TikTok si sbottona. Terremoti che creano consenso. Era solo un augurio. Narrazioni russe in Africa. Gli estremisti attirano soldi. Forbes tra americani, cinesi e indiani.

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Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

TikTok si sbottona

TikTok rende noti i numeri della propaganda russa in Europa registrati sulla sua piattaforma. Ne scrive il New York Times, citando i dati presentati in un report relativo a giugno- dicembre 2022: più di 36.500 video eliminati (183,4 milioni di visualizzazioni) perché violavano la policy relativa alla disinformazione, circa 865mila account fake rimossi che contavano più di 18 milioni di follower complessivi (di cui 2,3 milioni in Spagna e 2,2 milioni in Francia). E non è tutto: la maggior parte dei 1.704 account che l’estate scorsa hanno condotto un’azione coordinata per influenzare il dibattito pubblico sull’invasione dell’Ucraina faceva parte della stessa rete basata fuori dalla Russia (non sono noti eventuali legami con il Cremlino), con contenuti indirizzati a utenti italiani, britannici e tedeschi capaci di attirare più di 133mila follower. TikTok ha inoltre dichiarato di avere limitato l’accesso ai contenuti dei media vicini al governo russo e di avere espanso l’utilizzo di etichette che categorizzano i contenuti come sponsorizzati dai governi. L’azienda ha poi assunto persone che parlano russo e ucraino per la moderazione dei contenuti e lavorato con reporter ucraini sul fact-checking. Un’azione massiccia, anche se dagli effetti limitati – solo il 29% degli utenti che ha visto contenuti non verificati ha evitato di condividerli – e, soprattutto, di maggiore trasparenza rispetto alle prime fasi della guerra (vedi Editoriale 77). E sembra non essere esaurita: TikTok ha infatti annunciato per i prossimi mesi aggiornamenti sulle policy che proibiscono contenuti come i deepfake, partnership di fact-checking in Portogallo, Danimarca, Grecia e Belgio, l’espansione dei team di moderatori e dell’accesso ai dati su disinformazione e moderazione dei contenuti.

Terremoti che creano consenso

Il terremoto in Turchia e Siria non è stato solamente un disastro umanitario, ma anche un pretesto utilizzato dal presidente Recep Tayyip Erdoğan per reprimere il dissenso e spostare l’attenzione mediatica sulle vittime. Come riporta Columbia Journalism Review il presidente turco, che si ricandida alle elezioni di maggio, ha risposto alle critiche sulla risposta tardiva del governo all’emergenza definendole “notizie false e distorsioni della realtà” e ha minacciato future rappresaglie contro coloro che “causano il caos sociale”. Non a caso è stata avviata un’indagine penale su due giornalisti ed è stato bloccato Twitter per reprimere il dissenso sui social media. Il terremoto ha rappresentato l’ennesimo esempio della grave situazione in cui versa il giornalismo in Turchia: dopo che Erdoğan vinse il suo secondo mandato nel 2008, infatti, i media divennero la prima vittima del suo crescente autoritarismo. Negli anni successivi, i giornalisti dissidenti più talentuosi sono stati processati, arrestati o cacciati dal paese. Il disastro della scorsa settimana ha impegnato anche i fact-checker orientali, che hanno dovuto gestire una grande quantità di informazioni, gli effetti del blocco di Twitter e le reazioni emotive della popolazione dopo il terremoto. In un articolo di Poynter, Ahmad Primo, giornalista siriano e fondatore di Verify-Sy, un’organizzazione siriana di fact-checking, ha affermato che dopo il terremoto c’è stata sui social un’ondata di paura tale da generare il panico per potenziali inondazioni, tsunami e altri terremoti. I social media, infatti, sono spesso caotici dopo i disastri ambientali esfruttano gli stati emotivi delle vittime, facendo circolare messaggi di divisione, polarizzazione e discriminazione. La decisione di bloccare Twitter ha avuto svantaggi e vantaggi: il governo ha presumibilmente agito in questo modo per limitare le fake news ma allo stesso tempo ha colpito chi cercava informazioni verificate e campagne di aiuto e supporto. 

Era solo un augurio

La vicenda del pallone-spia è stata oggetto, tra le tante cose, anche di barzellette e meme diffusi sui social media cinesi che dipingevano tale episodio come un tentativo di augurare agli americani una felice Festa delle Lanterne, la giornata che chiude il ciclo delle festività del Capodanno cinese. Le battute rispecchiano, in parte, ciò che accade sui social media in tutto il mondo: un evento di attualità viene trasformato in meme per attirare like e follower. Ma in questo caso, come riporta il New York Times, il tono umoristico che si è cercato di dare alla vicenda rappresenta il segnale di una più ampia strategia governativa per minimizzare un incidente che ha messo in imbarazzo la Cina e minacciato di far deragliare ulteriormente le relazioni con gli Stati Uniti. Le autorità cinesi, che da un lato hanno cercato di convincere gli americani che la loro reazione contro il pallone fosse eccessiva, al contempo hanno fatto ricorso al vasto apparato di propaganda per controllare il dibattito in patria. Azionando ancora una volta la macchina della censura, hanno limitato la copertura mediatica e controllato le conversazioni online, al fine di garantire che il pallone-spia non diventasse solo un problema internazionale, ma anche interno. Questo approccio mette in luce il delicato equilibrio che la Cina si trova ad affrontare. Da una parte Pechino deve apparire forte ed evitare ogni ammissione di colpa. D’altra parte, però, la Cina sembra ansiosa di lasciarsi alle spalle questa storia. Dopo il flop della politica Zero Covid, sta cercando di far ripartire la propria economia e di rientrare sulla scena globale. A prescindere dal vero scopo dell’operazione, è chiaro si tratti di un pasticcio al quale in qualche modo ora sta cercando di rimediare anche grazie alla comunicazione del Partito Comunista.

Narrazioni russe in Africa

Il Financial Times racconta che il sostegno finanziario e militare della allora Unione Sovietica alle lotte di liberazione africane fa sì che Mosca sia benvenuta in gran parte del continente. Sfruttando questa posizione privilegiata, il Cremlino riesce a diffondere la propria versione sui numerosi eventi che caratterizzano la politica interna africana e l’attuale contesto geopolitico. I russi vedono l’Africa come “an increasingly important power-projection theatre” sostiene Samuel Ramani (autore di un libro sul coinvolgimento della Russia in Africa), secondo cui i russi lavorano con gli autocrati africani per creare un sistema stabile opposto al neocolonialismo. Nella Repubblica Centrafricana, ad esempio, Mosca controlla ampiamente la narrazione per plasmare la politica interna grazie al supporto che diede cinque anni fa al governo di Bangui per sconfiggere i ribelli che stavano assediando la capitale. Secondo un giornalista anonimo, il Cremlino finanzierebbe anche Radio Lengo Songo in virtù della sua influenza dovuta alla scarsa penetrazione di Internet nel Paese. Gli analisti affermano che, mentre alcune narrazioni filo-russe sono emerse in modo organico, altre sono state manipolate e amplificate da gruppi russi legati principalmente al Gruppo Wagner. In tale contesto, qual è stato il ruolo dei social media? Meta, che ha iniziato a contrastare le “co-ordinated influence operations” nel 2017, dichiara di aver individuato 150 network in tutto il mondo, 30 dei quali focalizzati sull’Africa. Inoltre, gli esperti sostengono che i russi prediligano la diffusione di contenuti “locali” per rendere quanto più credibile possibile la loro narrazione, e sfruttino queste reti di disinformazione per le campagne anti-occidentali. Non è certo una novità il meticoloso controllo delle narrazioni da parte di Putin. La domanda da porsi è quale impatto potrebbe avere sulle “narrazioni africane” una eventuale sconfitta in Ucraina. Lo zar russo avrebbe ancora il potere e la credibilità per mantenere salda la propaganda nel continente africano?

Gli estremisti attirano soldi

Elon Musk ha riattivato alcuni account Twitter che la gestione precedente aveva sospeso per incitamento all’odio o disinformazione. Come riporta The Washington Post, il Centro per la lotta all’odio digitale (Center for Countering Digital Hate – CCDH) parla di centinaia di profili di nazisti auto-proclamati, misogini, omofobi e sostenitori di teorie complottiste la cui riattivazione farebbe parte di un’amnistia generale che Musk avrebbe deciso a causa di un calo degli introiti pubblicitari. Le condizioni finanziarie di Twitter non sono delle migliori dall’insediamento di Musk nonostante il licenziamento di migliaia di dipendenti: dicembre 2022 ha registrato un calo del 70% dei profitti rispetto all’anno precedente, stando ai calcoli di Standard Media Index. L’amministratore del CCDH, Imran Ahmed, spiega che, in effetti, questa scelta si è rivelata remunerativa: la riattivazione degli account seguiti per le loro idee estremiste ha portato a un aumento di engagement e alla comparsa di inserzioni di brand famosi accanto ai loro tweet. Il modello di ricavo di Musk si basa, secondo l’istituto Check My Ads, sul rage-baiting, un “adescamento” dell’utente che fa presa sul sentimento della rabbia: basterebbero quindi pochi utenti discutibili per generare miliardi di dollari di profitto. Questa ampia libertà di espressione concessa da Musk agli utenti di Twitter ha reso la piattaforma un luogo di gran lunga più ospitale per le idee di destra. Come riporta Columbia Journalism Review, i giornalisti di testate repubblicane e conservatrici come Fox News, RedState, Breitbart, Daily Caller e Federalist hanno twittato in media di più dopo l’acquisizione di Musk rispetto agli altri (tendenzialmente di sinistra), che invece hanno diminuito i cinguettii. Ciò ha favorito un aumento di follower per gli account sostenitori di idee di destra e, al contrario, una diminuzione di seguaci per i profili di sinistra, che, in alcuni casi, hanno abbandonato definitivamente Twitter. Ciò avviene a causa dello scarso controllo e della deriva estremista che sta caratterizzando il social di microblogging (vedi Editoriale 109), nonostante sia fondamentale per i giornalisti perché risulta essere il sito da loro più usato per lavoro. Non solo i giornalisti, anche molte aziende sono intimorite dalla gestione di Musk e hanno deciso di sospendere le loro inserzioni sulla piattaforma. Salvo successivi cambi di rotta, è prevedibile il ruolo che assumerà Twitter nel contesto economico e politico mondiale.

Forbes tra americani, cinesi e indiani

Forbes è in vendita. Shiv Khemka, un miliardario indiano, vorrebbe acquistarla ma il governo americano starebbe bloccando l’accordo da 800 milioni di dollari. Come riportato da Semafor, i proprietari di Forbes – un gruppo di investitori asiatici che l’hanno acquistata nel 2014 – sono in trattativa con una società controllata da Shiv Khemka e GSV, ma i banchieri di Citigroup sono alla ricerca di private equity e family office per raccogliere abbastanza denaro americano per rendere Khemka un investitore di minoranza e ottenere di conseguenza l’approvazione di Washington. Questo perché ogni accordo richiede l’approvazione del Committee on Foreign Investment in the United States, il comitato per la sicurezza nazionale che esamina gli investimenti stranieri in importanti società americane. Il controllo da parte del governo statunitense su questo genere di accordi mostra come i tempi siano cambiati in breve tempo. Nel 2014, nessuno si è opposto al denaro del governo cinese: quando Forbes è stata venduta a Integrated Whale Media, un consorzio di investitori asiatici, l’accordo è andato a buon fine attraverso il CFIUS, il quale non ha richiesto misure protettive significative. L’attuale accordo sta avvenendo all’ombra di un’acquisizione fallita nel 2021, quando una società che includeva il fondo sovrano cinese tra gli investitori ha accettato di acquisire Forbes. L’accordo è fallito grazie a quattro senatori statunitensi che hanno espresso la loro preoccupazione che Forbes potesse essere trasformato in un braccio della propaganda del Partito Comunista cinese. Tutto questo accade in un contesto difficile, in cui gran parte del denaro proviene ormai da parti del mondo che si potrebbero definire “problematiche” per gli Stati Uniti.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: www.storywordproject.com