Chi ha preso il posto dei giornali locali statunitensi. La sottile linea grigia tra spin politico e disinformazione. Uno sguardo ai media sulle elezioni di metà mandato. Mathias Döpfner e la sua parziale imparzialità. Ingerenze al LA Times. Sbatti il clima in prima pagina. Social network e comunicazione umana. Come Facebook sta salvando i serpenti.

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Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

Chi ha preso il posto dei giornali locali statunitensi

Dal 2004, più di duemila giornali locali statunitensi sono svaniti lasciando un vuoto in parte colmato dal giornalismo partigiano. Due sono le categorie individuate in America nel giornalismo orientato politicamente, spiega CJR. Da un lato quello “pink slime”, portali web particolarmente disinvolti nella distribuzione algoritmica e automatizzata di storie e notizie, nonché dai finanziamenti opachi; reti tentacolari di migliaia di siti, che fungono il più delle volte da altoparlanti di discussioni conservatrici, con titoli fuorvianti e opinioni orientate. Dall’altro lato, il giornalismo “partigiano”, solitamente di più solida fattura, con uno stretto legame con il territorio, talvolta reportage di pregio, eppure dalla copertura vincolata alle vicende politiche del luogo (nonché finanziati spesso dagli stessi candidati e comitati politici) e con mix di fatti e opinioni non sempre facili da districare. Il risultato è un prodotto informativo altamente emotivo, orientato e volutamente divisivo. Per citare un esempio tra tanti, la rete di Metric Media, che conta circa milleduecento siti in tutta la federazione, sforna oltre 5 milioni di notizie ogni mese, quasi tutti (da sport a meteo, a dati aziendali) realizzati in modo automatizzato, e di cui una minore ma particolarmente visibile congerie di articoli non automatizzati di matrice politica. Tra i finanziatori, si evidenziano legami con i fondatori del momento Tea Party, nonché con DonorsTrust, CatholicVote e numerose realtà fortemente legate economicamente e culturalmente con l’ala più radicale dei conservatori.

La sottile linea grigia tra spin politico e disinformazione

Le campagne elettorali stanno riducendo la sottile linea grigia che separa spin politico e disinformazione. Come analizzato da Grid, la disinformazione nelle elezioni americane non è di certo una novità, ma negli ultimi anni la linea grigia è diventata più sfocata e la velocità con cui le narrazioni più dannose possono viaggiare sono significativamente cresciute. Secondo Leticia Bode, esperta di comunicazione politica alla Georgetown University, credere nel mito di un sistema ingiusto rende più facile per le persone accettare la violenza e le porta a pensare che il sistema sia così cattivo, corrotto e inaffidabile da contemplarla tra i metodi utili per esprimere la loro idea. Questo è un momento particolarmente fertile perché il panorama informativo americano diventi selvaggio a causa dell’intensità della polarizzazione politica. Gli osservatori della Brookings Institution hanno scoperto che le persone diffondono informazioni come espressione della loro identità partigiana: “la condivisione di fake news non ha tanto a che fare con l’ignoranza quanto con l’appartenenza politica di parte e con le notizie a disposizione dei partigiani per denigrare gli avversari”. Questo, insieme alla delegittimazione mirata del processo elettorale – e alla sincera convinzione da parte di alcuni elettori di essere svantaggiati da un processo elettorale corrotto – ha “importanti effetti a cascata”, ha affermato Leticia Bode. E tutto ciò mina la fiducia nella democrazia, che richiede a tutti di sottoscrivere lo stesso insieme di regole e impegnarsi per un pacifico trasferimento di potere.

Uno sguardo ai media sulle elezioni di metà mandato

Poco più di sette settimane al momento cruciale per il futuro dell’America, e, come riportato da Poynter, diversi giornalisti si sono espressi in merito, affrontando quella che è la posta in gioco. L’articolo dell’editorialista di USA Today Jill Lawrence esorta a “non votate per nessun repubblicano nel 2022”, poiché ritenuti poco affidabili. Il contributo di Leonhardt del New York Times individua due minacce alla democrazia: l’incapacità del Partito Repubblicano di accettare la sconfitta alle elezioni e il disallineamento tra la composizione del governo e l’opinione pubblica. Analisi che trova conferma negli articoli di Epstein del New York Times e di diverse firme del Washington Post. Nella puntata di “Meet the Press”, un sondaggio della NBC ha mostrato che il 58% dei repubblicani si identifica più con il Partito Repubblicano che con Trump (33%). Quel 33% rappresenta, però, più del 50% in un elettorato primario. Il senatore democratico del Vermont Leahy, ospite a Velshi su MSNBC, ha condiviso le sue preoccupazioni sul Senato, che si è sempre dimostrato unito nei momenti di difficoltà. Un tempo, i programmi della domenica mattina erano un punto di riferimento per il dibattito. Partecipavano i più importanti giornalisti e politici che esponevano le loro idee e, allo stesso tempo, venivano messi in discussione in modo equo ma deciso. Adesso le cose sono cambiate, soprattutto a causa della mancanza di ospiti che vogliano partecipare, come evidenzia Paul Farhi del Washington Post. I leader politici, infatti, non devono più aspettare i programmi tv della domenica per trasmettere il loro messaggio, ma ora hanno molteplici strumenti che ogni giorno offrono l’opportunità di essere sempre in onda.

Mathias Döpfner e la sua parziale imparzialità

Mesi dopo che la sua azienda ha acquistato Politico, il magnate Mathias Döpfner è diventato anche CEO e proprietario (con una quota di partecipazione del 22%) del gruppo dei media Axel Springer. Di recente, come riporta il Washington Post, ha criticato la stampa americana, definendola eccessivamente polarizzata e distante dall’idea di imparzialità che, a suo avviso, il giornalismo dovrebbe possedere. Tale dichiarazione ha suscitato molti dubbi e perplessità e il Post ha evidenziato le sue controverse posizioni in casi che lo hanno riguardato da vicino. Döpfner, pur negando un suo presunto appoggio a Trump nelle elezioni del 2020, ha continuato a sostenere le sue idee e a elogiare il suo mandato come presidente. Quando quest’anno ha iniziato a dare la caccia alle proprietà dei media statunitensi di alto livello, si è ritrovato per le mani la nota crisi di Der Spiegel, in cui l’editore Reichelt veniva accusato di molestie sessuali (vedi Editoriale 54). L’azienda ha svolto subito un rapido lavoro di pulizia che ha portato, in un secondo momento, al licenziamento di Reichelt (nonostante secondo il magnate tedesco non vi fossero prove delle violenze sessuali e credendo potesse trattarsi di una cospirazione). E così Döpfner ha potuto concludere l’acquisto di Politico. Subito dopo la notizia di questa acquisizione, Matthew Kaminski, caporedattore di Politico, ha informato Döpfner che i suoi giornalisti avevano ottenuto tramite una fuga di notizie una bozza di parere della Corte Suprema, scritta dal giudice Samuel A. Alito Jr., che segnalava che la corte aveva votato per annullare la storica decisione Roe v. Wade (vedi Editoriale 82). Dopo essersi informato su possibili conseguenze legali e visto l’enorme salto reputazionale che la rivista avrebbe ottenuto, il neo-proprietario ha dato il via libera per pubblicare la bozza la sera stessa e così ha fatto anche per la pubblicazione delle accuse di molestie sessuali contro Elon Musk. Un altro scandalo che vede Döpfner protagonista è che pare si sia servito di Bild (quotidiano di punta di Axel Springer) per criticare apertamente Adidas. Nello specifico, durante pandemia, l’azienda di articoli sportivi aveva intenzione di non pagare più gli affitti nelle sue sedi per limitare le perdite economiche, così come avevano fatto anche altri nello stesso periodo. Tuttavia, durante la sua campagna contro in brand sportivo, Bild non ha rivelato che il CEO del suo gruppo fosse il proprietario di uno degli edifici a Berlino che ospitava proprio un negozio di Adidas e che fosse anche la fonte della storia. Adidas ha avuto grossi danni reputazionali a seguito della vicenda e si è dovuta scusare più volte sulle riviste tedesche. Ora il fatto assume sfumature totalmente diverse. Risulta dunque davvero difficoltoso riscontrare una connotazione “apartitica e imparziale” nei giornali controllati da Döpfner e ci si domanda quale sarà il suo prossimo obiettivo o la sua prossima storia.

Ingerenze al LA Times

Come riporta Politico, più di 30 collaboratori attuali e passati del Los Angeles Times hanno dichiarato che il giornale avrebbe avuto problemi con il suo proprietario miliardario Patrick Soon-Shiong, ricco dirigente farmaceutico. La sua gestione è stata, infatti, motivo di discordie interne sia per la cattiva gestione che per le presunte intromissioni nella linea editoriale della figlia 29enne, Nika Soon-Shiong. Il LA Times è una delle istituzioni giornalistiche più storiche del Paese, con abbonamenti digitali cresciuti di oltre il 360% da quando i Soon-Shiong lo hanno acquistato nel 2018, ma, come altri giornali, si è ridimensionato moltissimo rispetto ai decenni scorsi. Soon-Shiong, all’inizio, è stato visto come un salvatore: prometteva una nuova sede, investimenti seri e stabilità. Si professava motivato dal dovere civico e i suoi interventi si sarebbero concentrati sulla parte commerciale, non sulla linea editoriale. Nel corso del tempo, sua figlia è stata coinvolta più attivamente nel giornale: impegnata in progetti di sviluppo comunitario a Los Angeles, Nika Soon-Shiong si è mossa per difendere e migliorare il giornale in seguito alle critiche arrivate in redazione per alcuni articoli sulla comunità black. Nella sua stessa dichiarazione a Politico, Nika Soon-Shiong ha riconosciuto che “sostiene i suoi interessi, in particolare la riforma della giustizia penale e il contrasto alla povertà”. Indipendentemente dalla veridicità e dall’entità delle intromissioni di Nika, il problema delle ingerenze nelle linee editoriali dei media non è nuovo e, almeno in Europa, il Media Freedom Act tenta di porvi un freno (vedi Editoriale 97).

Sbatti il clima in prima pagina

Riprendendo il titolo della celebre pellicola Sbatti il mostro in prima pagina del 1972 di Marco Bellocchio, film-denuncia sulla corruzione giornalistica degli anni ’70, oggi il clima è diventato uno dei temi più discussi e maggiormente affrontati dalle testate di tutto il mondo, ricoprendo le prime pagine dei quotidiani e diventando argomento di discussione prioritario tra opinionisti ed esperti. Hannah Fairfield, esperto sul clima del New York Times, in un’intervista a Press Gazette ha spiegato perché oggi anche il suo giornale sta investendo così tanto su questi contenuti ed eventi live di approfondimento. “Come giornalisti, il nostro ruolo è quello di contribuire a spiegare l’astrazione della scienza del clima nelle pagine del nostro reportage attraverso la narrazione e il teatro degli eventi dal vivo”, sempre più richiesti dai lettori. Ha sottolineato inoltre quanto la competizione tra gli stessi giornali nel raccontare il clima sia diventata una spinta positiva, utile a sensibilizzare le persone. Un’opera di costruzione della consapevolezza che trova il proprio corrispettivo nella scelta di aziende petrolifere ed energetiche di veicolare i loro messaggi attraverso i social, con il fine di aumentare la propria visibilità (vedi Editoriale 92). Proprio sui nuovi media si combatte una battaglia contro le fake news e gli stessi social si stanno attrezzando per prevenire la disinformazione sul clima, come fa Twitter attraverso l’uso dei prebunk – hub affidabili e autorevoli di informazioni – per provare ad anticipare le narrazioni fuorvianti (vedi Editoriale 56).

Social network e comunicazione umana

Daron Acemoglu, su Project Syndicate, sostiene che i social media abbiano significativamente scosso le fondamenta della comunicazione umana e dell’interazione sociale (vedi Editoriale 43), causando un cambiamento molto più profondo di come sembra. Un processo anticipato dal sociologo Neil Postman, scomparso nel 2003, che osservava come gli americani “non parlano più tra di loro, si intrattengono a vicenda. Non scambiano idee, ma immagini”. Lo studioso temeva, inoltre, un futuro huxleyano, dove non ci sarebbe bisogno di bandire libri perché “nessuno vorrebbe leggerli” e la verità finirebbe “annegata in un mare di irrilevanza”. E i social potrebbero diventare il terreno dove il mondo creato dallo scrittore diventa vero, con governi che ne prendono il controllo, manipolando la percezione della realtà e riducendo gli utenti a passività ed egoismo, con la collaborazione degli “amici”, virtuali, che supportano i pensieri condivisi, anche se non sono veri. E, come diceva Hannah Arendt, “se tutti mentono a te, la conseguenza non è che tu credi alle bugie, ma piuttosto che nessuno crede più nulla”, con il risultato, conclude Acemoglu, che la vita sociale e politica diventa impossibile. E cade la superiorità dell’uomo, basata sulla capacità di imparare dalla comunità.

Come Facebook sta salvando i serpenti

Può un social media trasformare l’odio verso animali potenzialmente pericolosi come i serpenti in un sentimento di tutela e protezione verso gli stessi? A quanto pare sì ed è quello che sta succedendo con Facebook. Secondo una ricerca condotta da Scientific American, sebbene il gigante dei social media abbia la cattiva reputazione di fare tutto ciò che è sbagliato nella salute pubblica e nella politica, si è rivelato uno strumento potente per salvare vite di serpenti. L’erpetologo Mark Pyle ha creato il gruppo Facebook “Che tipo di serpente è questo? North Texas Educational Group” nel 2013, dopo anni di tentativi di sensibilizzazione alla conservazione dei serpenti più convenzionali. L’intenzione di Pyle era di aiutare le persone più che i serpenti. “Se si riesce ad aiutare le persone con una certa conoscenza di un argomento, l’aspetto della conservazione si risolve da solo”. Non c’è solo Facebook. Gli appassionati di fauna selvatica stanno cooptando diverse piattaforme di social media per creare comunità che promuovono informazioni accurate sui serpenti e distruggono i miti virali. Non è chiaro quale sia l’impatto di questi sforzi di sensibilizzazione sui social media sulle popolazioni di serpenti. Secondo l’erpetologo statale del Texas, Paul Crump, è difficile contare i serpenti perché sono animali riservati. Tuttavia, non ha dubbi sul fatto che questi gruppi educativi siano utili e che abbiano salvato un certo numero di serpenti da una fine prematura.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: https://www.storywordproject.com/