Ci lascia all’improvviso Omar Monestier, direttore di Piccolo e Messaggero Veneto

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E’ morto la notte scorsa a 57 anni Omar Monestier per un malore nel corso della notte mentre era a casa.

Una vera tragedia umana e anche aziendale la sua scomparsa. Bravissimo giornalista motore dei due quotidiani del Gruppo Gedi nel Friuli Venezia Giulia, Il Messaggero Veneto a Udine, di cui era direttore dal 2016, e il Piccolo a Trieste dal gennaio 2021. Tra le bravure di Monastier aver capito come fare il giornale di comunità, facendo partecipare i lettori sia in occasioni di incontri di persona in redazione, eventi organizzati apposta in giro sul territorio, e attraverso il giornale su internet che sulla carta stampata.

Omar Monestier

Nato a Belluno il 23 settembre 1964, Monestier inizia la carriera ancora studente grazie al capocronista dell’edizione locale del Gazzettino Renato Bona, che gli affida la corrispondenza dai paesi della Valbelluna. Nel 1990 viene assunto come praticante dalla neonata Gazzetta delle Dolomiti, occupandosi di nera e giudiziaria. Nel maggio 1992, diventato professionista, passa alla Cronaca di Verona, che Paolo Pagliaro aveva fatto nascere da una costola dell’Adige di Trento. È redattore e cronista, poi vice caposervizio province e quindi capocronista. Nel settembre 1994 lascia Verona su richiesta dell’editore per diventare caporedattore responsabile del Mattino dell’Alto Adige di Bolzano, a fianco del direttore editoriale Giampaolo Visetti.
Nel 1997 passa come caporedattore alla redazione di Trento dell’Alto Adige, diretto da Fabio Barbieri, in quello che nel 2002 diventerà il Trentino, un giornale a sé stante.
Nel maggio 2000 segue Barbieri in Veneto come vice direttore del Mattino di Padova. Nel 2003 assume per qualche mese anche la vice direzione della Tribuna.

Il ricordo commosso di Filippo Tosatto

 Era un agosto di acquazzoni quello del 1997 e Fabio Barbieri, il brillante direttore tornato all’ovile veneto, volle come vice il figlio di un temporale. Trentenne, allampanato, lo sguardo da furetto: Omar Monestier. L’accoglienza? Un po’ spocchiosa, diciamo così. I media sono popolati da primedonne non da cherubini e al refrain polemico – E’ bellunese, lavorava a Trento, c’era bisogno di pescare un vicedirettore foresto? – si abbina presto un nomignolo.

Lui non batte ciglio, sfodera un sorrisetto birbone e comincia a trottare di buon mattino (rara avis in una redazione incline a tirar tardi e allergica alla sveglia) leggendo da cima a fondo il nostro giornale, i concorrenti e la stampa nazionale. In apparenza il furbone si limita a qualche battuta, pronunciata quasi in tono distratto – buono il pezzo sull’incidente mortale, peccato ci manchi la foto della vittima… – ma la sorpresa è dietro l’angolo.

Capita allora che un giorno convochi chi scrive: che spiritosoni, lo so come mi chiamate, evidentemente vi sentite tutti purosangue, io mi accontento di portare il basto, ogni giorno e senza fare storie, però. L’allusione corre alla s iniziale aggiunta, tra goliardia e snobismo, al suo nome di battesimo. Imbarazzo, maldestro tentativo di negare… Ma va là, mica mi offendo, ne ho sentite di peggio.

L’aneddoto prova a stemperare il dolore perché oggi noi abbiamo gli occhi lucidi e aldilà di anagrafe e grado, ci sentiamo orfani del gentiluomo volitivo e generoso, capace di alternare il rigore dell’autorità paterna alla complicità divertita del fratello maggiore. Eccessi retorici? Omar li avrebbe in dispetto (“Troppe chiacchiere, dov’è la notizia?”, il suo mantra) e allora ricapitoliamo i tratti di una lunga stagione caratterizzata dalla cura maniacale della comunità dei lettori, all’informazione di servizio, alla capillarità e completezza della copertura del territorio, dal cuore del capoluogo ai paesini più sperduti.

“Buongiorno, sono Omar Monestier, che novità abbiamo?” l’incipit delle telefonate di buon’ora a sbalorditi (e lusingati) corrispondenti di provincia mai degnati di uno sguardo del vertice in precedenza. Le iniziative capaci di radicare la diffusione nelle periferie – la popolare pagina dei quartieri – la sensibilità non episodica verso l’arcipelago del volontariato, il dialogo con le categorie sociali e produttive, l’attenzione al circuito giovanile dello spettacolo. Più ancora, l’atteggiamento verso le forze politiche improntato ad autonomia, correttezza e obiettività di giudizio. Qualità rare, testimoniate dal cordoglio unanime e trasversale di queste ore.

A spiccare, poi, eventi e innovazioni che ci restituiscono la statura del personaggio, divenuto nel frattempo condirettore a Padova con delega al coordinamento di Tribuna di Treviso e Nuova di Venezia e Mestre. Instancabile, colto e attento al cambiamento, sobrio nel lessico – “L’ordine pubblico è stato turbato”, “Sia evitato un nocumento all’economia” – con l’amore per la storia e un gusto dell’età risorgimentale che investe persino l’aspetto (ah, il vezzo della barba) e l’abbigliamento.

Tra le date cerchiate in rosso, così, troviamo il primo giugno 2005 con la drammatica scomparsa di Barbieri, minato da un male crudele: Monestier (par di vederlo ritto, attonito e solitario in chiesa alle affollatissime esequie) è visibilmente provato dalla scomparsa del mentore né ha il tempo di elaborare il lutto perché l’editore, alla luce del lavoro svolto, lo nomina sul campo direttore del Mattino di Padova e (propheta in patria) del Corriere delle Alpi.

E poi la leadership manifestata in occasione della devastante alluvione che travolse la regione tra il 31 ottobre e il 2 novembre 2010, con un corollario di vittime e distruzioni documentate nel dettaglio dal giornale, fermo nell’esigere il sostegno del governo alla popolazione in ginocchio.

Fino alla visita del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla redazione patavina di via Tommaseo, a pochi giorni di distanza dalla calamità: un evento senza precedenti nella città del Santo con il Capo dello Stato che esprime all’emozionato direttore l’apprezzamento per il “giornalismo d’inchiesta” svolto h24 dai nostri cronisti nei luoghi del disastro. Mai forte con i deboli né debole con i forti, vocato piuttosto a “fare squadra”, sì, e a cementare i rapporti nel segno dell’onestà e della dedizione, ben oltre il marzo 2012, spartiacque tra la lunga avventura veneta e le successive stagioni in Toscana, Friuli e Venezia Giulia. Ma siamo all’epilogo e certo queste righe non esauriscono il ventaglio delle sue intuizioni originali – una per tutte, l’investimento di energie e risorse professionali rilevanti su un sito web agli esordi, con le prime dirette digitali – né sono immuni dall’onda emotiva che scuote la nostra comunità. Omar ci manca già e le parole sono finite. E’ un giorno torrido ma senza sole.

Filippo Tosatto