Carlo Rivolta, un giornalista e una ‘Generazione perduta’

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Carlo Rivolta aveva 32 anni quando cadde – si buttò – dal cornicione di casa. Se avesse fatto un altro mestiere, diceva, sarebbe stato un cantante rock.
Invece era un giornalista. Di quelli veri, che le cose le scrivono conoscendole sul campo. Fin troppo.
Rivolta infatti, assunto giovanissimo a Repubblica, aveva firmato importanti inchieste sull’eroina.
Ma a un certo punto la droga non gli bastò raccontarla. Iniziò a provarla, ne divenne dipendente, perse il lavoro nonostante all’inizio fosse stato amatissimo da Eugenio Scalfari, sostituto del padre che Carlo non aveva avuto.
Buco dopo buco, fu lasciato dalla donna della sua vita – Emanuela Forti, di cui aveva praticamente adottato anche i due figli – smarrì la forza di combattere, pur continuando a fare inchieste nel mondo tossico, e infine rinunciò a tutto. Con le sue parole: divenne uno zombie.

Eugenio Scalfari, Carlo Rivolta

Il ‘buco’ degli anni Settanta

Quella di Carlo Rivolta non è solo la storia di un uomo nato nel 1949 e scomparso 40 anni fa.
È la storia della ‘Generazione perduta’.
Si intitola così il suggestivo documentario presentato al Torino Film Festival. Opera di Marco Turco, che agli anni Settanta ha già dedicato un film sullo psichiatra Franco Basaglia e un altro su Rino Gaetano, il documentario è prodotto MIR cinematografica e Luce Cinecittà, in collaborazione con Rai Cinema e AAMOD.
Dopo la presentazione fuori concorso al festival di Torino, in gennaio è atteso nelle sale cinematografiche.
In 75 minuti il film monta materiali di repertorio, con la voce di Claudio Santamaria che legge alcuni pezzi importanti di Rivolta, e con le testimonianze d’epoca di tanti giovani tossici.
A questi, si aggiungono alcune interviste realizzate oggi: a Enrico Deaglio, che quando Carlo uscì da Repubblica gli offrì un posto nel suo Lotta continua; alla compagna Emanuela Forti; al collega Claudio Gerino; allo zio; all’amico Luca Del Re, che cercò invano di impedirgli l’ultima caduta.

Enrico Deaglio

Rivolta a Prima comunicazione

Fra le testimonianze, anche quella del cognato Gianni Forti: è lui che firmò – maggio 1981 – un’intervista a Carlo Rivolta su Prima comunicazione.
Nei suoi articoli lei parla spesso di liberalizzazione dell’eroina: è convinto che sia la strada giusta?, chiede Forti. «Sono convinto che sia impossibile sottrarsi alla dipendenza e mi sono battuto per la liberalizzazione controllata della droga, non tanto perché credessi al recupero dei drogati ma perché ritenevo un dovere civile sottrarli al ricatto degli spacciatori e ritengo giusto assicurare loro la possibilità la possibilità di abbandonarsi al proprio destino autodistruttivo, protetti in qualche modo dalla collettività», risponde Rivolta.

Il regista della ‘Generazione perduta’

Perché tornare proprio adesso a raccontare gli anni Settanta?
«È un mio tormento, la maggior parte dei miei film parla di quegli anni. È una cosa che mi appartiene, io sono di quella generazione. Si tratta di un periodo molto interessante, di conflitti e grandi cambiamenti anche nella moda, nei costumi, nei valori. Adesso, però, mi era rimasta da raccontare la parte più dolorosa, la più difficile da rielaborare».
La strage dell’eroina?
«Sì, sulla quale è come se fosse sceso un velo. Tanto è vero che, a parte alcuni lavori fatti allora come ‘Amore tossico’ o ‘Filomena e Antonio’ da cui prendo molto materiale, non se n’è più parlato. ».
A chi si rivolge il film?
«Teniamo presente che tanti giovani non sanno, non conoscono. Abbiamo cercato di ricostruire il contesto, politicamente e culturalmente, per far capire l’aspettativa enorme che c’era, di poter cambiare il mondo come volevamo noi».
Reperire il materiale è stato difficile?
«È stato un lavoro lungo, fatto su tante fonti. Una delle più importanti è stata la Rai, che ai tempi faceva inchieste come quelle di Joe Marrazzo o le trasmissioni di Sergio Zavoli. Però allora gli stessi giornalisti spesso erano impreparati, non capivano bene ciò che stava accadendo.
Carlo Rivolta invece lo capiva.
«Perché ci stava dentro. Nessuno meglio di lui incarna quella generazione, il crollo di un sogno generazionale che ha vissuto sulla propria pelle. In quegli anni non a caso si diceva che il personale era politico»:
È stato un buon esempio di giornalismo?
«Era il cronista per eccellenza. Scalfari lo ha preso che aveva 26 anni ed è diventato uno dei cronisti di punta di Repubblica. Allo stesso tempo, stava dentro il movimento da soggetto attivo. Ma pur facendo parte di una parte, fotografava sempre quello che vedeva, non risparmiava le critiche, criticava il Pci e il sindacato, anche gli autonomi, ricevendone insulti e minacce. Era uno contro tutti, tanto è vero che anche a Repubblica dopo la vicenda Moro (Rivolta era della scuola “Né con lo Stato né contro lo Stato”, per la trattativa con le Br: ndr) si è sentito isolato e se n’è andato».
È vero che il genere documentario oggi ha sempre più spazio?
«Sì, e c’è una ragione di mercato: con le piattaforme la richiesta è enorme, si produce tanto. E il documentario diventa protagonista, alla pari con la fiction e la serialità».

Emanuela Forti