Filippo Ceccarelli (Foto Ansa)

Filippo Ceccarelli/Lì dentro

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Cosa succede “lì dentro”? Cosa avviene nei social, oltre quel piccolo schermo delle vanità dove riversiamo le nostre debolezze (spesso travestite da certezze)? Filippo Ceccarelli, giornalista di cui ci si può fidare, applica in questo libro (‘Lì dentro’, edito da Feltrinelli) il suo apprezzato metodo che vanta due nobili genitori: la curiosità e il rigore scientifico. Così per un anno e mezzo, per quattro ore al giorno, Ceccarelli si è tuffato nei meandri di Instagram per leggere i pensieri, le aspettative, i perché degli italiani iperconnessi. E dopo averli digeriti li ha sviscerati, analizzati, catalogati: costruendo un accattivante saggio che spiega come siamo diventati. Ai lettori di Primaonline Ceccarelli racconta il senso del suo “viaggio”.

“Per chi li scrive i libri sono debiti, sono malattie e possiedono un’energia così forte che quando poi ti abbandonano per finire nelle mani dei lettori – Dio li benedica! – non sai proprio cosa ti hanno dato, cosa ti hanno preso, e perché.
E comunque. Grosso modo, Lì dentro è la goffa e spero fertile avventura di un vecchio giornalista in pensione, nato e vissuto di parole scritte e carta stampata, che a un certo punto della sua vita coscientemente decide di ubriacarsi di social, fino ad allora da lui stesso considerati il laboratorio del male.
Questo avviene a un primo livello. Tre quattro ore al giorno su Instagram, per intenderci, per un anno e mezzo. Nell’addentrarsi in questa insolita e a suo modo selvaggia esperienza psico-sensoriale – ed è il secondo livello del racconto – l’anziano e disorientato boomer si trova a fare i conti con la singolare eredità ricevuta da suo padre, curioso della vita e di ogni sua stramba umanità; e al tempo stesso invoca e ottiene il soccorso, pure tecnico e comunque problematico, di suo figlio trentenne, in tal modo ritrovandosi a far da ponte fra due generazioni che appaiono vertiginosamente lontane.


Giorno per giorno, appiccicato al suo telefonino ma con la penna in mano, sperimenta l’evanescenza dei materiali, la dipendenza che lo spinge a “scrollare” senza sosta, il manicheismo e l’intimità del prossimo suo; quindi guarda, ride, si spaventa, inorridisce, si appassiona, si commuove, gli vengono incontro le scempiaggini e i personaggi più incredibili, una autentica corte dei miracoli del web. Allo stesso modo trova conforto, come inattese pezze d’appoggio, in Boccaccio e Funari, Leopardi e Mussolini, Pamelona Prati, Berlusconi, Fellini. Attraverso il passato rilegge la commedia e il melodramma del presente assoluto: la farsa atellana, il Grande Fratello, la danza macabra, le magnate senza fondo, l’indispensabile oscenità, i virologi vanitosi, i politici ruffiani, gli ubriaconi, gli imbroglioni, la chirurgia estetica, i preti pazzi, i tatuaggi, le ninfe che agitano a ritmo le chiappe, gli inseguimenti in macchina, i balletti fatti in casa, i trapper, gli impostori, i rituali dei tifosi di calcio, la blasfemia, il cosiddetto gossip e il preteso trash.
Nel vivo della sbornia digitale, visione dopo visione, qualcosa cambia e lo sguardo si addolcisce. Il viaggio si fa diario e l’inchiesta mette in causa l’audace ricerca che dovrebbe rispondere al quesito ultimo di queste 300 pagine, compilate con disciplina e complete di eserghi, bibliografia e indice dei nomi: se osservati nelle piattaforme elettroniche gli italiani iperconnessi siano cambiati o restino gli stessi.
Allegramente accettato, il verdetto è che siamo sempre noi, più forti della società dei consumi, del genocidio profetizzato da Pasolini, della stessa rivoluzione tecnologica. Espressivi, spiritosi, ribaldi, cialtroni, pronti a negoziare con la realtà adornandola, addomesticandola, negandola se necessario, le nostre virtù e la nostra dannazione.
Un ritrovamento molto personale completa l’impresa. Lì dentro, nel frattempo, è diventato qui dentro. E il suo autore, approdato su Instagram come real_ceccarelli, continua le sue esplorazioni come micro-influente”. (Filippo Ceccarelli)