Moda italiana più green. Ma la crescita nel 2023 rallenta

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L’area studi di Mediobanca ha fotografato la situazione del settore. Su 152 società, solo 11 sono quotate. Prada regina

Realmente attenta al green e poco presente in Borsa. E’ il ritratto che l’area studi di Mediobanca ha realizzato della Moda italiana, analizzando i dati finanziari di 152 società del settore, con sede nel paese, e fatturato individuale superiore a 100 milioni.

I numeri evidenziano prima di tutto che, dopo dopo due anni di spinta a doppia cifra, le principali società vedranno un rallentamento nella crescita dei ricavi nel 2023. Se il 2022 è stato molto positivo, con una crescita del giro d’affari nominale a livello aggregato del 20% (a 82 miliardi di euro, +21% sul 2019), per il 2023 gli analisti prevedono un ulteriore incremento del giro d’affari ma a cifra singola: l’8%.
L’aggregato delle Maggiori Aziende Moda Italia dovrebbe arrivare a sfiorare i 90 miliardi, in uno scenario di rallentamento macroeconomico, in un contesto di tassi di interesse che vanno normalizzandosi verso l’alto e con le tensioni inflazionistiche in decelerazione.

Prevalenza al Nord

Le 152 aziende insieme hanno rappresentato l’1,3% del Pil nazionale nel 2021. Sono distribuite in tutta la penisola, con prevalenza nel Nord (111 unità), seguito dal Centro (32). Tra le imprese manufatturiere spicca l’abbigliamento che determina il 28,6% dei ricavi aggregati 2021, seguito da pelli, cuoio e calzature (23,1%). Le produzioni riferibili all’alta gamma cubano il 73,2% del totale dei comparti abbigliamento, pelletteria e tessile.
Si conferma importante la presenza di gruppi stranieri nella moda italiana: 58 delle 152 aziende hanno una proprietà estera che controlla il 43,6% del fatturato aggregato (il 24,2% è francese), a conferma dell’apprezzamento oltreconfine del Made in Italy.
L’investitore straniero predilige l’alta gamma: l’87,4% del fatturato aggregato delle aziende a controllo estero è relativo alla fascia lusso (il 58,8% è francese).

La proiezione internazionale è una delle caratteristiche più rappresentative delle società manifatturiere della moda: il 73,7% del fatturato complessivo proviene dall’estero, con in testa la gioielleria (80,3%), l’occhialeria (78,0%) e le pelli, cuoio e calzature (76,9%).
I produttori di alta gamma (comparti abbigliamento, pelletteria e tessile) si collocano su livelli di export più elevati rispetto a quelli di fascia più economica (73,2% vs 58,2%), dimostrando maggiore capacità di presidiare i mercati esteri.

La base produttiva delle aziende esaminate è principalmente italiana: il 68% degli insediamenti manifatturieri è ubicato in Italia, mentre il restante 32% è in Paesi stranieri: 17% Europa, 8% Asia, 5% Africa e 2% Americhe. Per le aziende di alta gamma, la concentrazione della produzione nazionale è maggiore: l’83% della loro base produttiva è in Italia e solo il 17% è in Paesi stranieri (di cui due terzi in Europa). La filiera della moda ha inoltre una marcata connotazione distrettuale, tanto da riguardare il 60% del fatturato totale manifatturiero.

Prada in testa

Le prime venti aziende rappresentano da sole oltre la metà del fatturato aggregato. Al primo posto per ricavi si conferma Prada (3,4mld) che precede Luxottica Group (3,2mld), consolidata dalla multinazionale EssilorLuxottica, e Calzedonia Holding (2,5mld). Seguono Moncler e Giorgio Armani con un giro d’affari di 2mld ciascuno.

Solo 11 quotate

Un aspetto particolare, riguarda il numero limitato di società in Borsa: 11 in tutto. La fotografia scattata da Mediobanca mostra che solo il 17,5% del fatturato aggregato (12 miliardi di euro) è prodotto dalle quotate inserte nel panel, mentre il restante 82,5% (56,6 miliardi di euro) è generato dalle 141 non quotate.

Per le quotate dopo il rimbalzo del dicembre 2021 (+29,4% sul 2020), la capitalizzazione a fine 2022 chiude in flessione (-14,4% sul 2021), attestandosi a 37,6 miliardi di euro, pari al 5,3% del valore dell’industria della Borsa Italiana, esclusa Prada. Nel primo scorcio del 2023 si evidenzia una ripresa (+15,8% a metà febbraio 2023).
Al 15 febbraio 2023 il podio di Borsa è occupato da Prada (15,9 miliardi), Moncler (15,7 miliardi) e Brunello Cucinelli (5,5 miliardi); medaglia di legno per Salvatore Ferragamo (3 miliardi), seguita da Tod’s (1,2 miliardi). Tutte le altre società del panel registrano una capitalizzazione inferiore al miliardo di euro.

Moda green

Lo studio ha evidenziato poi che l’impegno Green della moda italiana è concreto. Dall’analisi dei bilanci di sostenibilità 2021 emerge la crescente attenzione alle tematiche ESG (Environment, Social and Governance), accelerata dalla pandemia.

Meno emissioni, più rinnovabili

Numeri alla mano, le aziende italiane della moda si impegnano con incisività per un futuro più sostenibile e per la salvaguardia dell’ambiente. Mediamente diminuiscono le emissioni di CO2 (-20,8% da 1.766 tonnellate di CO2 per un milione di fatturato nel 2020 a 1.462 nel 2021; -20,8%) e i rifiuti prodotti (da 2,9 tonnellate per un milione di fatturato nel 2020 a 2,4 nel 2021; -17,2%).
Aumenta invece il ricorso alle fonti rinnovabili (dal 38,4% nel 2020 al 43,4% nel 2021) e la quota di rifiuti riciclati (dal 65,5% nel 2020 al 73,5% nel 2021).

Il ruolo dei fornitori

Relativamente alla supply chain, dall’analisi dei bilanci di sostenibilità emerge che i fornitori dei maggiori player italiani della moda sono mediamente localizzati per il 56% in Italia, per il 30% in Asia, per l’11% nel resto dell’Europa, per il 2% in Africa e per il restante 1% nelle Americhe.
Il ricorso a terzisti italiani è massimo per le aziende di alta gamma (80%) che adottano una strategia di maggiore qualità e prossimità, mentre le società vocate a prodotti di fascia più economica si rivolgono soprattutto a fornitori asiatici (58%).

Rispetto al 2018, la mappa della supply chain appare oggi leggermente modificata a favore dei fornitori italiani che nel periodo 2018-2021 hanno aumentato il proprio peso specifico di due punti percentuali (dal 54% al 56%), a discapito soprattutto dei fornitori dell’Europa dell’Est e dell’Asia.
La collaborazione con i terzisti pare quindi oggi privilegiare quelli tricolore, in coerenza con la tendenza a riportare in Italia produzioni che in passato erano state delocalizzate.
Attualmente si stanno evidenziando due strategie prevalenti: da una parte, una spinta alla realizzazione di nuove fabbriche in Italia o l’ampliamento di quelle già esistenti, dall’altra una differente allocazione dei propri fornitori, rafforzando le collaborazioni con i terzisti chiave e più prossimi, anche attraverso joint venture o acquisizioni.