Il potere è nella carta. Rupert Murdoch tra Trump e DeSantis. TikTok ha le ore contate? Il sogno americano di Axel Springer. I superdiffusori di Musk. La rivolta anti-ESG. L’economia del gusto, tra nuovi e vecchi creator.

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Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

Il potere è nella carta

Nel 1974 Eugenio Cefis, ex braccio destro di Enrico Mattei, disse all’allora Direttore del Corriere della Sera Piero Ottone: “Io sono un industriale e ho bisogno di favori dai politici, per restituirli il modo migliore è possedere un giornale”. In un approfondimento del Foglio, Stefano Cingolani sostiene che ancora oggi solo un giornale può entrare nella stanza dei bottoni, sottolineando la sua attuale rilevanza nella relazione tra società civile e politica. I giornali oggi vivono una crisi senza precedenti, le edicole chiudono e la carta costa troppo. E gli esperti di mass media raccontano come il presente e il futuro dell’informazione, della formazione dell’opinione pubblica e della costruzione del consenso politico-sociale siano nelle mani dei social media. Nonostante ciò, l’autore dell’articolo è convinto che il giornale continui ad essere il pivot nel mondo dei media, citando diversi casi internazionali. Rupert Murdoch ha venduto i film a Disney tenendosi i giornali e la Fox. Jeff Bezos nel 2013 ha comprato, a sorpresa, il Washington Post per 250 milioni di dollari (il giornale è tornato a vincere premi Pulitzer e a far tremare i potenti). Il fenomeno di ricchi investitori che acquistano la proprietà dei giornali non si è manifestato solo in America ma ha visto altri Paesi protagonisti come la Francia (Le Figaro e Le Monde), il Regno Unito (Telegraph e Times) e la Germania con il fondo americano KKR (che oggi vediamo impegnato nel dossier TIM) che ha acquistato il 42% del Gruppo Springer. La domanda è se prima o poi arriveranno anche in Italia per portare capitali dei quali c’è un gran bisogno. La crisi del settore è reale, i numeri parlano chiaro. Ma ogni crisi porta cambiamento. I giornali non sono morti, il digitale non li ha uccisi ma trasformati in un contenuto esclusivo, di una nicchia d’eccellenza. Da qui, e dalla consapevolezza che sono ancora oggi i detentori del cosiddetto quarto potere, bisogna ripartire per salvarli.

Rupert Murdoch tra Trump…

Come riporta Politico, la spinta dell’emittente televisiva Fox News nei confronti di Donald Trump è un fenomeno che mette in luce contraddizioni e un modo di fare informazione rivolto al profitto e al consenso. In occasione delle elezioni del 2016, Murdoch ha iniziato a promuovere il tycoon solo dopo che questo si era spianato una strada sicura verso la nomination, con una copertura mediatica che ha portato l’ex presidente degli Stati Uniti a collezionare 61 interviste sui canali Fox. Ciò che negli anni è apparso sempre più evidente è una sorta di timore reverenziale da parte di Murdoch, trasformatosi in una vera e propria paura verso le reazioni di Trump contro l’emittente quando essa non si è schierata apertamente dalla sua parte o addirittura ha dato spazio alla controparte (vedi Editoriale 78). Un timore quello di Murdoch e della sua emittente sempre più reale per la presa di Trump sull’elettorato e su molti degli spettatori Fox. Emittente che, per quanto proiettata verso una costante fidelizzazione dei propri spettatori, non può non tener conto di come allontanare il pubblico da una narrazione legata a Donald Trump durata oltre quattro anni e difficile da eliminare del tutto. Da qui il recente scandalo legato alla causa per diffamazione di Dominion (vedi Editoriale 118). Murdoch ci sta però provando. Se Donald Trump un tempo dominava le trasmissioni di Fox News, ora si sta scontrando contro ciò che quattro membri della sua cerchia dicono essere un “soft ban” o “silent ban”. Come riporta Semafor, Trump non è ancora apparso su Fox News da quando ha annunciato la sua candidatura alle presidenziali a novembre. La sua ultima apparizione risale a settembre con il conduttore Sean Hannity. L’ostinazione però è dura a morire e, come ha commentato un funzionario di Trump, l’ex presidente è pronto a tornare sugli schermi dell’emittente nei prossimi mesi, man mano che la campagna elettorale si intensifica, riportando Murdoch a chiedersi se il gioco ne valga davvero la candela.

…e DeSantis

Il governatore della Florida Ron DeSantis non si concede tanto facilmente alla stampa, ma lo scorso giovedì il suo volto è apparso sulla prima pagina del Times di Londra, una delle testate di proprietà dell’impero Murdoch, con il titolo: “The Man Who Might be President”. Sembra infatti che De Santis, come riporta il New York Timesnegli ultimi mesi abbia rilasciato interviste solo ai media dell’imprenditore americano. Mentre dà il via a un tour promozionale per il suo nuovo libro di memorie (pubblicato dalla casa editrice HarperCollins di Murdoch), DeSantis ha portato Salena Zito, editorialista conservatrice del New York Post (di proprietà della Murdoch’s News Corp), nella sua città natale in Florida ed è apparso su Fox News con Laura Ingraham, Mark Levin, Jesse Watters e i co-conduttori di “Fox & Friends”. Il tutto sotto lo sguardo di disapprovazione di Donald Trump, che ha criticato il pezzo della giornalista Zito su DeSantis definendolo grossolano e la testata “dying publication”. Inoltre, in un post su Truth Social, il suo social network, Trump ha insultato tre delle testate di proprietà di Murdoch. La presenza di DeSantis nei notiziari controllati da Murdoch pare infatti abbia sostituito quella di Trump. Il governatore della Florida, tuttavia, non è stato intervistato da Bret Baier, il principale conduttore politico di Fox News, o da Shannon Bream, conduttrice di “Fox News Sunday”, che potrebbero porgli domande più impegnative. Anche durante l’intervista con David Charter, il corrispondente americano del Times di Londra, DeSantis si è irritato per le domande incalzanti sul conflitto russo-ucraino e su come avrebbe gestito le relazioni americane con l’Ucraina.

TikTok ha le ore contate?

Con nuove restrizioni e divieti negli Stati Uniti e in Europa, TikTok si trova a lottare per il suo futuro. L’app, tra le più utilizzate in Occidente, si è ormai radicata nella cultura della generazione dei giovani, vanta più di 1 miliardo di utenti in tutto il mondo e si stima che generi un fatturato di oltre 10 miliardi di dollari. Ora, però, sullo sfondo dell’incrinarsi delle relazioni tra Cina e USA (vedi Editoriale 117), l’app è di nuovo nel mirino dei legislatori di Washington e non solo. Come riporta il Financial Times, recentemente la Casa Bianca ha dato alle agenzie federali un termine di 30 giorni per rimuovere TikTok dai dispositivi governativi (vedi Editoriale 113) e più della metà degli Stati Uniti ha ordinato ai propri funzionari di fare lo stesso. Oltreoceano, il ramo esecutivo dell’UE e il Parlamento europeo hanno vietato l’applicazione per il personale a febbraio e il Canada ha seguito l’esempio la scorsa settimana. TikTok ha definito queste restrizioni “misguided” e insiste sul fatto di essere indipendente da ByteDance, l’azienda madre cinese che ha chiari legami con Pechino (vedi Editoriale 114). Il grande piano di TikTok per placare le preoccupazioni dei legislatori si basa sull’impegno di raccogliere i dati degli utenti fuori dalla Cina. In Europa, l’azienda prevede di aprire tre centri per archiviare i dati di oltre 150 milioni di account europei, anziché negli Stati Uniti e a Singapore. Due di questi saranno a Dublino, dove l’azienda ha investito più di 600 milioni di euro, mentre il terzo è ancora da definire. Negli Stati Uniti, invece, TikTok ha speso più di 1,5 miliardi di dollari per il “Progetto Texas”, un piano di ristrutturazione aziendale per salvaguardare i dati degli utenti attraverso una partnership con Oracle. La proposta potrebbe funzionare, forte della straordinaria popolarità dell’applicazione tra i giovani che potrebbe fungere da scudo per i legislatori desiderosi di vietarla completamente. Certo è che agli occhi dei cittadini potrebbe sembrare ambiguo il fatto di vietare l’applicazione solo ai funzionari governativi, che rappresentano solo una minima parte degli utenti.

Il sogno americano di Axel Springer

Il gruppo Axel Springer guarda Oltreoceano per la sua trasformazione in media esclusivamente digitale. Come riporta il Wall Street Journal, infatti, la società proprietaria, tra gli altri, di Politico, ha intenzione di espandersi negli Stati Uniti e di ridimensionare la sua struttura in Germania, dove pubblica, tra gli altri, i quotidiani Bild e Welt. Testate, queste ultime, che saranno proprio tra i maggiori destinatari dei tagli annunciati dal CEO Mathias Döpfner. Nello specifico, le edizioni cartacee dei giornali del gruppo scompariranno gradualmente, per lasciare spazio al digitale, una scelta non del tutto inedita nel panorama dei media (vedi Editoriale 110), ma che per la prima volta coglie esplicitamente una sfida attuale come quella dell’intelligenza artificiale. I giornalisti del gruppo si focalizzeranno su scoop, investigazioni e longform, perché come ricorda Döpfner “solo chi crea il miglior contenuto originale sopravviverà, e l’unico modo per farlo è investire in un giornalismo originale”. E per lui gli States rappresentano il mercato migliore in termini di crescita per gli asset digitali di Axel Springer, e anche il più grande per i media e il più democratico al mondo; la democrazia è così importante ai suoi occhi che la casa editrice ha scelto di non investire in mercati come quello cinese. Però, paradossalmente, è proprio da Oltreoceano, il luogo dove intende massimamente espandersi, che sono arrivate alcune critiche verso di lui, e in particolare, verso la sua “parziale imparzialità” (Editoriale 98): un ostacolo, oppure una sfida da cogliere, come l’intelligenza artificiale.

I superdiffusori di Musk

Come riportato da Poynter, Science Feedback – un’organizzazione di fact-checking appartenente al network dell’International Fact-Checking Network (IFCN) – ha fatto una ricerca su come la nuova proprietà di Twitter influisca sulla diffusione di disinformazione all’interno della piattaforma. Facendo riferimento ai dati di un consorzio di firmatari dell’IFCN provenienti da America Latina, Nord America ed Europa, Science Feedback ha scoperto che, in media, i 490 “superspreader” esaminati nello studio hanno ricevuto il 44% in più di interazioni dall’acquisizione di Musk. Il suo account personale è stato responsabile di parte dell’aumento di visibilità, poiché ha ripetutamente interagito con quattro/cinque account che sono diventati sempre più influenti dopo l’acquisizione. Le cause dell’aumento di questo traffico non sono chiare ma, secondo Science Feedback, potrebbero essere legate ai messaggi da “free speech absolutist” di Musk, al cosiddetto “Great Unban” che fomenta il ritorno di superdiffusori precedentemente bannati, alla rimozione di specifiche regole di moderazione – in particolare quelle sul Covid-19 – e alla riduzione della capacità di moderazione attraverso lo smantellamento del team responsabile. Bastien Carniel, Data and Policy Lead di Science Feedback, ha affermato che, nonostante le promesse di Musk di aumentare la trasparenza, il processo decisionale di Twitter resta criptico come sempre. Così come la circolazione di fake news sulla piattaforma.

La rivolta anti-ESG

Gli USA stanno vivendo una rivolta anti-ESG nel campo degli investimenti. Come spiega The Economist, la crescente importanza del rispetto dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) ha iniziato da tempo a indebolire la dottrina Friedman che ipotizzava che la primaria responsabilità di un’azienda fosse garantire rendimenti ai suoi azionisti. Al momento, però, assumere una posizione anti-ESG è molto più costoso che seguire il trend del momento: uno studio di Daniel Garrett dell’Università della Pennsylvania e Ivan Ivanov della Federal Reserve Bank di Chicago ha rilevato che le leggi anti-ESG del Texas hanno ridotto il numero di sottoscrittori di obbligazioni e aumentato i costi degli interessi degli emittenti di 300-500 milioni di dollari nei primi otto mesi. Ma non si tratta solo di questioni finanziarie. In America il dibattito è polarizzato e politicizzato: Biden e i dem hanno votato per una legge che consente da alcune settimane di includere considerazioni ESG nella selezione degli investimenti per le gestioni previdenziali; i repubblicani, al contrario, sostengono che le decisioni dei gestori dovrebbero basarsi esclusivamente su indicatori finanziari, tralasciando impatti ambientali o sociali e sostenendo che la decisione dem metterà a rischio i risparmi di milioni di persone e abbasserà il gettito fiscale statale. Per vedere quanto effettivamente possano convenire le posizioni anti-ESG negli investimenti occorre ancora attendere, di certo c’è che ogni decisione presa da un’organizzazione non sarà soltanto finanziaria ma anche politica e con ricadute reputazionali.

L’economia del gusto, tra nuovi e vecchi creator

Daisy Alioto, su Dirt, mette a confronto i content creator e i magazine. Mentre i primi sono contenitori e diffusori di messaggi, i magazine erano “the original creator economy”, capaci di creare e condividere potenti messaggi sensoriali che non solo si vedevano e leggevano tra le pagine ma si sentivano anche, dando la possibilità di entrare a far parte di un mondo sempre nuovo. Ogni lettore infatti era capace non solo di recepire il “gusto” della rivista ma anche di immedesimarsi tra le sue pagine e i suoi racconti dandone ad ogni lettura una nuova vita attraverso i propri sogni e fantasie. Riviste come Vogue, Rolling Stones e Vanity Fair erano più di semplici magazine di moda e lifestyle ma raccoglitori di storie e opportunità capaci di raccontare frivolezza e serietà attraverso una sapiente scelta e disposizione dei contenuti. I social, insieme al sempre più vorace consumo digitale, hanno profondamente trasformato questo mondo che ha cercato a suo modo di rimanere reattivo ma oggi è necessario che, per superare la grande superficialità che pervade la comunicazione online, i nuovi creator guardino al “potere del gusto” delle riviste che, senza l’utilizzo di effetti speciali, video o titoli clickbait, erano davvero capaci di creare nuove e sostanziali opportunità. Oggi tutti provano a trasformarsi in una media company. Cosa determinerà quali progetti NFT avranno successo o falliranno? Marchio e media. Oatly è una media company. Robinhood è una media company. Per adesso il gusto non è stato monetizzato ma a breve sarà uno dei pochi asset che potrà esserlo.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: www.storywordproject.com