Ernesto Assante (Foto Ansa)

Scalfari, il ricordo dei ‘suoi’ giornalisti

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Ospitiamo il ricordo di Fabio Bogo, Giuseppe Casciaro e Ernesto Assante su Eugenio Scalfari.

Quello strano rito dell’editoriale
di Fabio Bogo

L’editoriale di Eugenio Scalfari, da pubblicare in apertura nel giornale di domenica, arrivava tramite uno stenografo. Perché il fondatore di Repubblica, lasciata la direzione del quotidiano ad Ezio Mauro nel 1996, non amava mettersi alla macchina da scrivere il sabato pomeriggio, e preferiva dettare a braccio, coadiuvato da qualche appunto che aveva preso a mano durante la settimana. Così l’editore, nel rispetto religioso delle prerogative di Scalfari e consapevole dell’importanza che quel commento aveva per un pubblico di lettori legato a lui in un legame di dipendenza culturale e intellettuale, aveva deciso di mantenere solo uno stenografo nell’organico di Repubblica. Solo uno. E il suo compito prevalente era quello di trascrivere il pensiero del fondatore e mandarlo per la correzione in direzione.

Fabio Bogo
Fabio Bogo

Ho lavorato per quasi vent’anni nella direzione di Repubblica che ho lasciato nel 2021, prima come caporedattore centrale e poi come vicedirettore, e ricordo bene il rito di quei sabati. Eugenio, che aveva in mattinata spesso uno scambio di idee con Ezio Mauro, chiamava verso le 16. Chiedeva se c’erano novità, si discuteva di qualche tema politico o economico e poi spiegava il senso del ragionamento che ti avrebbe consegnato. Era sempre un pensiero largo il suo, spesso difficile da maneggiare. E se diceva “Stavolta farò una cosa breve” potevi essere certo che sarebbe invece stato un testo lunghissimo, costringendoti a fare i salti mortali per impaginarlo negli spazi stretti dei commenti.
Alle 19 arrivava la seconda telefonata. Voleva sapere che titolo era stato fatto: se piaceva replicava subito soddisfatto, una pausa più lunga del solito era invece una cortese insoddisfazione, che ti suggeriva di cambiare: e allora dicevi “preferisci invece che facciamo così?”.

Scalfari non è mai stato il mio direttore, sono arrivato quando lui aveva già lasciato l’incarico. Nei suoi confronti ho avuto inizialmente quella soggezione che si prova quando si incontra e si lavora con un monumento del giornalismo. Una soggezione che ha smantellato lo stesso Scalfari, trattandoti subito come uno della famiglia di Repubblica, della sua Repubblica. I mattoni della soggezione si sgretolavano quando chiamava a sorpresa in settimana per sapere come andava la borsa. Dovevi saperlo, perché lavoravi all’Ufficio centrale di Repubblica. O quando chiamava la domenica per sapere cosa aveva fatto la Roma.
Dovevi saperlo, senza indugio, perché eri nella direzione di Repubblica. Scalfari era esigente, con sé stesso e con tutti i suoi collaboratori, che per lui dovevano rappresentare il meglio del giornalismo italiano. Sapere sempre cosa succede, e saper fare il giornale. Così ho capito perché Eugenio Scalfari, per i colleghi che mi hanno preceduto e che con il fondatore hanno condiviso i primi 20 anni di Repubblica, era Barbapapà: una guida, un padrone, un motivatore, un dirigente, ma soprattutto un padre, ieratico ma benevolo. Un capofamiglia.

Ed è di quel capo famiglia che ho un ricordo particolare. Era un sabato ed Eugenio era ricoverato in condizioni serie in una clinica romana dopo un pesante intervento chirurgico. C’era forte preoccupazione, in famiglia e nella cerchia ristretta di amici e collaboratori, il fisico era debilitato e l’intervento chirurgico era durato ore. Alle 16 era ancora sedato ed incosciente, il commento quella settimana non ci sarebbe stato. Il tam tam del pessimismo cresceva. Alle 19 squilla il telefono. Era lui. Non ho quasi avuto il tempo di chiedergli come stava che già stava ragionando sul futuro: “Ciao, ho sentito la presidente della Camera poco fa, mi ha fatto gli auguri. Ma mi ha raccontato una cosa che ti segnalo. Ha deciso di proporre di intitolare strade di Roma a più eroi del Risorgimento, Una cosa bella, no?”.
Credo di aver risposto di sì. Credo. Perché voce ne avevo poca, e quello che ricordo è che stavo per piangere.

Quel direttore garante dei suoi giornalisti
di Giuseppe Casciaro

Il 28 aprile del 1989, era di venerdì, avevo appuntamento con il capo redattore degli Spettacoli, Orazio Gavioli, per incontrare il direttore di Repubblica, Eugenio Scalfari: la sua azienda, il suo giornale, aveva deciso di assumermi. Non c’eravamo visti prima, solo un curriculum portato a mano in redazione, a piazza Indipendenza, e quattro chiacchiere quasi di circostanza scambiate con il capo degli Spettacoli.
Ovviamente la notte precedente non riuscii a prendere sonno: per la piega che stava prendendo la mia vita professionale (e la mia vita in genere) e per il fatto che avrei incontrato Scalfari.

Aveva già 65 anni il direttore ma sembrava un eterno ragazzo che rivelava la età vera solo grazie alla sua fitta proverbiale barba bianca.
Orazio bussò alla sua porta, una voce serafica rispose: avanti. Entrammo. Fui presentato e il direttore ci invitò a sederci.
Ricordo ancora i battiti accelerati del mio cuore, non perché da quell’incontro dipendesse il mio futuro (che era già deciso) ma perché essere di fronte a quell’uomo di cui da anni seguivo e apprezzavo gli scritti mi eccitava e insieme mi impauriva.

Allora, di dove sei?, mi chiese, come a voler sciogliere quegli attimi segnati dalla mia eccessiva tensione già da lui notata. Sono calabrese, direttore. Anch’io, rispose lui veloce, come per farmi sentire più vicino, meno estraneo in quella mattina che segnò i miei giorni a venire. Non era nato in Calabria Eugenio Scalfari, ma ci teneva a definirsi calabrese, visto che il suo papà, Pietro, era nato a Vibo Valentia (il direttore nacque a Civitavecchia nel 1924).
Bene, disse dopo alcuni, pochi, minuti di amabile conversazione (il più e il meno, la famiglia, i miei interessi, il mio passato, le mie aspettative). Prese un foglietto di carta, che mi parve persino un poco sgualcito, strappato da un foglio probabilmente già usato, annotò il mio nome (“devo informare il comitato di redazione e l’ufficio del personale”, mi disse) e mi congedò, augurandomi buon lavoro, che sarebbe cominciato quattro giorni dopo, il 2 maggio 1989.

Giuseppe Casciaro
Giuseppe Casciaro

I primi giorni non osai neanche avvicinarmi alla sala della riunione dove ogni mattina erano convocati i capi dei settori ma dove in realtà passava tutto il giornale, dagli inviati ai redattori. Però chiedevo ai colleghi del mio settore che erano stati lì: cosa ha detto, cosa ha fatto? Poi una mattina, dopo le prime due settimane di permanenza, scesi anch’io nella saletta dell’ufficio centrale contigua al salone che ospitava i grafici.
Mi piazzai in un angolino e lo osservai per tutto il tempo: mentre sfogliava i giornali, mentre ascoltava a volte divertito spesso contrariato ma anche annuente il menu proposto dai capi dei settori; mentre parlava al telefono con ministri e segretari di partiti, presidenti di enti pubblici e privati; mentre lodava o redarguiva qualcuno e il suo lavoro.

Finché è rimasto alla guida di Repubblica (nel 1996 il direttore scelse Ezio Mauro come suo successore) ciascun redattore, ogni singolo impiegato del giornale si sentiva fiero di quel direttore che cavalcava le onde e le superava, con la tempra del grande timoniere. E tutti lo guardavamo, ammiravamo, salutavamo con rispetto e deferenza. Era il nostro fustigatore, se necessario, ma era soprattutto il garante del nostro lavoro, della nostra professione, della nostra libertà.

Eugenio Scalfari ha sempre cercato la strada migliore per far camminare il suo giornale e i suoi giornalisti. Erano altri tempi.

Quella volta che scoprì il trip hop di Bristol
di Ernesto Assante

Lo dico con certezza: senza Eugenio Scalfari forse io non sarei qui, non avrei avuto la vita e la carriera che ho avuto. Sono stato molto fortunato perché quell’incontro, invece, è avvenuto, tanti anni fa, nel 1979, quando ho iniziato a collaborare a Repubblica, chiamato da Orazio Gavioli. Ero giovanissimo, arrivavo dal Manifesto, avevo ventitrè anni e andare a Piazza Indipendenza, dove rapidamente trovai una scrivania da abusivo, era una gioia quotidiana. Sono cresciuto dentro Repubblica, sono stato formato da Repubblica, ho conosciuto il giornalismo e l’idea di quotidiano nel giornale di Eugenio Scalfari e sono stato, per questo, lo ripeto, estremamente fortunato.

Il giornale di quei tempi era assolutamente incredibile, davvero: non c’erano pagine di sport, gli spettacoli avevano uno spazio inaudito (arrivammo a un certo punto ad avere anche cinque o sei pagine al giorno), la cronaca era limitata all’essenziale, per il tema di cui io mi occupavo, ovvero la musica, c’era letteralmente una prateria.
Faccio un esempio, tanto per provare a far comprendere a chi legge la differenza con i giornali di oggi: la prima volta che fui spedito all’estero, 1981, fu perché proposi di andare a vedere un concerto a Londra di Rockin’ Dopsie, uno
storico musicista cajun della Louisiana che arrivava per la prima volta a suonare in Europa, e invece di farsi una risata, Gavioli disse di si, che era interessante e mi spedì a Londra. Il che vuol dire che Gavioli, quella mattina, andò in riunione e disse che avrebbe fatto fare a un giovane collaboratore un servizio a Londra sullo sconosciutissimo Rockin’ Dopsie e che Scalfari, bontà sua, gli deve aver detto che andava bene. Questa era Repubblica, attentissima a quello che accadeva nel mondo della cultura e degli spettacoli, pronta a seguire i consigli miei e di Castaldo, che era al giornale dal numero zero, in grado di farci fare, credo già nel 1982, addirittura una rubrica settimanale nella quale io e Gino facevamo le recensioni dei videoclip, perché erano la novità del momento.
Perché Scalfari era attentissimo a tutto. Quando alla fine del 1994 io, Gino e Roberto Campagnano gli proponemmo di fare un supplemento dedicato alla musica e alla cultura giovanile, Scalfari disse di si, perché pensava che Repubblica dovesse essere ‘multiforme’, che dovesse avere un contatto con il mondo in movimento attorno ai giovani.
Scalfari sapeva fiutare i fenomeni, i cambiamenti, anche se potevano sembrare apparentemente distanti da Repubblica, anche se, come disse quando prese in mano la prima copia di “Musica, rock e altro” nel 1995, “fate sembrare Repubblica molto vecchia”.

E fu la stessa cosa un anno dopo, nel 1996, quando con Vittorio Zambardino e Gualtiero Pierce andammo da lui per convincerlo che dovevamo sbarcare su Internet e, ancora una volta, lui disse di sì. Ricordo ancora la notte delle elezioni del 1996, quando per la prima volta andammo online, e Scalfari era con noi, a vedere cosa accadeva, come tutto cambiava, capendo che Repubblica doveva andare in quella direzione, dove andò affidandoci il progetto di Repubblica.it che aprì un anno dopo, nel 1997, ben venticinque anni fa.
Scalfari era così, leggeva tutto, sapeva tutto, controllava tutto. Non ci credete? Ve ne racconto un’altra: era il 28 aprile del 1998, e scrissi un pezzettino, una ventina di righe, un box nelle pagine spettacoli, intitolato “Elogio della lentezza”, dedicato alla scena trip hop di Bristol. La mattina del 28 ero in macchina e stavo andando al giornale quando ricevetti una telefonata dalla segreteria del direttore: “Il direttore ti vuole parlare”. Io, ovviamente, mi preoccupai. Che potevo aver combinato? Quale errore avevo fatto? Che problema poteva esserci per essere chiamato prima della riunione, dal direttore in persona? Me lo passarono e lui mi disse: “Ernesto, ho letto con interesse il tuo pezzo di oggi. Potresti farmi sentire le musiche di cui parli?”. A piazza Indipendenza all’epoca c’era un grande negozio di dischi, andai a comprargli gli album di Massive Attack, Portishead e Tricky e glieli portai. Ero stupefatto, Eugenio Scalfari, il direttore, aveva letto un boxino di venti righe negli spettacoli e voleva sapere cos’era il trip hop.

Lavorare con Scalfari significava dover essere all’altezza di quello che lui voleva, che lui sognava, che lui immaginava, niente di meno era accettabile. Una sfida, ovviamente, ma anche il modo migliore per crescere. Siamo stati fortunati noi “ragazzi” di Repubblica, il giornale in cui ho orgogliosamente militato per 42 anni, fortunati perché Repubblica era diverso da qualsiasi altro quotidiano, perché era un posto di lavoro meraviglioso, perché era un vulcano in continua ebollizione, perché eravamo una banda (di cui lui era l’indiscusso capo, amato, temuto, rispettato, osannato, divinizzato), perché eravamo diversi, ci sentivamo diversi, anche orgogliosamente, presuntuosamente, coscientemente diversi da tutti gli altri. E c’era un solo capitano, lui, che faceva in modo che noi potessimo sentirci diversi, potessimo essere diversi. Il mondo senza di lui, lo dico con il cuore in mano, con il dolore che la sua perdita darà a tanti di noi,
non sarà altrettanto bello. Il giornalismo senza di lui già non lo è.