Chiara Appendino (Foto LaPresse) (1)

Appendino (M5S): transizione a tutto tondo per patrimonio, cinema e Ministero

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Il programma dei Cinquestelle tratta l’informazione solo a proposito di una riforma della Rai che mettesse fuori ‘’dalla porta’’ i partiti. Per la cultura, invece, viene fornita una strategia innovativa e articolata, sia pure ‘con aspetti ’idealistici’’, come tutte le 250 pagine del programma, che sta alla base di una campagna elettorale giudicata dagli opinionisti spregiudicata e demagogica, quanto di notevole efficacia.

‘’Che si tratti di reddito di cittadinanza, o delle promesse di un futuro in cui tutto o quasi sarà fornito dallo Stato gratuitamente, non si sa con quali risorse, sta di fatto che l’avvocato ‘’del popolo ‘’ è entrato in sintonia col suo elettorato con un profilo assai ben più definito di quando aveva cominciato la sua avventura’’. Riconosce infatti l’editorialista de ‘’La Repubblica’’, Stefano Folli a Giuseppe Conte, che recentemente ha saputo rivolgersi al Mezzogiorno col giusto linguaggio.

E riguardo alla cultura ‘Prima’ chiede a Chiara Appendino, candidata alla Camera, già sindaca di Torino e anch’essa dal piglio che trasmette sicurezza, di spiegare che cosa si intenda per transizione culturale, che dovrebbe renderci capaci di affrontare pacificamente i grandi cambiamenti ecologici e digitali.  

‘’E’ la cultura – afferma – che ci dà la capacità di riflettere su noi stessi, è il perno di ogni processo ricostruttivo di una comunità. La nostra idea di transizione culturale è passare ad una visione che ponga al centro dell’azione culturale le persone, dove le attività di tutela e valorizzazione del patrimonio, la conoscenza, la creatività e il campo largo delle industrie culturali e creative siano portatrici di uno sviluppo equo e sostenibile’’.

Sempre secondo il vostro programma il patrimonio culturale deve essere inteso non come soggetto passivo, ma come risorsa attiva per affrontare pacificamente le sfide del nostro presente. In pratica che cosa intendete?

Noi consideriamo la tutela del patrimonio, la sua manutenzione, la valorizzazione e la conoscenza, che deriva anche dalla ricerca, come un investimento e non una spesa. Un investimento che va rafforzato in termini di bilancio dello Stato. La cultura è leva di inclusione e coesione sociale, motore di uno sviluppo economico che coinvolge i territori con le sue risorse naturalistiche, artistiche e archeologiche. Il nostro patrimonio culturale materiale e immateriale vive perché è in relazione con le persone, con la loro capacità creativa e ne rappresenta la storia e le diverse identità.

L’Italia ha un patrimonio culturale e paesaggistico molto diffuso, su un territorio denso di criticità poiché sismico e sempre più sottoposto a dissesti idrogeologici, frane, incendi, scioglimento di ghiacciai e fenomeni di desertificazione. Come pensate di tutelarlo?

Contrastare e mitigare l’impatto dei cambiamenti climatici è un’azione strutturale necessaria sotto ogni punto di vista, anche per difendere il patrimonio culturale a rischio. Naturalmente servono anche interventi puntuali per mettere in sicurezza le aree più delicate del nostro paese. Le misure da implementare sono tante, posso citare ad esempio la manutenzione preventiva programmata del patrimonio culturale, il ripristino e risanamento degli ecosistemi per garantire la resilienza ambientale, l’incremento del numero di aree protette, il contrasto al consumo di suolo…

Lo spazio urbano e le infrastrutture culturali occupano un ruolo rilevante e si intrecciano con le politiche urbane fungendo da importanti collanti tra spazi e tempi. In questa ottica è fondamentale per voi riallacciare il legame tra spazi e luoghi della cultura con la cittadinanza, Può fare qualche esempio?

Faccio un esempio specifico che mi ha toccata da vicino nella mia esperienza da Sindaca. Durante la pandemia ci siamo trovati a dover aiutare una grande quantità di persone che dall’oggi al domani si sono trovate in povertà e abbiamo creato una rete straordinaria – Torino solidale – insieme agli enti, alle associazioni e ai privati del territorio. Ecco, in giorni proprio le case del quartiere e molti luoghi culturali sono diventate le sedi di smistamento o in cui le persone andavano a ritirare i beni di prima necessità, ricoprendo un ruolo sociale fondamentale.

Per il Cinema prevedete una legge quadro che abbia decreti attuativi snelli per stimolare investimenti e nuove produzioni indipendenti. In particolare sostenete una  revisione delle modalità di accesso al tax credit per favorire la crescita delle piccole e medie produzioni indipendenti. Ma il settore soffre di altri problemi come pensate di affrontarli?

Il Cinema e l’audiovisivo sono l’industria culturale e creativa più importante del nostro paese e hanno bisogno di investimenti strutturali e regole chiare e semplici. La pandemia, in Italia in modo particolare, ha rallentato la macchina produttiva, ma soprattutto ha messo in ginocchio il sistema di distribuzione rappresentato dagli esercenti che gestiscono le sale, spazi culturali che innervano il territorio dei grandi e piccoli centri. La chiusura di un cinema è anche un vuoto urbano ed un impoverimento reale del tessuto di un territorio e influisce sulla percezione della sicurezza dei cittadini. Occorre una nuova “Legge Cinema”, oltre che per rivedere le modalità di accesso al tax credit, per tutelare questi luoghi, anche regolamentando diversamente le uscite delle nuove produzioni sulle piattaforme e lavorando perché si rafforzi la produzione nazionale. 

Per lo spettacolo in generale è noto che vi siete battuti per l’indennità di discontinuità grazie alla quale si riconosce la specifica natura “discontinua” delle professioni creative; l’istituzione del Sistema a rete nazionale degli Osservatori dello spettacolo e l’attivazione all’INPS dello Sportello unico per lo spettacolo, importante per il contrasto al lavoro nero. Che cosa ancora manca perché questi sostegni diventino effettivi?

Manca una legge che riconosca la specificità del lavoro culturale, gli dia dignità, perché la dignità di un comparto produttivo passa anche dal riconoscimento di queste professioni e dal valore che gli riconosciamo. Questo si traduce in riconoscimento delle competenze, lotta al precariato e giusto salario.

Ritenete poi necessario che il Dicastero della Cultura si doti di un piano pubblico organizzativo e di assunzioni. Inoltre secondo voi occorre rivedere il suo assetto generale. Può essere più precisa?

E’ necessaria una riorganizzazione che integri le competenze verticali con settori trasversali in grado di gestire i processi inevitabili di innovazione e rendere il Ministero della Cultura capace di interloquire con il settore delle industrie culturali e creative, costruendo nuovi modelli di collaborazione tra pubblico e privato. Occorre un Ministero che dialoghi con il territorio in modo permanente e qualificato in modo bidirezionale e non sono verticale.