Tg1 al centro di un caso internazionale con l’ex leader afgano Ata Noor

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Ata Mohammed Noor è una figura pubblica importante, in Afghanistan, sin da quando istruiva i mujaheddin in lotta contro i sovietici e poi combatteva contro i talebani con Ahmad Shah Massoud. Leader del partito Jamiat-i-Islami, dal 2004 al 2018 è stato governatore di Mazar-i-Sharif. Era considerato uno degli uomini più ricchi dell’Afghanistan, ma nell’agosto 2021 ha lasciato il Paese insieme con il generale Abdul Rashid Dostum, di fronte all’avanzata dei talebani dopo la partenza delle truppe internazionali.


L’offensiva degli integralisti islamici si è trovata di fronte pochissima resistenza: i generali sparivano, i comandanti si imboscavano, moltissimi soldati gettavano la divisa per tornare a casa in abiti civili. Secondo un servizio messo in onda dal Tg1 Rai il primo febbraio alle 20, la partenza di “uomini forti” come Ata Noor e Dostum, ma anche del presidente Ashraf Ghani, sarebbe stata in realtà concordata con il governo del Qatar, che avrebbe versato milioni di dollari perché non si opponessero all’arrivo dei talebani.


Ad Ata Noor in particolare, secondo i documenti mostrati dal Tg1, sarebbero stati versati 60 milioni e 900 mila dollari in segno di ringraziamento per la sua collaborazione nel cambio di regime. Ma dopo la messa in onda del servizio, molti esprimono forti dubbi sull’autenticità delle carte e sulla possibilità stessa che in un contesto come quello afghano la corruzione possa lasciare tracce così esplicite ed evidenti.


L’ex governatore di Mazar-i-Sharif, oggi a Dubai, ha smentito tutto su Twitter e ha scritto al Tg1, chiedendo che la redazione pubblichi le prove che ha. Gli abbiamo chiesto che cosa pensa delle accuse.


Governatore, come ha appreso di queste accuse e che cosa dice sui documenti che le dimostrerebbero?
“Ho saputo da altri media di questo servizio diffamatorio del Tg Rai italiano, che mi accusava falsamente di aver ricevuto soldi dal Qatar. Quei documenti sono falsi. Hanno anche abusato della carta intestata e dello stemma governativo del Qatar. Come principio fondamentale, i media avrebbero dovuto verificare i documenti con fonti diverse. Quello che è successo mette in dubbio l’accuratezza e l’imparzialità dei mezzi di comunicazione. Se al Tg1 sostengono di aver ricevuto quei documenti da loro fonti, vuol dire che sono caduti in una trappola di fake news”.


Come ha reagito alla notizia?
“Ho contattato l’organizzazione giornalistica per informarli che il loro servizio è calunnioso, falso e contraffatto. Ho anche scritto una lettera al ministero degli Esteri del Qatar, chiedendo loro di verificare i documenti e agire di conseguenza. I media hanno infangato il mio nome. La notizia è su tutti i media afghani e stranieri, che per tutta la vita mi hanno sostenuto. Si sa come si diffondano le notizie false in questi giorni. Ci sono anche implicazioni estere, anche il ministero degli Esteri degli Stati Uniti aveva osservazioni. Tutto questo ha seriamente danneggiato la mia reputazione”.

Lei ha una lunga esperienza come amministratore. Come immagina che si debba fare per corrompere un pubblico ufficiale? Ogni giornalista esperto avrebbe riso all’idea che si metta per iscritto il pagamento di una mazzetta. Può essere credibile, secondo lei?
“L’intero documento contraffatto era esilarante. Mi dispiace per il giornalista e il direttore, i quali non si sono accorti che era tutto inventato. Prima di tutto, nessuno corromperebbe qualcuno lasciando tracce scritte e firme. In secondo luogo, l’ambasciata del Qatar a Kabul avrebbe usato l’arabo nel suo testo invece che il persiano. In terzo luogo, il contesto è così divertente e volgare che persino un bambino avrebbe notato la falsità e le intenzioni maliziose che c’erano dietro”.


Secondo lei, perché la Rai ha diffuso quel servizio?
“Non vedo molte ragioni possibili. Innanzitutto, il giornalista e gli altri media non hanno fatto il loro dovere in modo onesto e completo. È una notizia ricercata male. Per i media il controllo incrociato dovrebbe essere la priorità numero uno. Invece non ci hanno nemmeno contattato per verificare. Dietro questo servizio potrebbero esserci i nostri oppositori politici, preoccupati per il sostegno pubblico e decisi a minare la nostra reputazione. Inoltre, non possiamo escludere la possibilità che i media possano aver ricevuto tangenti da una parte per mandare in onda questo rapporto infondato e dannoso”.

Secondo lei c’è stata poca accuratezza professionale o esplicite intenzioni di danneggiarla?
“Sia l’uno che l’altro, comportamenti non professionali e intenzioni dannose contro di me, considerando il mio profilo pubblico. Tentativi di screditarmi ci sono stati anche in passato, ma sono tutti falliti”.


Che cosa farà adesso?
“Ho inviato una lettera al Tg1, chiedendo che pubblichino eventuali documenti che hanno contro di me. Non hanno ancora risposto e non sono sicuro che lo faranno. Ora sto facendo il mio secondo passo, ovvero darò seguito legale alla diffamazione, con il mio avvocato. Bisogna fare giustizia. Non è possibile semplicemente diffamare qualcuno mandando in onda un’accusa infondata. Al Tg1 devono essere ritenuti responsabili per il loro servizio”.

Che cosa pensano gli afghani di questa vicenda?
“Sia la gente che i nostri partner internazionali conoscono la mia storia: ho aderito alla jihad da adolescente, ho combattuto contro i talebani, ho contribuito a liberare l’Afghanistan e ho reso la provincia di Balkh un’oasi di sicurezza, pace e prosperità. Queste calunnie non mi fermeranno”.