Google trascura i controlli sulle fake news sui siti non in lingua inglese

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Il direttore del Post Luca Sofri, nella sua più recente newsletter ‘Charlie – che ogni domenica affronta temi legati a media ed editoria – segnala che “il sito americano di inchieste che si chiama ProPublica (ormai noto e stimato, dopo 15 anni e alcuni premi Pulitzer, edito da una non profit) ha pubblicato una lunghissima ricerca e analisi che dimostra come Google trascuri i siti in lingua non inglese nei controlli sulla disinformazione finanziata dalla propria piattaforma di gestione della pubblicità.

La gran parte dei siti web di tutto il mondo si affida a Google e al suo servizio Google Ads per ospitare inserzioni e ottenere ricavi: il servizio indirizza negli spazi dedicati sulle pagine del sito i banner pubblicitari con elaborati automatismi (è il sistema che ha messo in crisi la concorrenza delle concessionare di pubblicità, ridotto i costi per gli inserzionisti e i ricavi per i siti di news), che tengono conto della natura dei siti che raggiungono e che ne beneficiano solo con criteri di efficacia commerciale. I banner vengono inseriti in questa o quella pagina in modo da raggiungere gli utenti desiderati, in base al tipo di sito e al percorso di navigazione dell’utente (attraverso i discussi cookie).

Negli ultimi anni Google si è in parte dedicata – sotto le critiche e le preoccupazioni legate alla diffusione deliberata di notizie false online – a individuare che le inserzioni che gestisce non siano ospitate da siti di disinformazione pericolosa, e quindi non le sostengano economicamente. Ma questo impegno – comunque insufficiente – è concentrato sui siti in lingua inglese, spiega l’inchiesta di ProPublica (guidata da Craig Silverman, uno dei più precoci esperti di fake news online).


Le tre ragioni per cui Google sceglie di intervenire sui siti di notizie false inibendoli a usare il suo servizio e a guadagnarne dei soldi, dice un ex dirigente dell’azienda citato nell’articolo, sono il timore della cattiva pubblicità per l’azienda, il timore di interventi legislativi o giudiziari conseguenti, il timore diretto per i propri ricavi e il proprio business: e sono tutti fattori sensibili soprattutto alle proprie attività sui siti in inglese, per questo quello che avviene nei paesi di altre lingue è molto più trascurato: con conseguenze sulle campagne elettorali, per esempio, e sulle falsificazioni pericolose diffuse in quelle occasioni”.