Il giro d’affari dei giganti tech è pari al Pil italiano. Ma nel 2022 utili in crollo

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Dal focus dell’area studi di Mediobanca emergono risparmi fiscali da 36 miliardi in 3 anni per il settore

Nel triennio 2019-2021 i giganti del web hanno ‘risparmiato’ 36,3 miliardi di tasse non pagate grazie ai risultati contabilizzati nei paesi a fiscalità agevolata. E’ il dato che emerge dall’indagine dell’Area Studi Mediobanca sulle maggiori WebSoft mondiali.

Secondo i numeri, nel 2021 circa il 30% dell’utile ante imposte è tassato in paesi a fiscalità agevolata, con un risparmio fiscale di 12,4 miliardi lo scorso anno. L’aliquota media effettiva risulta pari al 15,4%, inferiore a quella teorica del 21,9% calcolata sui principali Paesi in cui operano.
In prima linea, Tencent, Microsoft Alphabet e Meta, con risparmi rispettivamente di €13,4 miliardi, €6,9 miliardi e €5,2 miliardi.

Nel 2022 conti in ridimensionamento

Tra gennaio e settembre 2022 i maggiori operatori mondiali del WebSoft crescono solo in termini di fatturato aggregato (+9,5% sui primi nove mesi 2021), con asimmetrie a livello geografico: il Nord America (+13,7%) tiene più di Europa e Asia la cui crescita è limitata a una singola cifra (rispettivamente +8,2% e +6,6%), con l’America Latina in forte accelerazione (+24,9%), pur con valori ancora contenuti (1,5% del fatturato omplessivo).
Il ritorno alla normalità si riflette nel rimbalzo dei comparti più penalizzati dalla pandemia: sharing mobility (+111,6% di ricavi a/a) e vendite online di viaggi (+55,5%). L’incremento del giro d’affari appare invece più contenuto per quei settori che avevano beneficiato dei cambiamenti nelle abitudini dei consumatori: food delivery (+27,0%), cloud (+21,3%) ed e-commerce (+3,8%). I comparti con maggiore incidenza sul fatturato sono l’e-commerce (37%), la pubblicità (25%) e il cloud (19%).

Nello stesso periodo risulta in contrazione la redditività operativa (-5,5% il MON sui primi nove mesi 2021) e crollano gli utili netti (-42,0%), con ogni società che ha mediamente prodotto un utile netto giornaliero di €16 milioni rispetto ai €27 milioni del 2021.
In calo anche la liquidità (-11,9%) che resta comunque ancora sostenuta, con un’incidenza sul totale attivo del 23,4% a fine settembre 2022 (dal 28,0% a fine dicembre 2021, superiore al 14,4% della grande manifattura).
Tale ridimensionamento riflette i maggiori investimenti per crescita interna (+20% sui primi nove mesi 2021) ed esterna, tramite operazioni di M&A (goodwill +15%), ma anche l’azione di sostegno ai prezzi di Borsa (acquisto di azioni proprie +12%).

A livello di singoli gruppi, nei primi nove mesi 2022 si registra l’impennata dei ricavi delle statunitensi Uber (+99,3%), Booking (+63,5%) ed Expedia (+43,2%), seguite a distanza dalla coreana Coupang (+14,4%) e dalla giapponese Rakuten (+13,7%). Segno negativo e a doppia cifra per Activision Blizzard (-21,8%), Qurate (-14,1%), Vipshop (-13,9%) e Wayfair (-12,8%).
Per quanto riguarda la redditività industriale, nei primi nove mesi del 2022, Microsoft guida la classifica per ebit margin (41,2%), davanti ad Adobe (35,1%), Oracle (33,4%) e Nintendo (33,0%).

Nel 2021 ‘ultima fiammata’

Guardando agli anni scorsi, lo studio segnala il 2021 come “l’ultima fiammata” dei giganti del web con un giro d’affari aggregato a quota 1.584 miliardi, pari al 90% del Pil italiano. Il 67% del fatturato delle 25 maggiori compagnie del Web e Software mondiali è generato dai colossi statunitensi, il 28% da quelli cinesi e solo il 5% dai gruppi di altri paesi.
Un dato che rimarca quanto ormai nel settore sia sempre più evidente la contrapposizione tra Cina e Stati Uniti.
Sono 11 le società a stelle strisce, nove quelle dello Stato del Dragone, mentre, l’Europa appare solo con due società tedesche.

50% in tre

Il giro d’affari è sempre più concentrato, con i primi tre player, Amazon, Alphabet e Microsoft, che rappresentano la metà dei ricavi aggregati. Amazon, con 414,8 miliardi (50,9% dal retail) è in prima posizione dal 2014 e concentra da sola oltre un quarto dei ricavi complessivi. Il colosso e-commerce è primo anche per numero di occupati (1,6 milioni).

A fine 2021 la forza lavoro delle WebSoft contava complessivamente quasi quattro milioni di persone in tutto il mondo (+1 milioni sul 2019, di cui +810mila da Amazon). La pandemia – evidenzia lo studio – ha ulteriormente evidenziato il divario di velocità di crescita tra le WebSoft e le multinazionali manifatturiere. Le prime, con +50% di ricavi tra il 2019-2021 hanno accelerato, mentre, le seconde si sono fermate a un +7,6% nel triennio.

Crollo in borsa

Dopo anni caratterizzati da un particolare feeling con i listini di Borsa, con il picco di capitalizzazione raggiunto nel dicembre 2021 (8.628 miliardi di euro), il 2022 registra la prima flessione significativa con un crollo del -29,2% a novembre 2022. A fine 2021 la capitalizzazione delle 25 maggiori WebSoft valeva l’8,3% del valore complessivo delle borse mondiali, mentre attualmente si ferma al 6,6%.
Rispetto all’Italia, invece, le WebSoft si confermano dei pesi massimi: valgono dieci volte l’intera Borsa italiana.

A novembre 2022 il podio di Borsa è occupato da Microsoft (1.735 mld), Alphabet (1.219mld) e Amazon (927mld). Medaglia di legno invece per la cinese Tencent (340 mld).
Da fine dicembre 2021 a metà novembre 2022 solo cinque gruppi hanno registrato una performance particolarmente positiva: Pinduoduo (+32,1%), Vipshop (+22,3%), Activision Blizzard (+22,2%), Ibm (+21,2%) e Adp (+14,0%)

In Italia? 8,3 miliardi di ricavi, 150 milioni al fisco

Nel 2021 in Italia i giganti del web hanno generato un fatturato aggregato di 8,3 miliardi di euro tramite le filiali situate nel paese, in gran parte al Nord, tra Milano e provincia, occupando circa 23mila lavoratori (+4mila rispetto al 2020). Amazon “è il principale datore di lavoro” con il maggior numero di occupati in Italia (11.911 unità nel 2021) ed è anche al primo posto per fatturato (2,8 miliardi), seguita da Ibm (1,9 miliardi) e Microsoft (975 milioni).

Sul fronte fiscale, lo scorso anno le filiali di questi colossi, da Amazon a Microsoft e Meta, hanno versato al fisco italiano quasi 150 milioni per un tax rate effettivo del 25,1%. Considerando anche l’accantonamento per il pagamento della Digital Service Tax (l’imposta al 3% sui servizi digitali), l’aliquota salirebbe al 33,5%.