Fridays for Future, i ragazzi sempre più sostenibili

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di Raffaele Nappi

I ragazzi e le ragazze di Fridays for Future tornano protagonisti. E affermano: “Il movimento è diventato grande. Non abbiamo bisogno di gesti eclatanti. La politica è inadatta alla crisi e la gente ha sempre più paura”.

(foto Lisa Capasso)

“È davvero inaccettabile che nonostante l’Italia debba decarbonizzare la sua economia nel giro di 10 anni continui a investire sui combustibili fossili, di cui fa parte anche il gas, piuttosto che nelle energie rinnovabili. È essenziale agire in modo diverso, evitando gli sprechi di energia e i consumi inutili e sbloccando i progetti di rinnovabili fermi”. Da Firenze a Bologna, da Roma a Napoli: il movimento Fridays For Future Italia riparte dalle città.

Nelle fabbriche e sulle strade

In Toscana, le ragazze e i ragazzi si sono schierati al fianco dei lavoratori del collettivo all’interno della fabbrica Gkn, a seguito della chiusura dello stabilimento che produceva semiassi per automobili (l’idea è di utilizzare gli stessi macchinari per produrre parti di autobus elettrici, oltre che realizzare il primo polo per la mobilità sostenibile in Italia, con il supporto dell’Università Sant’Anna di Pisa).
In Emilia Romagna sono scesi in piazza contestando la decisione della Regione di ampliare l’autostrada e annessa tangenziale fino a 18 corsie, attraverso il passante di mezzo. “Un’opera anacronistica, considerando che il parco auto nazionale dovrà dimezzare quanto prima, e gli investimenti sull’allargamento della rete stradale non fanno che incentivare l’utilizzo dell’automobile a discapito del trasporto pubblico, senza di fatto benefici per il traffico”.

Dalla Terra dei fuochi

Al Sud, dove con i disoccupati napoletani “la questione ambientale e quella lavorativa si intrecciano“, l’urlo è contro i conflitti ambientali, al servizio di “un Nord sempre più avido di beni e risorse”.
“Sono situazioni già visibili ai nostri occhi: dalla Terra dei fuochi a Taranto, passando per l’estrattivismo dell’industria fossile che va dalla Val d’Agri a Gela. Zone di sacrificio, ma che non sono assopite e che hanno dato vita a grandi manifestazioni e dimostrazioni di dignità, di indomita capacità auto organizzativa, ma poco raccontate. Uno degli scopi principali per cui è nato il movimento è proprio fare da megafono a chi è più colpito dalla crisi climatica, che intreccia tutte queste drammatiche esperienze”.

(foto Irene Salvati)

“In questi anni di attivismo stiamo integrando sempre più persone ed esperienze nuove” spiegano ragazze e ragazzi di Fridays for Future.
Al momento si contano oltre 100 gruppi locali in tutta Italia, con una vivace ripresa post-pandemica. “Il nostro obiettivo non è più solo creare mobilitazioni di massa, ma spingere le persone ad attivarsi per creare reti di solidarietà a sostegno di chi è più colpito dalle molteplici crisi del nostro tempo. Il passaggio dall’attuale modello centralizzato a uno decentrato e basato sulla partecipazione attiva della cittadinanza si realizzerà solo se la popolazione tutta sarà a favore della conversione ecologica, ispirata da un nuovo modello di democrazia”, raccontano.

Fridays for Future in azione

“Abbiamo collaborato a livello internazionale con i gruppi di FFF Mapa, la sezione del movimento che comprende gli attivisti che provengono da aree che risentono maggiormente gli effetti della crisi climatica. Lo sforzo è stato di portare la loro voce all’interno della Cop27 (la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2022, lo scorso novembre a Sharm el-Sheikh) insieme alle richieste della società civile egiziana, mettendo in luce la contraddizione di organizzare un meeting internazionale di questo calibro in un Paese altamente repressivo, che conta oltre 60mila prigionieri politici (Human Rights Watch)”.
Sempre in novembre, sono state organizzate azioni in tutto il mondo al grido di #FreeThemAll per chiederne la liberazione, con particolare attenzione per la storia di Alaa Abd El-Fattah, che durante la Cop ha intrapreso uno sciopero della sete da dentro le carceri egiziane.
Dopo l’Egitto i Fridays for Future hanno sostenuto le mobilitazioni femministe del 25 novembre, dei gruppi studenteschi e dei sindacati di base di inizio dicembre”.

La politica italiana

“Dubitiamo che il cambiamento necessario per affrontare la crisi climatica verrà dal sistema politico attuale, percepiamo ancora una forte impreparazione sul tema da parte delle istituzioni, e ci sarebbe bisogno di un maggiore coinvolgimento della società civile nelle scelte politiche”, spiega Emanuele Genovese di Fridays for Future Italia.
“Dalle prime azioni di questo governo – aggiunge – si conferma la scelta di operare nuove trivellazioni nell’Adriatico, andando contro tutta la comunità scientifica e proponendo un piano energetico conseguente che non allevierà la povertà energetica dilagante. Su molti altri temi temiamo scelte rischiose, la prossima finanziaria sarà un primo documento in cui vedremo cosa porterà avanti il governo”.
Durante l’ultima campagna elettorale, FFF ha incontrato le maggiori forze politiche, di ogni schieramento, per insistere sulla inutilità dei rigassificatori. “È un investimento che richiederà diversi miliardi di soldi pubblici non solo per le navi ma specialmente per l’acquisto del gas liquefatto, nettamente più costoso a causa del trasporto”.

Le proposte

Da dove quindi bisognerebbe ripartire, subito? “Abbiamo studiato le azioni più urgenti da mettere in atto, le abbiamo raccolte nell’Agenda climatica pubblicata sul nostro sito“.
Per fare qualche esempio: lo sviluppo di una rete efficace di mezzi pubblici gratuiti e accessibili, che riduca il gap infrastrutturale Nord-Sud Italia; la creazione di almeno una comunità energetica rinnovabile per Comune; la ripubblicizzazione dell’acqua; la fornitura gratuita dell’energia per i servizi di base; la settimana breve a parità di salario.

I Fridays e Ultima generazione

Come si pongono i Fridays for Future rispetto alle azioni di disobbedienza civile del movimento ‘Ultima generazione’, che hanno colpito opere d’arte in tutta Europa (compresa la Bmw dipinta da Andy Warhol ed esposta a Milano), e in ultimo anche il Teatro alla Scala (colorato con vernice blu il portone la mattina della Prima)?
“Le persone sono sempre più spaventate dal modo in cui ci stiamo avvicinando verso il precipizio, e siccome non vogliono stare a guardare l’inazione della politica cercano di agire in diversi modi, ognuno secondo le proprie possibilità”, risponde Laura Vallano di Fridays for Future Torino. In generale, prima di giudicare chi compie queste azioni dovremmo chiederci: chi sta creando un vero danno all’umanità, chi lancia della zuppa su un quadro senza però intaccarlo o chi causa la morte di 8 milioni di persone all’anno con l’inquinamento da combustibili fossili? Chi decide di investire miliardi su nuove estrazioni di petrolio o gas quando ogni rapporto scientifico dice che ci porteranno al collasso? E tutto questo a norma di legge, senza ripercussioni”. 

“A noi le nuove modalità di azione interessano se riescono a spostare il focus sulla situazione in cui ci troviamo, in modo ampio e non ristretto e parziale come sta accadendo ora. La natura del nostro movimento è diversa, abbiamo la necessità di andare oltre la singola azione mediatica, spendere la maggior parte delle nostre energie sulla creazione di nuclei resistenti in modo continuativo nel tempo, perché senza il legame con i territori sarebbe difficile riuscire a portare in piazza migliaia di persone”.

La guerra

Qual è la posizione del movimento rispetto al conflitto in Ucraina e quali dovrebbero essere le azioni da intraprendere? “I combustibili fossili hanno legato l’economia europea a Paesi geopoliticamente instabili. La contesa sul mercato del gas è stata tra le cause principali del conflitto in Ucraina, a cui è seguita una crisi energetica e sociale. È una dipendenza tossica, per noi e per il pianeta”.
Nell’ultimo decennio l’Italia ha registrato, nonostante l’enorme potenziale delle rinnovabili, “uno dei tassi di installazione annuali più bassi d’Europa”.
Solo l’abbandono delle risorse fossili può garantire una produzione energetica democratica basata sulle fonti rinnovabili e sulla produzione su piccola e media scala. La solidità della rete energetica sarà possibile se ci libereremo dalla dipendenza da regimi autoritari, dove i diritti umani non sono tutelati. L’alternativa è sempre esistita e può salvarci ora”, concludono.

di Raffaele Nappi