Eugenio Scalfari con Franco Recanatesi

Scalfari, gli esordi di Repubblica

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Nel numero di ‘Prima Comunicazione’ di dicembre 2015, alla vigilia del passaggio di testimone tra Ezio Mauro e Mario Calabresi, abbiamo ripercorso gli inizi della storia di Repubblica. Ecco il ricordo divertito di quegli inizi di Franco Recanatesi.

Io c’ero
di Franco Recanatesi

Era il gennaio del 1976 e noi mascalzoni e sbruffoni del Corriere dello Sport ci precipitavamo in tipografia alle nove di sera per non perdere lo spettacolo. Attorno al tavolone di marmo e di fronte al telaio d’acciaio dove nascevano le pagine della neonata Repubblica, si affannavano redattori-impaginatori improbabili che potevano scambiare le linotype per robot di altri mondi e le rotative per macchine asfaltatrici. Sandro Viola tagliava il testo sulle bozze cancellando una parola qua, due sopra, tre sotto; Giorgio Signorini si scottava con le listelle di piombo roventi; Fausto De Luca scriveva titoli che non sarebbero entrati neanche nella fiancata del palazzo. E il povero Giulio Mastroianni, l’unico pratico di impaginazione a saltare qua e là nella truppa scalfariana, per tappare le falle. I proti si mangiavano i gomiti per non urlare. Agonia, Prosciuttino, er Brasciola, Brill, er Saraga, come tutti i tipografi con il nickname, si davano di gomito e qualcuno sbottava: “A dotto’, e questa nun è ’na bozza corretta, questo è un camposanto!”. E noi a sghignazzare e aspettare gli impatti redattore ignorante-poligrafici.

Corriere dello Sport e Repubblica abitavano nello stesso palazzo, il palazzo dei giornali, tutto di vetro, in piazza Indipendenza. Un posto fetido come tutti i quartieri accanto alle stazioni ferroviarie, frequentato da barboni e tossici, spacciatori e puttane. E in più con la fanghiglia della merda dei piccioni mista a pioggia che ti si appiccica alle scarpe. Ma per me è stata l’isola incantata dove ho trascorso gli anni (trent’anni!) più felici della mia vita.

REPUBBLICA-RECANATESI

Quando con squilli di trombe e proclami alla nazione la tremula ed esile pattuglia scalfariana prese possesso del quarto piano, noi giornalisti di un quotidiano “buono per incartare il pesce” provammo un senso di frustrazione. Come se Alvaro Vitali girasse un film accanto a Vittorio Gassman. Non è che noi ci sentissimo Alvaro Vitali, però quelli di Repubblica apparivano un po’ spocchiosi, se ci incontravano alzavano il sopracciglio, lo sport non era previsto nel loro progetto. Scalfari, l’ammiraglio di quella presuntuosa scialuppa, pareva alla maggior parte dei ‘corrierini’ una sorta di capitan Uncino, borioso e iracondo, destinato a un rapido fallimento proprio come puntualmente accade al grottesco pirata dell’Isola Che Non C’è.

A me e a pochi altri Scalfari faceva tutt’altra impressione. Lo avevo fugacemente conosciuto sul campo di calcio dell’Acqua Acetosa, nelle tradizionali sfide fra l’Espresso e Panorama con il quale assiduamente mi disintossicavo scrivendo articoli extra sportivi. Giocava da mediano: legnoso, impettito, sfiatato. Claudio Rinaldi e Beppe Catalano, gli ‘assi’ del settimanale di via Po, si dannavano affinché la palla non giungesse fra i suoi piedi.

Ero un suo fervente lettore, dall’inchiesta sul Sifar in poi. Adoravo il suo periodare scorrevole e asciutto, la sua profondità, l’ampiezza del suo pensiero. Andai ad ascoltare una delle sue presentazioni del nuovo giornale, il 14 dicembre 1975 al teatro Eliseo. Non mi convinse (“niente cronaca, niente sport”) ma mi affascinò. Scalfari è un incantatore di serpenti e, guarda caso, quelli che lo circondano diventano tutti serpenti.

Io ero un trentenne di belle speranze che dal giornale sportivo aveva ormai succhiato tutto il nettare che c’era da succhiare. Mi sentivo figlio di Antonio Ghirelli, il direttore che mi aveva svezzato insegnandomi il mestiere e uno stile di vita, non certo di Mario Gismondi, l’allora nocchiero del Corriere dello Sport, un brillante mestierante con l’hobby degli affari, pace all’anima sua. Avere accesso al Panorama del rigidissimo Lamberto Sechi che ti faceva riscrivere tre o quattro volte gli articoli fino a collimare perfettamente con le ferree regole di quel giornale, aveva sicuramente migliorato la mia scrittura, ma soprattutto aumentato il desiderio di raccontare qualcosa che non fossero palloni e biciclette. Volevo cambiare aria e nel panorama statico dell’editoria italiana la nascita di Repubblica segnava comunque un’occasione e un punto di rottura, così come dieci anni prima era stato per Il Giorno di Italo Pietra, la mia irrinunciabile lettura quotidiana.

Per tre mesi potei osservare e basta, ma intanto un piedino lo avevo messo nella scialuppa pirata di Scalfari, scrivendo un paio di articoletti di sport, grazie all’amicizia con Claudio Sabelli Fioretti. Claudio era stato assunto per fare lo sport che non era previsto come rubrica strutturale, allora chiese a Scalfari: “Cosa mi hai preso a fare?” e Scalfari rispose: “Già, ma adesso un ruolo te lo troviamo” e lo gratificò della promozione più rapida della storia del giornalismo: prima ancora che il quotidiano nascesse, Sabelli passò da redattore ordinario nella redazione centrale di Roma a vice caporedattore della sede di Milano. Buon per lui e buon per me. Poi Gianni Rocca, caporedattore e primo violino di Scalfari, grande appassionato di ogni disciplina sportiva e tifoso perso del Torino, convinse Barbapapà a infilare nella ciurma un giovane ed entusiasta bucaniere sportivo. Come non lo so; so che ai primi di aprile fui convocato al cospetto del Gran Capo incantatore che dopo due paroline molto schiette – “La nostra è una scommessa, abbiamo soldi per due anni, poi chissà…” – spinse facilmente nella cesta il nuovo serpente.

Impiegai pochi giorni per scoprire il fascino di quell’avventura e avere la conferma che fosse proprio quella la nave sulla quale sognavo di imbarcarmi. Nave pirata, dicevano: ma che strani pirati. Sandro Viola sempre in ghingheri, la piega dei pantaloni perfetta, il colletto della camicia inamidato. Fausto De Luca, giacca e cravatta d’ordinanza, un gentleman made in Naples. Gianni Rocca, mai una parola né un gesto fuori posto. Mario Pirani, l’ironia inscatolata nel garbo e nella cultura. Giorgio Signorini, un signore anche se indossasse cappellone col teschio e scimitarra. Rolando Montesperelli, nei secoli fedele, vigile e sull’attenti.

Be’, qualche pirata vero c’era. Per esempio Gigi Melega, che si presentava nella stanza di Scalfari facendo la ruota e accompagnando l’ultimo balzo con uno squillante “Mi hai chiamato?”. Melega è stato il primo motore di Repubblica, anzi il Rotor. Si chiamava così la sua girandola di aspiranti giornalisti. Con l’esperienza e il fiuto (assieme a Camilla Cederna aveva fatto cadere con gli articoli sull’Espresso un presidente della Repubblica!) Melega doveva vagliare decine di aspiranti giornalisti al giorno. Lo scopo era di scovare qualche talento, ma soprattutto qualcuno che mettesse il giornale in contatto con le principali frange della società giovanile: il cinema, la cultura, ma sopra ogni cosa i movimenti politici di sinistra: Potere operaio, Pdup, Manifesto, Democrazia proletaria, Autonomia operaia. Venticinquenni o giù di lì, post sessantottini, per mettere il naso dentro una generazione dalla quale il nucleo fondatore di Repubblica era già lontana. Attraverso il setaccio apparentemente banale ma rigoroso del Rotor (“Scrivete 50 righe sull’argomento che più vi sta a cuore”, disponeva Melega) filtrarono i Guglielmo Pepe, Luca Villoresi, Paola Zanuttini, Antonio Cianciullo, Mauro Bene, Valerio Berruti, Guido Barendson, Tomaso Monicelli e tanti altri che avrebbero poi accompagnato la marcia trionfale di Repubblica. Anche la bellissima Irene Bignardi passò per le forche caudine del Rotor: quando Melega incrociò i suoi occhi verdi rimase senza fiato. Irene sarebbe diventata la prima firma degli spettacoli e la compagna della sua vita.

I numeri zero non suscitarono entusiasmi: una grafica minimalista che Franco Bevilacqua si affannava a rendere accettabile, un formato difficile da digerire. Comparve persino una testata rossa. In tipografia regnava il caos: pagine stampate alla rovescia, redattori che per la prima volta sentivano l’odore del piombo inchiostrato. Ma Scalfari pretendeva test realistici. A cominciare dalle interviste. Con grande imbarazzo dei giornalisti, i quali, quando alla fine della conversazione l’intervistato rivolgeva loro la solita domanda – “Quando esce?” – balbettavano: “Mai”.

Martedì 13 gennaio 1976, il giorno del debutto, mentre la Dc designava Aldo Moro alla presidenza del Consiglio, Scalfari ribadì ai suoi 45 redattori quanto dichiarato alle platee di mezza Italia nei due mesi precedenti sollevando risolini sarcastici: “Il nostro obiettivo è arrivare a scavalcare il Corriere della Sera”. Repubblica impiegherà solo dieci anni a diventare il primo giornale del Paese, un record europeo.

La sera all’ora di chiusura la metà del giornale era ancora in lavorazione. Le rotative cominciarono a girare dopo le 23, ai loro piedi il vertice del giornale: Scalfari e i suoi pezzi da novanta, gli editori Carlo Caracciolo e Mario Formenton, che con il direttore amministrativo Amedeo Massari e le figlie di Scalfari, Enrica e Donata, scesero poi in piazza Indipendenza per distribuire ai passanti le prime copie. Sulla prima pagina campeggiava il titolo ‘L’incarico a Moro’, nella scatola in alto il fondo del direttore ‘È vuoto il palazzo del potere’, di spalla un’intervista esclusiva di Scalfari a Francesco De Martino ‘Carte in tavola compagno Berlinguer’. In taglio basso ‘Innocenti, come si uccide una fabbrica’, inchiesta di Giorgio Bocca e la rivelazione di un documento segreto dell’Antimafia.

Dopo, tutti a casa Scalfari sulla Nomentana. Anche il povero Mastroianni, stremato e, come se non bastasse, incaricato di portare al festino una dozzina di bottiglie di champagne. E quando Barbapapà gli disse di aprirle “tu sei il più bravo”, avvertì che i sensi stavano per abbandonarlo. Il primo numero andò esaurito, 300mila copie. Nei mesi successivi Repubblica si assestò sulle 70mila. Troppo poche per andare avanti tranquilli, troppe per chiudere bottega.

A me, l’ultimo fra una quindicina di redattori professionsti, toccò una scrivania gomito a gomito con i grafici. Stravolgendo il disegno dell’architetto della Mondadori, il capo della segreteria Montesperelli aveva disposto isole di quattro tavoli. Con me c’erano Franco Bevilacqua, Rolando Aloisio e Giorgio Forattini. Tre simpatici naif. L’isola di destra era il regno di Orazio Gavioli, capo degli spettacoli: un moderno signore d’altri tempi, il David Niven del giornalismo. Di fronte avevo il settore dell’economia: Forattini rispondeva educatamente all’agitare del braccio di Edoardo Borriello e un giorno mi chiese: “Ma perché Borriello mi saluta tanto spesso?”. Io gli spiegai che non erano saluti quelli del nostro collega, bensì un innocente tic.

Partecipare alle riunioni redazionali – aperte proprio a tutti, qualche volta si fermava ad ascoltarle anche il ragazzo del bar che portava caffè e cornetti – e scambiare anche poche parole con ‘miti’ come Giorgio Bocca, Natalia Aspesi, Mario Pirani, Miriam Mafai, Alberto Arbasino, Giuseppe Turani, essere da loro e da quasi ogni altro membro della redazione trattati da pari a pari con il ‘tu’ generalizzato significava per noi giovani non scollarci mai da quell’isola incantata se non allo stremo delle forze.

Albergava in ciascuno di noi – giovani e meno giovani, giornalisti affermati o alle prime armi – una passione e un senso di appartenenza difficilmente rintracciabili in ogni altra impresa editoriale. L’aggiustamento degli inevitabili errori di partenza avvenne attraverso un massiccio lavoro di squadra. La cronaca e lo sport trovarono ben presto cittadinanza a Repubblica grazie alle insistenze di Melega, del nuovo caporedattore Franco Magagnini e di Rocca. In verità mi fu chiesto di creare un vero e proprio settore sportivo grazie ai Mondiali del 1978 in Argentina, quando Scalfari rimase da solo a tavola essendo i suoi invitati corsi davanti al televisore per assistere alla partita dell’Italia. Gianni Mura, Emanuela Audisio, Carlo Marincovich e Oliviero Beha già collaboravano con noi, consigliai di affidarne la guida a Mario Sconcerti e ci pensò lui a mettere la ciliegina sulla torta convincendo il sommo Gianni Brera a cambiare bandiera e a portare anche lo sport al primo posto per autorevolezza e talento fra i giornali italiani. Scalfari spalancò la porta ai progetti che nutrivo da quando avevo messo piede nella sua nave corsara, affidandomi la conduzione di un unico comparto che comprendeva interni e cronaca. Solo in un giornale così eclettico e senza pregiudizi avrei in seguito potuto attraversare tutte le stanze della professione: caporedattore centrale, inviato, direttore di giornali del gruppo.

Ho raccontato il mio cammino non certo allo scopo di appiccarmi medaglie – per iscrivere il proprio nome nella storia del giornalismo non bastano l’entusiasmo, la dedizione e un pizzico di incoscienza – ma perché la ritengo emblematico del clima, delle regole, delle abitudini che hanno caratterizzato il primo decennio del giornale. E al divertimento collettivo. Il coinvolgimento generale in ogni decisione importante, le diffuse opportunità e il senso di giustizia emanato dalle stanze della direzione generavano compattezza, amicizia e persino una quantità ragguardevole di intrecci amorosi. Paolo Guzzanti era il portabandiera della goliardia e del ‘rimorchio’. Non sto qui a ripetere gag e imitazioni sin troppo note, ma scorrendo l’elenco delle redattrici di quegli anni ho ritrovato tre sue fidanzate ufficiali e due clandestine.

Il segreto del successo di Repubblica sta nel rapporto paritario, dal vertice alla base della piramide e nella commistione fra cazzeggio e profonde e talvolta dolorose risoluzioni. Vedi il caso Moro, vedi il caso D’Urso, che per un lungo periodo crearono crisi di coscienza e una prima spaccatura nel corpo redazionale, poi faticosamente ricomposta. Al contrario della frattura fra berlingueriani e craxiani che ha invece causato qualche porta sbattuta. Il tutto accompagnato da una condizione economica sempre più florida, gratifiche in busta, titoli e orologi di marca in regalo ai redattori.

Ma il primo artefice del successo è un direttore-padrone con il gusto e la qualità di insegnare (i Guzzanti, i Rivolta, i Caracciolo, i Fuccillo, i D’Avanzo, i Giordano, gli Orfeo sono invenzioni sue) e il carisma per portare nella sua testata il gotha del giornalismo (Valli, Pansa, Terzani, Biagi, Ronchey, Ottone, Arbasino, Mieli, Zucconi, Barbara Spinelli, Valentini, Saverio Tutino, Rosellina Balbi, Enzo Golino, oltre ai fondatori: e sicuramente ho dimenticato qualcuno). Scalfari era capace di farti maledire il giorno in cui sei nato se non avevi risposto alle sue attese, ma anche di gratificazioni da incorniciare. E riconosceva quando la tensione andava allentata con battute tipo: “Se squilla il telefono di Sisti non rispondete, potrebbe essere vostra moglie”.

Sul podio meritano di salire anche un editore tifoso come Carlo Caracciolo e il mago della distribuzione Giancarlo Turrini.

La cavalcata trionfale è stata suonata sullo spartito di vendite oggi impensabili. La contestazione di Luciano Lama all’università, il rapimento Moro, gli anni del terrorismo fecero lievitare le copie: alla fine del 1978 è a quota 133mila, nell’85 a 480mila. Da allora, un’escalation senza interruzioni culminata con i primi sporadici scavalcamenti del Corriere della Sera nel dicembre del 1986 e il sorpasso nella media annuale dell’anno successivo: 664.537 contro 538.263. Champagne. Da allora, il braccio di ferro continua.