La radio affronta (con lentezza) la sfida digitale e il pericolo Ott

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Speriamo che questa edizione 2023 del World Radio Day sia stata l’ultima, o almeno una delle ultimissime in cui la notizia principale sia la constatazione meravigliata che la radio è ancora viva e anzi sta crescendo. Il convegno organizzato presso il Rettorato dell’Università di Roma Tre ha presentato elementi confortanti: in Italia il sistema dei contenuti audio ha superato il miliardo di gire d’affari, le prospettive parlano di percentuali in significativa crescita anche nei prossimi anni. E siccome sono ormai passati 44 anni dal lancio del profetico pezzo dei Bangles “Video killed the radio star” possiamo ormai dare per acquisito che la radio è viva, vegeta e tutto sommato in buona salute. Ma c’ ovviamente un Ma. Ed è che deve assolutamente compiere un ulteriore e decisivo passo nella sua evoluzione digitale.

O meglio: non lo deve fare la “radio” ma gli operatori dei tradizionali contenuti radiofonici trasmessi via etere in flusso. Perché ovviamente sta accadendo qui quanto già accaduto nel mondo delle tv: il progressivo spostamento del mezzo di trasmissione dall’etere al web, dalle stazioni radio alle piattaforme. Ma la radio digitale ha circa dieci anni di ritardo: la tv digitale terrestre ha aggiornato gli impianti al 2008, 4 anni di transizione e nel 2012 è stata spenta la vecchia rete analogica. Qui, per certi versi, dobbiamo ancora partire. Il Dab, la radio digitale, avanza a passo di lumaca: AgCom ha varato solo pochi mesi fa il piano di assegnazione delle frequenze e ora la palla passa al Mise che dovrà decidere le regole di assegnazione. Nel frattempo la rete digitale, il sistema di antenne e ripetitori, si è andata lentamente completando.


L’articolato report “L’ecosistema audio-suono” condotto dall’Ufficio Studi Rai e presentato al convegno di Roma Tre riporta i numeri forniti da Confindustria Radio Tv: al 2020 la rete Dab ha raggiunto l’84% del territorio nazionale, ma la penetrazione nelle case delle famiglie italiane si ferma al 10% (servono più ripetitori perché il segnale Dab è meno invasivo, non a caso consuma un quinto dell’elettricità necessaria alla tradizionale Fm analogica). Va meglio la dotazione sulle auto: il 90% delle auto di nuova immatricolazione sono dotate di autoradio Dab, ma si sa che il parco auto degli italiani è tra i più vecchi d’Europa. La copertura della rete autostradale italiana è al 95%. Le radio Dab vendute per l’ascolto domestico sono 8 milioni. Perché si è andati così lenti? Perché il sistema radio è un sistema dove girano meno soldi rispetto alla tv. Si è insomma investito meno: e una tipologia di ascolto che vede l’80% degli utenti ascoltare la radio fuori casa e il 90% di questi in auto, ha lasciato a lungo l’illusione che esistesse una specie di difesa naturale al vecchio mercato radiofonico.


Come ha ricordato il direttore di Radio Rai Roberto Sergio, la rivoluzione è arrivata solo nel 2018, quando la radio ha smesso di essere un hardware ed è diventata un software. Il boom delle piattaforme streaming, Spotify in testa, e subito dopo due anni di lockdown hanno cambiato tutto. Adesso non ci sintonizza più, si sceglie on demand quello che si vuole ascoltare: programmi di flusso, ma magari al di fuori degli orari della diretta da palinsesto, musica on demand, e poi gli audiolibri e adesso i podcast. E’ per questo che non si parla più di “radio” e basta ma di ecosistema “audio-suono”. E’ questo insieme che è tornato a crescere, che sta registrando una risalita degli ascolti, iniziata con i lockdown (due anni in cui anche le “vecchie” radio sono state l’unico media tradizionale che è riuscito a contrastare il crollo degli investimenti pubblicitari) e che sta continuando. Ma è un ascolto che sta cambiando: esce dai vecchi apparecchi radio e tramite le app si trasferisce su sempre più terminali.


Il report dell’Ufficio Studi Rai rileva come gli italiani ascoltino i podcast per l’80 sugli smartphone, per il 43% sui pc e per un 26% sui tablet. Ecco perché, come ha rilevato Andrea Veronese, responsabile dell’Ufficio Studi di Confindustria Radio Tv, alcune case automobilistiche stanno iniziando a rilasciare modelli sul cui cruscotto non compare più l’autoradio (Dab) ma solo la semplice connessione web. E d’altra parte anche la struttura del ricavi dell’ecosistema audio-suono sta cambiando: la pubblicità – ha spiegato Veronese- è ancora la prima voce, ma il suo peso sul totale complessivo è sceso dal 63% al 53; abbonamenti pagamenti crescono rapidissimi mentre gli acquisti fisici resistono con un 5% e sono perfino superati da forme di finanziamento-partecipazione a eventi tramite crowdfunding, che sono arrivati al 6%.


Come si raccoglie la sfida, da parte degli operatori radio tradizionali? Accentando di uscire dalle vecchie logiche e innovando. Non solo le tecnologie, ma la cultura dell’industria dell’audio-suono. Puntando sulla differenziazione dei contenuti, andando a scovare i mille pubblici diversi attraverso le dirette, l’interattività, il mix di argomenti. Anche Rai sta accelerando su questo versante. Se in Uk Bbc Sound riesce a fare più ascolti di Spotify vuol dire che è possibile.
Ma ci sono altri ostacoli da rimuovere, primo tra tutti un sistema di regole da rinnovare per evitare che le piattaforme, sulla scia dei loro grandi numeri, possano rendere la crescita impossibile a chi parte ora. Lo ha ricordato il presidente di Confindustria Radio Tv Franco Siddi, lanciando il tema della “prominence”. In sostanza l’equivalente di quanto avviene sul motore di ricerca di Google e con gli algoritmi di proposta di film e serie tv nelle piattaforme dello streaming video: serve un accesso non discriminatorio. Lo ha rilevato anche la commissaria AgCom Elisa Giomi, spiegando che l’attuale sistema regolamentare da all’Autorità il potere di intervenire sui contenuti delle piattaforme video ma non su quelle audio: Agcom può così esercitare il suo controllo su Google Tv, con una minuscola quota di mercato dell’1% in Italia, ma non su Google Podcast, che punta a diventare lo YouTube dell’audio.