Andrea Varnier è il nuovo ad di Fondazione Milano-Cortina

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Andrea Varnier è il nome fatto ai soci della Fondazione Milano-Cortina 2026 dal ministro dello Sport, Andrea Abodi, per il ruolo di nuovo amministratore delegato da proporre alla presidente del consiglio, Giorgia Meloni, alla quale spetta la nomina.

La società che deve gestire l’organizzazione delle Olimpiadi invernali del 2026 è così pronta ad avere una nuova guida, con il 58enne attuale ad di Costa Edutainment che sarà nominato come successore di Vincenzo Novari.

Andrea Varnier

Il profilo di Varnier (che ha già lavorato, tra gli altri, ai Giochi di Torino 2006) come scelta definitiva per il ruolo era stato anticipato di fatto ieri dal ministro per lo sport Andrea Abodi, con l’ufficialità della nomina in arrivo oggi. Mettendo la parola fine a una telenovela che era iniziata con l’addio di Novari.

Nello speciale di Prima Sport e comunicazione 2020, nella sezione Febbre Olimpica, avevamo intervistato Andrea Varnier (pdf)

Nell’intervista si parlava anche di Milano Cortina 2026 come possibile progetto olimpico che Filmmaster Production avrebbe potuto gestire. Adesso Varnier, grazie alla sua competenza, è stato nominato ad della Fondazione Milano Cortina, a conferma che ogni tanto il merito paga. 

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Il gran cerimoniere

Da Torino 2006 a Rio 2016: Andrea Varnier con Filmmaker ha organizzato i riti di apertura dei Giochi. Uno spettacolo che deve rispettare il protocollo istituzionale. Prossime tappe? Milano Cortina 2026 (si spera)

“Olimpiadi? Se entrassi nei dettagli potrei parlarne per ore”. Non è un atleta carico di medaglie a dirlo, ma Andrea Varnier, ceo di Filmmaster Events, che dal 3 luglio 2019 guida anche Filmmaster Productions. La sua azienda – ha sede nel cuore storico di Milano – organizza cerimonie per i grandi eventi, in primis le Olimpiadi. “Ho avuto la fortuna”, continua Varnier, seduto alla scrivania dietro la quale campeggia una copia della fiaccola olimpica, “di essere coinvolto nel mondo olimpico fin dai Giochi invernali di Torino 2006. Se non ci fosse stato quello step di partenza, Filmmaster non avrebbe la forza attuale. Lavorando a quell’evento, organizzando la regia delle cerimonie di apertura rimaste un esempio per tutti gli addetti, la mia vita professionale è cresciuta in modo geometrico”.

Varnier cominciò a lavorare per Torino quando venne creato il comitato per la candidatura olimpica della città, che ottenne l’assegnazione dei Giochi nel 1999. “I primi anni il lavoro andò a rilento. Succede sempre, non solo in Italia. Poi si corre, ci si rimboccano le maniche”, dice Varnier, con palpabile passione. “Ero la matricola numero 20, nel 2001. Poi ricoprii ruoli di importanza crescente. All’inizio eravamo un pugno di persone, siamo arrivati a contarci in oltre 2mila. Mi occupavo di pubblicazioni, immagine, look e viaggio della fiamma olimpica. Ho avuto 100 persone alle mie dipendenze e 1.000 che hanno lavorato per la corsa della fiaccola: la portammo in ogni provincia d’Italia”.

Varnier rimase a Torino fino a ottobre 2007, per scrivere il report dei Giochi terminati. “La buona reputazione ottenuta da quelle Olimpiadi non è l’ultimo dei motivi per cui Milano e Cortina, a una distanza di anni relativamente breve, hanno avuto l’assegnazione per il 2026. Mentre preparavo Torino, mi sono immerso nel mondo olimpico. Ho vissuto la tappa della fiamma a Salt Lake City, negli Usa, Paese dove restai qualche mese, e studiato i Giochi di Atene, nel 2004, centenario dalla prima Olimpiade di Pierre de Coubertin. Poi, chiamato dal Cio, ho fatto il consulente per Pechino 2008, anche se i cinesi, per le Olimpiadi invernali nel 2022, faranno tutto da soli, per ragioni di opportunità politica”.

A un certo punto Varnier, ormai esperto di cerimonie legate a eventi sportivi, lavora con un grande gruppo francese quando Filmmaster (da cui era uscito) gli chiede una mano per Rio de Janeiro 2016. “Accettai. Venne costituita una newco, società di scopo, e mi trasferii in Brasile come amministratore delegato. Eravamo in quattro, diventammo una squadra di 1.000 persone”, ricorda. “Sembrava che il Brasile, con l’economia a gonfie vele, fosse il Paese del futuro. Ma più si avvicinava la data di apertura dei Giochi, più i problemi del colosso sudamericano venivano fuori, e i conflitti politici rendevano tutto più arduo: ci trovammo alle prese con l’impeachment della presidente Dilma Rousseff. Venne destituita il 31 agosto 2016, una settimana prima delle Paralimpiadi. In più, i Giochi estivi sono di per sé più complessi di quelli invernali”. Un disastro? Per nulla. “Lo scontento e le criticità”, racconta il ceo di Filmmaster, “erano talmente tanti che bastava prendere un taxi per sentire il guidatore dire dispiaciuto che il Brasile avrebbe fatto una figura atroce. I brasiliani vivevano un momento di massimo sconforto, sicuri che i Giochi avrebbero fatto perdere la faccia all’intero Paese. Ma proprio perché si sentivano sfigati e si vergognavano del probabile fallimento, furono capaci, sorprendendo tutti, non me che avevo imparato a conoscerli, di vincere grazie all’orgoglio.La cerimonia di apertura fu un trionfo, con una partecipazione sentita e una carica che solo l’energia di una città come Rio poteva esprimere”. Cerimonia, anzi cerimonie perché ci fu anche l’apertura paralimpica (sempre più importante, anche per gli sponsor), che Varnier e il suo gruppo prepararono con attenzione. “Che Brasile dovevamo far venire fuori? Dovevamo rispettare lo spirito del Carnevale? Della tecnologia? Della natura amazzonica? Febbrile fu il lavoro dei creativi brasiliani; conoscevano bene il sentire profondo del loro popolo. Noi come azienda siamo facilitatori, facciamo in modo che tutto funzioni alla perfezione. Tra i creativi c’era un regista premio Oscar, bisognava metterlo in grado di lavorare per una cosa diversa da un film. La cerimonia è uno spettacolo, se così vogliamo chiamarla, che va in scena una volta sola. Non puoi sbagliare, non puoi rifare una situazione. Inoltre, le cerimonie olimpiche hanno un contenuto protocollare da rispettare: gli inni, il capo dello Stato, il presidente del Cio, le bandiere e mille dettagli da armonizzare con il contenuto creativo, inedito, in gran parte affidato a comparse, volontari da guidare, come nelle grandi scene di massa. A Rio è stato meraviglioso. Erano 10mila le persone coinvolte. Ognuno dei partecipanti ci ha messo incredibile entusiasmo: non ho mai visto qualcosa di così spontaneo e allo stesso tempo organizzato. Una colorata festa, con tutti i crismi del protocollo, capace di contagiare con allegria”.

Varnier sottolinea che chi organizza le cerimonie non deve stare sotto i riflettori. “Noi dobbiamo sparire, alla gente non importa nulla che ci sia Filmmaster dietro le quinte. Il nostro è un lavoro b2b, siamo gli interlocutori con le istituzioni e i soggetti interessati. È un lavoro artigianale, non artistico, anche se con contenuti di creatività. Ma il divismo non fa proprio per noi”. E continua: “Mentre per i volontari è diverso. Aver partecipato resterà un episodio da tramandare a figli e nipoti, un giorno unico nella vita, di cui andare orgogliosi”. Per il futuro? “Stiamo lavorando per i Campionati del Mondo di calcio in Qatar, del 2022. Non abbiamo vinto per le Olimpiadi di Tokyo 2020. Sto facendo il consulente per i Giochi estivi di Parigi 2024: quasi un anno di lavoro per decidere che idea della capitale francese trasmettere, in quella data.

Per Milano Cortina 2026 è ancora prematuro parlarne: siamo tra le due società italiane in grado di fare questo lavoro, quattro o cinque sono le società nel mondo. Noi siamo pronti, anche alla collaborazione, non ci piacciono le guerre fratricide. Milano Cortina, vista la doppia locazione, avrà difficoltà inedite, con ben quattro cerimonie di apertura. E sarà importante anche capire che immagine andrà comunicata di Milano, città in rapida evoluzione, e di Cortina. Ma, ripeto, è presto per parlarne.”

E aggiunge, Varnier: “Di certo c’è che l’elemento spettacolare sta assumendo via via sempre importanza maggiore. Il mutamento della cerimonia inaugurale, da contenitore esclusivamente protocollare a qualcosa di più complesso e vario, si può far risalire a Olimpiadi spartiacque: quelle di Barcellona, del 1992. Per la prima volta, la cerimonia di avvio si tenne di sera, e fu un successo planetario, che diede il tono complessivo ai Giochi”.

Varnier racconta con orgoglio come il ‘gruppo Torino’ abbia fornito al mondo esperti di cerimonie per grandi eventi sportivi: “Ovunque – in Fifa, alla Uefa, al Cio – mi capita di incontrare colleghi che lavoravano con me, segno che il periodo torinese fu proficuo e gettò le basi per un’attività in qualche modo pionieristica”. Insomma, diremmo noi, come per la fisica ci sono stati i ‘ragazzi di via Panisperna’ (Enrico Fermi e compagni), per il mondo degli eventi sportivi c’è stato il ‘gruppo di Torino’. “Purtroppo”, dice il manager, “mi spiace che abbiamo perso l’occasione di vederci assegnare le Olimpiadi estive. Dopo quelle di Roma nel 1960, sarebbero state perfette. La nostra capitale, a mio parere, aveva ottime chance. E pochi Paesi hanno un medagliere nutrito come il nostro”.

Non abbiamo ancora parlato di fiaccola, ma se nell’ufficio di Filmmaster è l’oggetto principe, la ragione è che Varnier ha trasformato in un evento a sé, carico di significati aggiuntivi, il viaggio del tedoforo verso la sede olimpica. “In certi paesini dove abbiamo fatto passare la fiaccola hanno messo targhe, a futura memoria. Le scene più belle, di autentica commozione, le ho viste a Palermo, molto lontano da Torino. La sola idea che le Olimpiadi mandassero fino in Sicilia il loro messaggio di sport e pace, portato con una fiaccola come ai tempi dell’antica Grecia, conquistò gli italiani. Per Milano Cortina sono pronto a scommettere che l’accoglienza sarà ancora più calda”.

Antonio Bozzo