‘Prima’ in anteprima: Smile sull’indipendenza dei media

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“Essere giornalista non è un mestiere qualunque. Presuppone una serietà, un’onestà, un coraggio superiori ad altre professioni”. È partendo da questa convinzione che Smile ragiona – nella sua rubrica sul numero di Prima in uscita a breve – su cosa significa oggi per i media essere indipendenti e su come è possibile continuare a esserlo nell’epoca in cui i social hanno stravolto le precedenti regole. Come dimostra la vicenda emblematica della causa per diffamazione promossa negli Usa dalla Dominion contro Fox News, risolta con una transazione in cui l’emittente di Murdoch ha accettato di pagare 757,5 milioni di dollari.

757,5 milioni di dollari il prezzo pagato da Fox News per transigere la causa di diffamazione promossa dalla Dominion Voting Systems, dopo che in una serie di trasmissioni la rete di Murdoch e in particolare alcuni suoi conduttori avevano sposato e diffuso la teoria che la Dominion avesse contribuito a falsare il risultato elettorale delle ultime presidenziali a sfavore di Trump.

L’azienda aveva chiesto più del doppio, ma l’intervento di un mediatore professionista (che ha trattato da una crociera fluviale sul Danubio e con la telefonata chiave da un bus durante un’escursione in Romania) ha convinto tutti sulla transazione. Fox News ha in corso una causa per diffamazione simile promossa da Smartmatic, un’azienda che fa lo stesso mestiere della Dominion. In questi giorni Fox News si è separata da Tucker Carlson, il conduttore televisivo serale che più aveva cavalcato la teoria anti Dominion. Amico e supporter di Trump, durante la fase calda post elezioni ha scritto un paio di sms dicendo “lo odio” per commentare la decisione di mentire ai suoi telespettatori per evitare che Trump sconfessasse Fox News e appoggiasse l’emergente rete di destra Newsmax.


L’episodio ha fatto rumore in tutto il mondo ed è inutile commentarlo ulteriormente nel merito. Quello che vorrei fare è invece prenderne spunto per lavorare su due temi non collegati tra di loro, ma collegati con l’episodio.

Questa rubrica è un’anticipazione del mensile Prima Comunicazione in uscita in questi giorni: assicuratene una copia o abbonati


Il primo: l’indipendenza economica dei media. Sono 30 anni che scrivo questa rubrica e ho scritto più volte dell’eterno dibattito tra editore puro e editore con altri prevalenti interessi economici. Ho sempre sostenuto che l’editore puro è una garanzia e che il risultato economico di una testata o di un gruppo media è la migliore garanzia dell’indipendenza giornalistica. Ora Murdoch è un editore puro e, come ho sostenuto più volte in questa rubrica, non è congenitamente un editore di destra. Lo è puntualmente perché avendo identificato anni fa un vuoto nella comunicazione televisiva di destra, ha occupato lo spazio con le sue reti. Lo ha fatto molto bene e per ora sta seduto su una cash machine dal grande successo economico. Quindi massima indipendenza? No, non più nel mondo dominato dai social.


Oggi le sue reti non sono indipendenti dal fattore economico più importante: i loro telespettatori. Oggi, se vogliono difendere il successo economico, devono dire alla loro audience quello che i telespettatori vogliono sentirsi dire, non necessariamente la verità. Il caso Dominion è emblematico. Ci sono prove, che sarebbero emerse al processo, che conduttori e management sapevano che l’idea delle elezioni rubate era una colossale menzogna, ‘The big lie’ come è chiamata in America. Ciononostante per difendersi dal rischio che a cavalcare la bugia fosse il diretto concorrente Newsmax, spalleggiato da Trump, hanno cavalcato la menzogna.
Quindi: se sei profittevole sei indipendente, ma per esserlo devi mentire perdendo l’indipendenza giornalistica. Oppure: pur di essere profittevole per poter essere indipendente menti alla tua audience sapendo di mentire. “A Catch-22” direbbero proprio in America.
Ovviamente la situazione non si ripete in tutti i gruppi media, ma certamente è comune a chi parla alle parti estreme di un mondo polarizzato e fanatizzato dall’uso dei social media. Un mondo parcellizzato in echo chamber dove argomento per argomento in molti cercano solo di confrontarsi con chi la pensa come loro, rifuggendo dibattito, fattualità, confronto.


Se il rifiuto di questo metodo comporta conseguenze economiche gravi, l’idea che dall’indipendenza economica venga anche l’indipendenza giornalistica è certamente compromessa. Bill O’Reilly, un vecchio conservatore sin dai primi giorni con Fox News, ha commentato “questo è quello che accade quando il denaro diventa più importante dell’informazione”. Penso che Murdoch se ne sia accorto e penso di sapere che succederanno altre cose a Fox News, per continuare a occupare lo spazio di destra senza dover cedere ai ricatti di Trump. Vedremo.
Il secondo tema: la diffamazione. Qui il media ha mentito e ne paga le conseguenze. Giustizia è fatta. Due corporation con mezzi sufficienti per pagarsi l’assistenza legale, nessun patema. Il dibattito sul reato di diffamazione, riacutizzato recentemente da alcuni casi italiani, si concentra però su casi di disparità economica tra il presunto diffamato e il media e il giornalista o sul carattere intimidatorio delle azioni legali per diffamazione. E sull’argomento mi sembra convergano le opinioni della gran parte dei giornalisti sia di destra sia di sinistra.

Dico subito che non sono d’accordo. Penso che la diffamazione sia uno dei reati più gravi da cui la società debba difendersi e penso che il dovere del giornalista sia di dire la verità che conosce dopo averla controllata secondo regole deontologiche precise. Questa idea di Golia contro Davide intimorito, deve tornare a essere Davide coraggiosamente giornalista (nulla di più) contro Golia. Essere giornalista non è un mestiere qualunque. Presuppone una serietà, un’onestà, un coraggio superiori ad altre professioni.


Poi la legge deve essere intelligente. Quella americana per esempio presuppone che sia provato “a reckless disregard for truth”, uno sconsiderato disprezzo per la verità, oppure “a actual malice”, una vera e propria malizia. Standard talmente alti che alcuni non escludevano una vittoria di Fox News. La legge deve obbligare a provare la cattiva fede o l’imperizia conclamata del giornalista. Premesso che non ci sono solo diffamati ricchi e potenti, anzi, rimane il tema della disparità economica per sostenere le spese legali. La soluzione potrebbe essere un fondo dell’Ordine, raccolto da un’apposita ong, oppure, perché no, una lista di avvocati disposti a lavorare pro bono su un tema importante come questo. Soluzioni ce ne sono. Non è una soluzione seria l’abolizione del reato.

Questa rubrica è un’anticipazione del mensile Prima Comunicazione in uscita in questi giorni: assicuratene una copia o abbonati