Allarme culle vuote

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Un incontro a Roma organizzato da Elena Di Giovanni ha messo in evidenza i tanti problemi legati alla denatalità. Tra cui anche una mancanza di comunicazione. comunicazione. Prima Comunicazione vuole essere parte attiva

Secondo gli ultimi dati dell’Istat, nel 2021 si è registrato un ulteriore calo delle nascite in Italia, con meno di 400mila nuovi nati e un tasso di natalità tra i più bassi d’Europa. Sono numeri che mettono in evidenza una situazione sempre più allarmante su cui incide lo scarso supporto da parte delle istituzioni alle lavoratrici, per di più ritenute responsabili della denatalità, alle famiglie e alle imprese. 
Su questi temi, Elena Di Giovanni, vicepresidente di Comin & Partners, ha organizzato un incontro a Roma il 6 marzo intitolato ‘Family Affairs. La denatalità tra tutela del lavoro e scelte consapevoli’, a cui hanno partecipato Alice Buonguerrieri, avvocata e deputata membro Commissione giustizia; Alessandra Bellasio, Fondatrice Unimamma.it;  Luca Cifoni, autore del libro ‘La trappola delle culle. Perché non fare figli è un problema per l’Italia e come uscirne’ (Edizioni Rubbettino 2022); Gigi De Palo, Presidente Nazionale del Forum delle Associazioni Familiari e della Fondazione per la Natalità; Luisa Quarta, Coordinatrice Gruppo Donne Manageritalia; Linda Laura Sabbadini, Direttrice del Dipartimento per lo sviluppo di metodi e tecnologie per la produzione e diffusione dell’informazione statistica Istat.

Elena Di Giovanni

Aprendo il dibattito, Elena Di Giovanni ha subito chiarito che “diversi fattori possono influire sulla scelta di non procreare, spesso condizionata da ostacoli economici e sociali, in cui si sente la pressione di un gender gap ancora incisivo nel mondo del lavoro, che può far percepire la maternità come uno svantaggio lungo il percorso della carriera. Inoltre mancano sostegni sufficienti alle famiglie in termini di incentivi. Serve un impegno comune per tutelare le donne e promuovere maggior equilibrio tra vita professionale e familiare”, ha detto Di Giovanni, chiedendo “che nel Codice Appalti sia reinserito il riferimento alla parità di genere per valorizzare le lavoratrici come risorsa fondamentale per il Paese”, sottolineando che andrebbero adottati vari strumenti come la certificazione di genere, che è sparita dal codice appalti, e il congedo parentale degli uomini.
“Così come per affrontare un grande problema sociale come la decisione di non procreare, che è soprattutto culturale, sarebbe fondamentale impostare un grande progetto di sensibilizzazione e di comunicazione”. 

Insomma il tema della denatalità è una sfida da affrontare anche per il mondo della comunicazione, dei media, dei social network, dell’audiovisivo.
Prima Comunicazione e Primaonline saranno parte attiva su questo fronte. Intanto iniziando a pubblicare, proprio oggi 8 marzo nel giorno della donna, gli interventi dei partecipanti all’incontro ‘Family Affairs. La denatalità tra tutela del lavoro e scelte consapevoli’, che inquadrano bene, da diversi punti di vista, i tanti problemi legati alle culle vuote.

L’evento ‘Family Affairs. La denatalità tra tutela del lavoro e scelte consapevoli’

Alice Buonguerrieri

“Come è noto, i lavori sul codice appalti sono ancora in corso. Rispetto alla preoccupazione sulla certificazione della parità di genere sparita dal nuovo Codice degli Appalti, ricordo alcuni degli articoli già presenti, che possono rassicurare in questo senso. Per esempio, l’articolo 102 che dice che le stazioni appaltanti richiedono agli operatori economici una serie di impegni, come quello di garantire la stabilità occupazionale del personale impiegato, la parità di genere, l’inclusione per i disabili. Viene inserito il comma 2 che introduce una novità e cioè gli operatori economici devono dimostrare le modalità con le quali intendono adempiere questi obblighi, pena l’esclusione dal bando di gara. 

L’articolo 62 comma 2 stabilisce che possono essere aggiunti tutti gli strumenti necessari per realizzare la parità di genere. Inoltre, nel parere licenziato dalla Commissione alla Camera è stata fatta un’osservazione al governo affinché venga aggiunta la certificazione sulla parità di genere per premialità nei bandi di gara agli appalti pubblici. Si tratta, quindi, di una preoccupazione legittima che troverà effettive risposte e assicurazioni. La famiglia, le pari opportunità e la natalità sono al centro dell’azione politica del Governo. 

Effettivamente, abbiamo dati da bollino rosso. Stiamo vivendo un inverno, come affermato dalla ministra Roccella, o un inferno demografico? Continuando così, certamente, il sistema economico e sociale non reggerà più. La priorità devono essere i figli, che sono la vera infrastruttura sociale del Paese. Nonostante il desiderio di maternità non sia diminuito, questo non trova una realizzazione. Il compito della politica deve essere quello di interrogarsi sul perché questo accade. Senza provvedimenti adeguati, il peso della maternità rimane completamente sulle spalle delle donne e delle famiglie. La maternità deve ritornare ad essere un fattore premiante. Per fare ciò bisogna restituirle un valore sociale.

Fare figli è un fatto che riguarda tutta la società e non solo il privato. Per queste ragioni, il governo, già dalla prima finanziaria, ha dato segnali chiari nonostante il poco tempo e le poche risorse. L’investimento è stato di un 1 miliardo e 500 milioni. Una cifra che dimostra la chiarezza con cui si è deciso di intervenire per famiglia, pari opportunità e denatalità. Tra le proposte ci sono: l’assegno unico per i nuclei familiari con figli tra 1 e 3 anni, la riduzione dell’iva e agevolazione acquisto prima casa per i neogenitori, detassazione per le assunzioni di giovani. Inoltre sono stati presi dei provvedimenti come il congedo di maternità, la possibilità del part time e del lavoro agile. Il nostro obiettivo è quello di tracciare la via e indicare una visione politica chiara. Resta, comunque, necessario un piano di investimenti per invertire il calo demografico e fare qualcosa di più oltre agli attuali provvedimenti” 

Alessandra Bellasio

“Ringrazio la community di 200mila mamme che fanno parte di Unimamma.it che mi hanno dato la possibilità di portare degli spunti di riflessione, sul tema della maternità, che a volte restano un po’ sommersi.
E’ il caso di Elena, mamma di un bimbo di 8 mesi, che nonostante mi abbia detto che il post parto sia stato un incubo, mi ha anche confidato che ne vorrebbe fare un altro tra un anno e forse un altro ancora. Ma la realtà è un’altra ed Elena si è dovuta dimettere da infermiera perchè non riusciva a conciliare carriera e figli.
Chiara, mamma di un figlio di un anno, mi ha confermato che vive con i sensi di colpa perché si sente una mamma a metà. Non è un paese per madri, mi ha scritto Francesca, dicendomi che la sua vita è cambiata radicalmente ma non quella di suo marito.

Essere mamme è impegnativo. I temi più sentiti sono quelli che riguardano il gender gap e l’idea della madre come angelo del focolare che si deve occupare di tutto. In realtà, l’uomo può fare di più e in diversi modi. La condizione di abbandono è accompagnata dal mito del sacrificio che consacra la madre e la porta a rinunciare ai propri bisogni, le ambizioni, gli svaghi. Sentirsi una cattiva madre perché si pensa che la maternità possa limitare il proprio futuro. Si tratta di pensieri leciti ma che diventano difficili da ammettere. Cambio culturale che possa permette di essere madri continuando ad essere donne. Ho iniziato ad avere una presa di consapevolezza nella gestione della mia vita che non si poteva fermare alla devozione totale che ho dedicato a mio figlio. Una mamma mi ha detto che suo marito un giorno le ha detto “Chiara ricorda che ti ho svuotato la lavastoviglia e lei ha risposto “perchè la lavastoviglie è mia?” si tratta di contesti culturali radicati al fatto della donna come protettrice della casa e di un certo ambiente che le è ancora appiccicato addosso. Bisognerebbe parlare di impegno di tutti e non di sacrificio di uno solo. 

Luca Cifoni

“Noi abbiamo cercato di mettere insieme le 9 cose che si possono fare per affrontare il problema della denatalità. I numeri sono pessimi e questo è un dato di fatto. Non c’è una soluzione unica. E’ un tema che riguarda tutti indistintamente. Serve un approccio “laico” che coinvolga tutti. Le cose da fare sono tante e bisogna farle tutte insieme. Noi siamo partiti da due elementi di tipo culturale. Il primo è quello che riguarda la creazione di un linguaggio per parlare di questo all’interno del dibattito pubblico. L’Italia si porta dietro da molto tempo il tabù delle politiche di natalità di stampo fascista. Bisogna avere la franchezza invece di affermare che questo è un  problema del Paese in toto. Il secondo fattore culturale è quello del linguaggio “privato”. Siamo ormai disabituati a parlare di bambini.

Dovremmo parlarne nelle famiglie, nelle aziende per recuperare una dimensione della natalità pubblica e privata. La terza azione è quella riguardante il tema economico. Gli aiuti pubblici sono fondamentali. L’introduzione dell’assegno unico universale è un grande contributo che ha sostituito una lunga serie di entità diverse e le altrettante domande che rendevano soltanto più complesso il sistema burocratico. Si tratta di un passo di semplificazione che non basta. Per arrivare al livello di sostegno che offre la Germania ai genitori bisognerebbe aumentare del 50% le risorse. Il quarto punto è inerente al mondo del lavoro che influisce molto, soprattutto la precarietà. I giovani, infatti, escono di casa tardi e fanno figli tardi. C’è stata in passato un’iniezione di flessibilità, dovuta anche alle dinamiche del mercato del lavoro, che va rivista anche in funzione di questo obiettivo.

Se non si ha neanche un reddito stabile all’interno della famiglia è difficile fare figli. Il quinto spunto è sull’occupazione femminile. L’Italia ha il più basso tasso di occupazione femminile in Europa ed il più basso tasso di fecondità. Se le donne lavorano in un contesto di stabilità sono più propense ad avere figli. Che viene vissuto come un completamento di sé stesse lavoratrici e non come un ruolo residuale imposto. Sicuramente, la responsabilità è anche degli uomini. Siamo il Paese in cui gli uomini aiutano di meno la propria partner. Si dovrebbe spingere sui congedi parentali che in Italia sono tra i più corti d’Europa. Non può essere un problema solo delle donne. Un altro aspetto è quello del peso delle aziende che può risultare decisivo. Ci sono casi in cui un welfare societario positivo, combinato con l’aiuto dello Stato, ha avuto degli effetti tangibili in materia di denatalità. Anche l’immigrazione può essere un fenomeno che se coniugato con le politiche familiari può fornire un grande contributo. Infine, è da segnalare che c’è una voglia di famiglia che si vede in tanti modi, come le adozioni e la fecondazione assistita, che contribuiscono a creare un certo tipo di clima nella società. In questo Paese che ha una disperata necessità di cambiare rotta in termini di natalità, non possiamo permetterci di lasciare fuori qualcuno che ha voglia di famiglia”. 

Gigi De Palo

“A me fa riflettere il fatto che abbia dovuto fondare un’associazione sulla natalità per parlare dell’argomento. Come avviene con l’ambiente, l’analisi dei dati è nota ma non si riesce a fare una sintesi. Tutti sanno e parlano del problema ma nessuno agisce. Gli Stati generali della natalità nascono per questo e cioè dall’idea di mettere insieme i diversi campi della società per parlare di denatalità. Sicuramente costerà di più non fare nulla ora che fare qualcosa adesso. Quando vedremo gli effetti sul Pil, sulle pensioni e sul sistema sanitario nazionale ci accorgeremo delle ripercussioni. E’ il momento di agire per non pagare le conseguenze più gravi in futuro. Per esempio, invece di creare un Ministero sulla Natalità mettiamo il tema all’interno delle deleghe del Ministro dell’Economia.

Il problema della denatalità è un tema economico. La seconda causa di povertà è la nascita di un figlio. Un bambino da 0 a 18 anni costa 170mila euro di media e così questo fa vedere la nascita di un figlio come una minaccia. In media la volontà dei genitori è quella di avere 2 figli. Considerando che il tasso di natalità è invece di 1,24, quello 0,8 di differenza corrisponde alla percentuale di sogni di genitorialità che vengono sacrificati e uccisi. E’ una problematica che bisognerebbe mettere al centro del dibattito pubblico. Ed è un tema che riguarda anche la libertà delle persone e soprattutto delle donne.

Non si è liberi di avere figli. Questo è il paese dove si pagano le tasse in base al reddito e non in base alla composizione familiare. Si dovrebbe invece includere il peso dei figli all’interno del calcolo delle tasse. In questo modo l’ Art.53 della Costituzione, che dice che bisogna pagare le tasse in base alla propria capacità distributiva, viene disatteso. A tutto questo bisogna includere anche il Pnrr. Non si possono costruire asili nido senza vedere la tendenza demografica del territorio. Non è questa la soluzione. Non ho fatto 5 figli perché in Italia conviene ma perchè era bello. Una bellezza che non viene più raccontata. Non c’è cosa più bella di accudire e stare con un figlio. Per questo dobbiamo ritornare ad avere una narrazione diversa della famiglia che è un’occasione di dialogo e non di scontro”. 

Luisa Quarta

“Le aziende stanno facendo tanto in termini di natalità. Le donne nel mondo del lavoro iniziano ad avere ruoli importanti ed ad avere un cambio culturale per invertire la tendenza. Ci sono numeri confortanti: managerialità in aumento dell’8% con un +12% per le donne rispetto al +7% degli uomini nel terziario. Bisogna considerare che le multinazionali sono più attente a temi come la diversità e la parità di genere rispetto alle aziende medio piccole italiane. Le donne hanno paura di avere un figlio e di comunicarlo.

Il ruolo sociale dovrebbe essere condiviso con il partner. La maternità non è un dramma ma un problema organizzativo. Si parla di 5/8 mesi in cui ci si può organizzare se c’è una cultura della genitorialità sana e condivisa. Il figlio è di entrambi non solo della donna. Un lavoro che vada più per obiettivi e merito aiuterebbe sicuramente a superare la discriminazione sulle donne che si assentano dal lavoro, oltre che un dialogo aperto in azienda sulla genitorialità.

Manageritalia in questo senso ha creato un gruppo di donne, “fiocco azzurro”, in cui si accettano delle regole utili per cambiare questo percorso degenerativo di nascite. Bisogna instaurare una comunicazione della genitorialità nelle aziende e accoglierla con entusiasmo. Un continuo dialogo che non sia un momento di rottura ma condivisione della gioia del figlio con l’azienda. E’ importante il confronto della famiglia con l’azienda e le sue dinamiche dopo la nascita di un figlio. Non è una tematica solo femminile ma generale. Molte aziende garantiscono 3 mesi di paternità pagate a cui gli uomini non sempre usufruiscono per non perdere occasioni lavorative. Questo è il timore costante delle donne Perché devono essere loro a pagare? Anche perché la voglia di essere genitori c’è. In altri paesi vicini a noi come la Spagna i sostegni sono molto maggiori. E noi possiamo fare di più”.

Linda Laura Sabbadini

“Non bisogna fare i conti solo con il dato di oggi. Sarebbe facile affermare così che il covid ha creato una straordinarietà e recuperare da questa situazione è difficile si potrebbe dire. Invece il paese ha una permanente denatalità. Si è protratta per anni ciò significa che le generazioni si assottigliano. Si dovrebbero fare molti più figli rispetto a quelli che si facevano prima. Il minimo è stato raggiunto nel 55 e ce ne accorgiamo adesso? il problema è che nel paese non si è creato un clima sociale per la maternità e tutto ha remato contro. Sovraccarico nelle donne più avanzato rispetto agli altri paesi.

Le donne hanno tagliato sul lavoro familiare per compensare il mancato contributo degli uomini che si sono concentrati molto sui figli. Organizzazione rigida sulle donne penalizzate dal fatto che una donna su 4 lascia il lavoro dopo un figlio. Costretta a prendere il partime in un processo che rende difficile essere autonomi e indipendenti economicamente. Assenza di politiche adeguate e di sostegno per creare un processo di condivisione e sviluppo di servizi che il nostro paese ha ridimensionato rispetto agli altri paesi.

Servizi ad anziani disabili e bambini non sono stati ben distribuiti e coperti. Bisogna recuperare tutte queste misure a supporto della scelta di avere un figlio. Il numero di figli desiderato è sempre 2. Scarto tra desiderati e avuti. Riflessione sull’impatto, ricordare che secondo le previsioni demografiche che anche se noi investiamo sulla fecondità l’effetto della crescita si vedrà tra 25 e 30 anni. Effetto diluito nel tempo. Da qua a 30 anni avremo 9 milioni in età lavorativa in meno. Chi pagherà le pensioni? Quindi da un lato agire su chi vuole avere figli e permettergli di averli con tutti i sussidi ma bisogna anche gestire bene e intelligentemente la questione delle migrazioni. In modo adeguato bisognerà fare i conti anche con questo. Intese come processo di integrazione adeguato e come possono essere inserite per arricchire la società nel suo complesso. Altrimenti non recupereremo questa situazione nell’arco di 30 anni”.