La BBC al servizio di Sua Maestà. Musica soft. La narrazione illiberale in Italia. Fare profitto con la disinformazione. Non fare affidamento su Facebook. DeSantis nel mirino dei complottisti. Spazio alla polarizzazione. L’AI entra nella comunicazione politica. La frammentazione del giornalismo indipendente.

Condividi

Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

La BBC al servizio di Sua Maestà

La BBC, in occasione dell’incoronazione di Re Carlo III, ha permesso a Buckingham Palace di scegliere quale materiale mandare in onda. Lo riporta il Guardian, specificando che c’è un precedente, molto vicino nel tempo: anche in occasione dei funerali di Elisabetta II, infatti, l’emittente televisiva ha consentito alla Corona di porre il proprio veto su parti di riprese. In questo caso, però, la BBC era in compagnia: lo staff reale aveva un gruppo WhatsApp con alti dirigenti dell’emittente, di ITV e Sky News dove ogni cinque minuti venivano mandate indicazioni. L’emittente pubblica britannica si trova però, rispetto ai competitor, in una posizione più delicata: a dirigere i lavori durante l’incoronazione di Carlo III, infatti, c’è Claire Popplewell, veterana degli eventi di Buckingham Palace da poco insignita dal sovrano del Royal Vitorian Order, un onore conferito a chi ha servito la monarchia direttamente dalla casa reale. In più, Popplewell è una figura che rivela una divisione all’interno dell’emittente: lavora infatti per BBC Studios, che si differenzia dalla divisione dedicata alle news di servizio pubblico per una linea editoriale meno stringente. La National Union of Journalists insiste però sulla natura pubblica della BBC: ha infatti approvato una mozione sulla copertura mediatica dell’incoronazione nella quale esprime preoccupazione rispetto al fatto che “un evento pubblico, pagato dai cittadini e trasmesso per loro, sia censurato anche in minima parte”. Anche la News Media Association si è espressa in maniera analoga: “visto il significato storico dell’evento, ci si sarebbe dovuti operare al massimo affinché il filmato della BBC, creato con il denaro dei contribuenti, fosse diffuso il più possibile, e la BBC non ha rispettato questo impegno”.

Musica soft

Nelle relazioni internazionali, per espandere la propria sfera d’influenza non occorre minacciare sanzioni economiche o conflitti. Spesso è sufficiente il soft power, ossia la capacità di una nazione di influenzare altri paesi tramite idee politiche e iniziative culturali, tra cui anche la musica. Claude Grunitzky, CEO di Equity Alliance, ha fondato negli anni 90 Trace, una rivista hip-hop, per raccontare l’Africa nei suoi molteplici aspetti a partire dalle curiosità della musica Afrobeats. Nkiru Balonwu ha lanciato nel 2020 l’Africa Soft Power Project, iniziativa che supporta giovani aziende creative a sviluppare e diffondere la cultura africana. Come spiega Semafor, al momento solo alcuni Paesi del continente hanno avuto il desiderio o la possibilità di sviluppare una strategia in questo senso. Balonwu crede in Africa “risieda la nostra vera forza, e non siamo stati in grado di capirlo prima d’ora”. Soprattutto grazie a internet e ai social media (Editoriale 101) la cultura pop di ogni paese può divenire rapidamente uno strumento di soft power, e ciò non può che giovare alla reputazione e all’economia.

La narrazione illiberale in Italia

Ogni anno si susseguono rilevazioni, dati e analisi che confermano una tendenziale crisi della democrazia. Stando al Democracy Index dell’Economist – che misura lo stato della democrazia a livello globale – e al rapporto 2022 di Freedom House – ONG che si occupa dello stato della democrazia e delle libertà civili – sembra che l’autoritarismo sia in continua espansione. Come riportato da Linkiesta, il processo è iniziato tempo fa, ma sicuramente la pandemia ha accelerato questa deriva. Le misure restrittive e i loro pesanti effetti economici, le tensioni e le paure suscitate nelle opinioni pubbliche di tutto il mondo dalla guerra in Ucraina, l’inflazione e la crisi energetica. Sembrerebbe la convergenza perfetta per tornare ai totalitarismi che hanno sconvolto il Novecento. E insieme ai fatti, ecco anche i vecchi luoghi comuni. Come quello secondo il quale i regimi autoritari, a cominciare dalla Cina, si stavano dimostrando meglio attrezzati contro la pandemia, che in fondo la popolazione era felice di cedere un po’ di libertà in cambio di sicurezza, crescita economica e benessere, al contrario di ciò che riuscivano a fare le democrazie occidentali. E in Italia, leggendo i giornali e guardando la tv, è difficile rendersi conto della falsità di questi luoghi comuni. Continua a prevalere una narrazione del tutto opposta alla realtà, in cui i sostenitori dell’Ucraina vengono dipinti come servi degli Stati Uniti, mentre i deliri di Putin sarebbero l’esempio di una nazione unita. Ma il 2022 ha smentito tutti i luoghi comuni alimentati, sui nostri mezzi di comunicazione, dalla propaganda illiberale. Come si è visto, anche dinanzi alla pandemia e alla guerra, sono state le democrazie occidentali a dimostrarsi capaci di trovare le soluzioni più efficaci, i vaccini migliori, i compromessi più ragionevoli tra libertà, diritti individuali e salute pubblica.

Fare profitto con la disinformazione

100 video su YouTube, visti almeno 18 milioni di volte, violavano le norme pubblicitarie di Google (proprietaria di YouTube) nate per contrastare la diffusione della disinformazione sul cambiamento climatico. Questo il risultato, raccontato dal New York Times, emerso dal report del Center for Countering Digital Hate, una ONG che si occupa di monitorare la diffusione dell’odio e della disinformazione online. Non è stata dunque mantenuta la promessa fatta circa due anni fa dal colosso di Mountain View, che avrebbe dovuto interrompere la pubblicazione di annunci pubblicitari presenti in contenuti che negavano l’esistenza e le cause del cambiamento climatico. Non è certo facile calcolare l’intera portata delle bufale che circolano su YouTube, motivo per cui Callum Hood, responsabile della ricerca, sostiene che il grande numero di video individuati sia in realtà solo la punta dell’iceberg. Coinvolti in questa indagine anche grandi brand come Costco, Politico, Calvin Klein, Adobe e Grubhub. Tuttavia, essendo le pubblicità coordinate da Google Ads, le aziende non hanno mai il pieno controllo della situazione e, a volte, si trovano catapultate dove non vorrebbero mai essere. Il paradosso è che, tramite queste inserzioni pubblicitarie, YouTube trae profitto dalla “disinformazione climatica”.  “Non fa soldi chi pubblica questi contenuti su Facebook, mentre se qualcuno li pubblica su YouTube ha la possibilità di guadagnare uno stipendio intero con la disinformazione”, ha detto Claire Atkin, co-fondatrice di Check My Ads, un advocacy group che studia la pubblicità online. Michael Aciman, Policy Communication Manager di Google e Portavoce di YouTube, ha detto che l’applicazione delle loro normative in materia non è sempre perfetta e che lavorano costantemente per rimuovere questo tipo di contenuti. Google non è nuova a questi episodi. Secondo un’analisi di NewsGuard pubblicata lo scorso anno, dei siti che diffondevano narrazioni false sulla guerra in Ucraina russa e che traevano profitti dalla pubblicità programmatica, il 64% veniva monetizzato attraverso la piattaforma pubblicitaria di Google.

Non fare affidamento su Facebook

La politica restrittiva di Facebook nei confronti delle notizie ha causato un drastico crollo del traffico verso i media digitali. Secondo i dati dalle società di analisi Chartbeat e Similarweb, condivisi con Press Gazette, i siti più piccoli (meno di 10.000 visualizzazioni in media al giorno) sono stati i più colpiti. Seguono i siti che registrano tra le 10.000 e le 100.000 visualizzazioni in media al giorno, con un calo del 46% da inizio 2018. Infine i più importanti (oltre 100.000 visualizzazioni in media al giorno), con un calo del 24%. La recente chiusura di Buzzfeed News va proprio in questa direzione (vedi Editoriale 128). Lo scorso mese Meta ha dichiarato, tramite un report, che le notizie svolgono un “small and diminishing role” sulla sua piattaforma. In particolare, da tale report, pubblicato poco prima che nel Regno Unito entrasse in vigore la legge che costringe Meta e Google a pagare gli editori per l’utilizzo dei loro contenuti, emerge che le notizie rappresentano meno del 3% di ciò che gli utenti di Facebook in tutto il mondo vedono nei loro feed. Gli autori della ricerca hanno stimato (approssimativamente) che per questi siti i referral di Facebook equivalgono in media all’1/1,5% del loro traffico. Inoltre, i dati suggeriscono la riduzione del traffico proveniente da Facebook ha lasciato spazio ad altri social media come Twitter e Youtube.

DeSantis nel mirino dei complottisti

Una nuova ondata di commenti umilianti e teorie cospirazioniste sta investendo il governatore della Florida Ron DeSantis (vedi Editoriale 118 ed Editoriale 123). Il probabile candidato alle elezioni repubblicane, come riporta il New York Times, nell’ultimo periodo aveva iniziato a “corteggiare” i sostenitori di Donald Trump, ma si è ben presto reso conto che gli attacchi che l’ex presidente degli Stati Uniti e i suoi alleati hanno rivolto ai rivali per anni stavano arrivando anche a lui. Si tratta delle tante teorie complottiste infondate che circolano negli ambienti dell’estrema destra: frodi elettorali, pericoli dei vaccini, Soros e persino QAnon (vedi Editoriale 78). Ciò mette in luce il potere che queste idee continuano ad avere nella scena politica repubblicana in vista delle elezioni presidenziali del 2024.  I soprannomi di DeSantis si sono diffusi ampiamente sui social media conservatori. Secondo Zignal Labs, una società di media insights, da gennaio sono state fatte più di 12.000 menzioni di “DeSoros” sui social media e sui siti di notizie. Il termine “DeathSantis”, usato dai progressisti quando il governatore ha iniziato ad allentare le restrizioni sul Covid-19 in Florida e poi adottato da alcuni conservatori, ha ricevuto 1,6 milioni di menzioni negli ultimi due anni. Ma non finisce qui. Mike Lindell, dirigente di MyPillow  (vedi Editoriale 91) e negazionista delle elezioni del 2020, ha affermato, falsamente, che la Florida è stata risparmiata dai diffusi brogli elettorali del 2020 perché DeSantis aveva una stretta relazione con Dominion Voting Systems, la società di software presa di mira dai negazionisti elettorali (vedi Editoriale 21) e protagonista nelle ultime settimane per la causa contro Fox News (vedi Episodio 22 – HoS) . Kari Lake, la repubblicana candidata lo scorso anno per la carica di governatore dell’Arizona, una volta ha elogiato DeSantis durante la campagna. Ma a febbraio, mentre gli attacchi di Trump aumentavano, ha condiviso una storia che affermava che DeSantis era stato appoggiato da Soros. In questo contesto, DeSantis sta cercando di “rubare” voti all’avversario, persino tra i sostenitori di QAnon, ma gli ultimi sondaggi sulle primarie mostrano un vantaggio considerevole a favore di Trump.

Spazio alla polarizzazione

“Tutti raccontano una storia diversa. I media non fanno altro che suscitare paura”. Si potrebbe partire da questo pensiero di una cittadina americana repubblicana di 71 anni, riportato da AP, per tirare le fila di quella che potrebbe considerarsi la percezione del mondo dei media negli Stati Uniti. Da un sondaggio di The Associated Press-NORC Center for Public Affairs Research and Robert F. Kennedy Human Rights, emerge che quasi tre quarti degli adulti statunitensi sostengono che i mezzi di informazione stiano incrementando la polarizzazione, e poco meno della metà ha poca o nessuna fiducia nella capacità dei media di riportare le notizie in modo corretto e accurato. Tale mancanza di fiducia porta molti americani a respingere i media mainstream, spesso a favore dei social media e di siti web non affidabili che diffondono affermazioni fuorvianti. Anche qui si notano le differenze tra gli schieramenti politici, con il 61% dei repubblicani che afferma che i media danneggino la democrazia, mentre la disinformazione unisce gli americani di entrambe le parti, con circa 9 adulti su 10 che la considerano un problema e circa 6 su 10 che attribuiscono la sua diffusione ai mezzi di informazione.

L’AI entra nella comunicazione politica

La campagna elettorale del 2008 del presidente Barack Obama è stata spesso celebrata come la prima a utilizzare efficacemente i social media come strumento di mobilitazione per conquistare la Casa Bianca. Oggi è entrata in gioco un’altra tecnologia, destinata a rivoluzionare le campagne elettorali e non solo: l’intelligenza artificiale. Due settimane fa il Comitato nazionale repubblicano ha lanciato il guanto di sfida pubblicando una video di 30 secondi in risposta all’annuncio ufficiale della ricandidatura del presidente Joe Biden. Il video, caricato su YouTube, immaginava un’America distopica dopo la rielezione del 46esimo presidente, con immagini crude di migranti che attraversano il confine con gli Stati Uniti, una città in isolamento con soldati per le strade e jet cinesi che lanciano bombe su Taiwan. Nessuna delle immagini inquietanti del video era reale, erano state create con strumenti dell’intelligenza artificiale. La settimana scorsa, la CNN ha mostrato lo spot a potenziali elettori a Washington: alcuni hanno riconosciuto la falsità delle immagini, altri no. È qui che sta il problema, secondo Hany Farid, esperto di digital forensic e Professore presso University of California, Berkeley. Realtà immaginarie e annunci ingannevoli, comunque, non sono una novità nelle campagne politiche. La campagna presidenziale di Lyndon B. Johnson del 1964 vide la pubblicazione di “Daisy Girl”, uno spot che immaginava un’apocalisse nucleare in caso di vittoria del suo avversario Barry Goldwater.

La frammentazione del giornalismo indipendente

Dopo le proteste pro-democrazia ad Hong Kong, il governo cinese nel 2020 ha imposto leggi e norme sempre più stringenti nei confronti del dissenso, mettendo a tacere tutte le voci lontane dalla linea governativa. In questo, i media di Hong Kong sono stati tra le prime vittime con più di mille reporter che hanno perso il lavoro. In risposta a questa condizione di repressione e censura, che ha addirittura portato alla reclusione di giornalisti, sono nate realtà giornalistiche indipendenti con l’obiettivo di raccontare dall’interno ed in maniera trasparente ed oggettiva la situazione in cui versa la città. Come raccontato dal Columbia Journalist Review, in questo contesto è nata anche Hong Kong Court News, un’agenzia online che ha debuttato all’inizio dell’anno con un numero ristretto di giornalisti che operano in uno spazio di coworking. Grazie ad una struttura flessibile e alla partecipazione di giornalisti in gran parte freelance, Hong Kong Court News racconta una libertà di stampa costantemente sotto processo.  A causa dei pericoli che corre, il giornalismo indipendente ha imparato ad essere frammentato, flessibile ed adattabile ad ogni situazione, luogo e condizione interna ed esterna così da tornare all’originale passione di raccontare e fotografare la realtà, esaltandone valori, contraddizioni e problematiche affinché il giornalismo possa essere nuovamente uno strumento libero, democratico e di indipendenza, sia politica che di pensiero.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: www.storywordproject.com