici citati. Come Emmanuel Macron che, quando era ministro dell’economia avrebbe fornito un “aiuto spettacolare”, lavorando con l’azienda per riformare le leggi del settore.
O ancora la ex commissaria europea per il digitale Neelie Kroes, che pare fosse in trattative per unirsi a Uber prima della fine del suo mandato, a novembre 2014, o l’attuale presidente Usa, Joe Biden

‘Italy – operazione Renzi’

C’è anche un risvolto italiano nell’inchiesta Uber Files. ‘Italy – Operation Renzi’, il nome, spiega l’Espresso, per una campagna di pressione, dal 2014 e il 2016, per agganciare e condizionare l’allora presidente del consiglio e alcuni ministri e parlamentari del Pd.
Nelle mail dei manager americani, Matteo Renzi viene definito “un entusiastico sostenitore di Uber”. Per avvicinarlo, Uber utilizzò, oltre ai propri lobbisti, personalità istituzionali come John Phillips, in quegli anni ambasciatore degli Stati Uniti a Roma.

Ma il leader di Italia Viva ha spiegato di non aver “mai seguito personalmente” le questioni dei taxi e dei trasporti. E comunque il suo governo – ha precisato L’Espresso – non ha approvato alcun provvedimento a favore del colosso californiano.