Predire i risultati delle elezioni, effetti collaterali. La dura verità dei giornalisti offshore. L’erosione del soft power britannico. Fiducia nei giornalisti, una ricerca. L’eredita dell’informazione ai tempi del Covid. Capire la politica grazie a Twitter. Dissociati dai social.

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Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

Predire i risultati delle elezioni, effetti collaterali

Eric Pfeiffer intervista James Fallows su The Signal per capire il motivo per cui i media si affannano ogni anno nel cercare di predire i risultati delle elezioni. Secondo Fallows, il giornalismo d’opinione è arrivato a superare, come numero di views, altre sezioni storiche come la cronaca, l’analisi dei dati e le interviste e continua a crescere sia su piattaforme come YouTube o Twitter sia su canali istituzionali come il New York Times o Fox News. “Qualunque cosa possa emergere dalle notizie statunitensi in un dato giorno, ai giornalisti politici americani piace sempre usarla per prevedere cosa significherà per le prossime elezioni” sostiene Fallows, che continua spiegando che tali giornalisti sono molto più interessati alla politica di quanto lo siano i lettori. I danni di queste “notizie predittive” coinvolgono la consapevolezza delle persone e la loro capacità di comprendere correttamente la politica del loro paese. Tale fenomeno è stato analizzato anche in Italia. Le parole del sociologo Francesco Marrazzo, riportate da Pensierocritico.eu, sono molto chiare: “Il sondaggio rischia non solo di manipolare l’imparzialità e la correttezza dell’informazione, ma anche di scatenare un effetto band wagon (ovvero di salita sul carro del vincitore) da parte dei cittadini”. Il periodo antecedente alle votazioni è delicato e dovrebbe essere trattato dai media di ogni paese con l’accortezza che merita e non solo come occasione di spettacolarizzazione.

La dura verità dei giornalisti offshore

Contrastare la propaganda di Putin è quasi impossibile. Esistono tuttavia alcuni “giornalisti offshore”, sparsi in tutta Europa, che provano a contrastare la disinformazione del Cremlino. Come raccontato da The Economist, giornalisti ed emittenti indipendenti costretti all’esilio perché oppositori al governo russo stanno cercando di diffondere in Russia notizie reali che possano raccontare il vero volto della guerra. Tuttavia, in alcuni casi il loro lavoro di informatori a supporto della verità viene osteggiato non solo dal Cremlino ma anche dall’Europa stessa che, trattando questi giornalisti come richiedenti asilo, limita la loro libertà di movimento e lavoro. In base a quanto riportato da un approfondimento sempre di The Economist, secondo Proekt Media, un’agenzia investigativa, sono almeno 500 i giornalisti (la maggior parte dei quali ha meno di 40 anni) che hanno lasciato la Russia dopo l’invasione e che continuano comunque a raggiungere un vasto pubblico. Per contrastare la disinformazione del Cremlino il ruolo svolto da questi “giornalisti offshore” è essenziale per l’Unione europea che però, a seguito delle sanzioni contro la Russia, pone degli ostacoli al sostentamento economico dei media russi in esilio. Concedere loro supporto e opportunità di sviluppo contribuirebbe dunque dall’esterno a smontare il castello di carte costruito da Putin all’interno della sua nazione.

L’erosione del soft power britannico

Byline Times ha analizzato il lento declino della posizione della Gran Bretagna nel mondo, trovando in alcune scelte politiche e circostanze economiche i motivi principali. Secondo Bronwen Maddox, capo del think tank internazionale Chatham House, “non c’è dubbio che la posizione del Regno Unito nel mondo sia stata gravemente colpita dal clima politico interno e dalle porte girevoli dei primi ministri”. Sembra chiaro, inoltre, che dalla Brexit il soft power made in UK abbia subito un duro colpo. L’incoerenza di certe azioni – come definire la BBC l’emittente più affidabile al mondo e contemporaneamente ridurne il personale – e i tagli ai fondi per gli aiuti all’estero stanno ulteriormente minando l’influenza internazionale del Regno Unito. Ma non è tutto. Il patrimonio netto del British Council è diminuito di quasi un terzo in poco meno di un decennio, la promessa che ogni parte del Regno Unito avrebbe goduto dei vantaggi relativi a “investimenti a lungo termine nella ricerca e sviluppo, nell’istruzione e nelle istituzioni culturali” non è stata ad oggi mantenuta e il numero di viaggi di studenti stranieri nel Regno Unito è diminuito dell’83% quest’anno rispetto ai livelli pre-pandemia del 2019. Niente è perduto, perché comunque il Regno Unito continua ad essere al secondo posto del Global Soft Power Index 2022 di Brand Finance, ma la stampa di destra e sinistra concordano su un punto: il soft power britannico si è eroso.

Fiducia nei giornalisti, una ricerca

La fiducia nel giornalismo è in crescita nel Regno Unito, come riporta PressGazette. Infatti, secondo Veracity Index, lo studio annuale condotto da Ipsos che misura il livello di fiducia del pubblico britannico in varie professioni dal 1983, la percentuale della popolazione che afferma di fidarsi dei giornalisti è aumentata nell’ultimo anno ed è quasi raddoppiata rispetto al 2000. È bene sottolineare, tuttavia, che i giornalisti rimangono ancora tra le professioni meno affidabili nel Regno Unito, ma sono davanti a politici, agenti immobiliari e dirigenti pubblicitari (le più credibili sono invece gli infermieri, gli ingegneri e i dottori). Questo dato rappresenta comunque un netto miglioramento rispetto al 2020, quando solo il 23% delle persone intervistate (su un campione di 1.000 soggetti) aveva affermato di fidarsi dei giornalisti, e al 1983, quando la percentuale era del 19%. Tra i dati significativi del sondaggio di quest’anno: le persone più giovani tendono a fidarsi maggiormente dei giornalisti rispetto alle generazioni precedenti, in particolare ai Baby Boomers; tra chi ha un alto livello di istruzione (la laurea), il 37% dichiara di avere fiducia; anche a livello socioeconomico emergono alcune differenze: la classe operaia e i disoccupati hanno meno probabilità di fidarsi. Ipsos ha anche chiesto alle persone cosa pensassero dei giornalisti televisivi, scoprendo che proprio quest’ultima è una delle professioni in cui c’è stato il maggior “boom” di fiducia nell’ultimo anno: un salto di ben sei punti percentuali rispetto al 2021. In questo caso, la generazione dei Baby Boomer era quella con il più alto livello di fiducia. Anche se c’è stato un miglioramento, è ora che il mondo del giornalismo si interroghi su come riacquistare autorevolezza.

L’eredita dell’informazione ai tempi del Covid

Come riporta il New York Times, l’amministrazione Biden sta facendo leva sui giganti dei social media come Facebook per combattere la disinformazione legata al Covid-19 che continua invece a prosperare su piattaforme di estrema destra come Gab. Il sito in questione, che ha guadagnato milioni di nuovi utenti dopo la rivolta del 6 gennaio 2021 al Campidoglio, è pieno di post che promuovono rimedi al Covid-19 non provati, tra cui l’ivermectina, pubblicando anche annunci che ne promuovono la vendita. Secondo gli esperti, la diffusione della disinformazione sanitaria sarà probabilmente un’eredità duratura della pandemia di coronavirus (vedi Editoriale 9, Editoriale 45, Editoriale 96). E non ci sono soluzioni facili. Per prepararsi a future pandemie, la Casa Bianca ha recentemente pubblicato una nuova strategia nazionale di biodifesa per “rafforzare le partnership di messaggistica” prima che emerga un’altra minaccia biologica. L’obiettivo, ha detto il dottor Raj Panjabi, il principale consigliere di Biden per la sicurezza sanitaria globale, è quello di lavorare con “aziende affidabili che si preoccupano di trasmettere il messaggio giusto”. Ma la lotta alla disinformazione è diventata di per sé politica e ha portato l’amministrazione Biden in tribunale, di fronte ai procuratori generali della Louisiana e del Missouri, entrambi repubblicani, che l’hanno accusata di sopprimere la libertà di parola su questioni come il Covid-19 e le elezioni, collaborando con i giganti dei social media come Facebook e Twitter.

Capire la politica grazie a Twitter

Ricostruire le reti dei parlamentari per identificare i leader e le loro comunità è possibile grazie ai dati. Lo dimostra il lavoro svolto e pubblicato su lavoce.info da Andrea Ancona e Gabriele Pinto, che hanno scelto Twitter, il social network preferito dai politici e da chi segue la politica, per individuarle costruendo dei grafici basati su chi segue chi. Il primo risultato che emerge è la facile identificabilità dei partiti, alcuni dei quali sono più “isolati” (Lega e 5 Stelle), mentre i gruppi “centristi” rappresentati da Azione-Italia Viva e Forza Italia sembrano quasi fungere da ponte tra Partito Democratico e Fratelli d’Italia; sono tutte, però, reti assortative, dove la tendenza è quella di collegarsi tra esponenti dello stesso partito. Una partita differente è, invece, rappresentata dal determinare chi è il leader più popolare sulla piattaforma, attraverso il numero di followers e il page rank. In base il primo criterio, il migliore è Matteo Renzi, seguito dalla premier Meloni, mentre il page rank vede Enrico Letta sul gradino più alto del podio, prima, di nuovo, del leader di Italia Viva. Degno di interesse anche il lavoro svolto sulle comunità dei partiti: se la percentuale dei parlamentari che “followa” il proprio leader è sempre, almeno, il 60%, non c’è la stessa omogeneità per quanto riguarda la densità delle sotto-reti di partito, più alta per Azione-IV (che, però, ha meno parlamentari e, quindi, un numero limitato di possibili connessioni tra onorevoli) e per il PD, seguiti, con distacco, da partiti di destra e M5S. Ma la conclusione forse più interessante di questo studio non riguarda tanto i risultati quanto la sua impiegabilità per provare a predire cambi di casacca e di leadership. Intanto è disponibile la versione interattiva del network.

Dissociati dai social

Come e perché i social media devono cambiare per dare più potere alle persone che li usano: questo l’oggetto della ricerca presentata all’edizione 2022 dell’“Association for Computing Machinery Computer-Human Interaction Conference on Human Factors in Computing Systems” dalla ricercatrice specializzata in interazione uomo-computer presso l’Università di Washington, Amanda Baughan, intervistata dall’editor di Mind Matters, Daisy Yuhas e riportata su Scientific American. Uno dei temi approfonditi nella ricerca prende il nome di “30-Minute Ick Factor”, cioè quando le persone intendono usare per poco tempo i social media, ma non appena si rendono conto dei 30 minuti trascorsi provano un senso di disgusto e delusione nei confronti di sé stessi poiché lo considerano tale tempo come inutile, improduttivo o come una dipendenza. Questa esperienza, secondo Baughan, è una questione di dissociazione, cioè quando il senso di autocoscienza riflessiva si riduce e l’attenzione viene ripristinata con la sensazione di “Cosa è appena successo?”. La studentessa ha quindi dato il via ad un progetto che ha coinvolto 43 partecipanti nell’uso di Twitter tramite la creazione di un’applicazione mobile personalizzata chiamata Chirp. I risultati hanno dimostrato che la dissociazione si è verificata nel 42% dei soggetti coinvolti, che hanno dichiarato di sentirsi “completamente assorbiti”. Sono stati individuati, quindi, quattro interventi che hanno modificato l’esperienza di Twitter su Chirp per ridurre la dissociazione, come gli elenchi personalizzati e le “reading history labels”. I partecipanti hanno ammesso di sentirsi più sicuri nel controllare i loro account sui social media quando erano presenti queste modifiche. Questi accorgimenti hanno ridotto in modo significativo la dissociazione delle persone, ma non hanno influenzato il tempo trascorso utilizzando l’app. Ciò indica che ridurre l’estraniamento degli user potrebbe non essere così antitetico agli obiettivi di guadagno delle aziende di social media come si potrebbe intuitivamente pensare.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: https://www.storywordproject.com/