Cosa non funziona nei sondaggi sulla fiducia nei media. La echo chamber cinese minaccia Taiwan. Una social cultura dell’illegalità. Influencer della giustizia. Bye bye metaverso.

Condividi

Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

Cosa non funziona nei sondaggi sulla fiducia nei media

L’azienda di ricerca e analisi YouGov ha pubblicato un sondaggio nato per stimolare il dibattito sulla fiducia nei media, chiedendo a circa 1500 partecipanti di valutare l’affidabilità di 56 diverse testate stampa, televisive, digitali e sui social media, da “molto affidabili” fino a “totalmente NON affidabili”. Come spiega Politico, la ricerca ha prodotto una quantità enorme di dati e di valutazioni che però pongono in essere numerose contraddizioni nel sistema di valutazione proposto dall’azienda. In particolare, YouGov non terrebbe in considerazione il grado di conoscenza delle testate da parte delle persone intervistate o i bias cognitivi legati al nome di prestigio dell’emittente o del magazine specifico, viziando così l’attendibilità dei risultati. A tal proposito è chiaro come sondaggi di questo tipo per funzionare correttamente necessitino di un campione di cittadini ben informati (vedi Editoriale 121), tenendo conto di come l’approccio ai media sia oggi più che cambiato e con sé anche la fiducia negli stessi. Oggi la soggettività pervade l’approccio alla lettura e alla notizia, tanto da spingere chi legge a trovare conforto o distacco rispetto al contenuto di un articolo, rispetto allo stato emotivo in cui si trova al momento della lettura (vedi Editoriale 123). Conseguenza diretta è quindi il proliferare della disinformazione e della non-informazione. Non è un caso che, come spiega una ricerca condotta da NiemenLab (vedi Editoriale 99) molte persone non sentano il dovere di tenersi informati, perché prevedono che le news li renderanno ansiosi senza essere rilevanti per la loro vita, con il risultato di un impegno limitato verso l’informazione e gli affari civici e politici.

La echo chamber cinese minaccia Taiwan

Il fattore principale che determinerà un possibile conflitto in Taiwan non sarà necessariamente la strategia di Xi per l’unificazione, quanto le idiosincrasie del sistema politico cinese. Il rapporto tra la leadership cinese, la sua élite politica e l’opinione pubblica ha generato un cortocircuito interno che non è del tutto comprensibile o controllabile da Xi. Questo potrebbe portare la Cina a essere mobilitata per la guerra anche senza che Xi decida di attaccare Taiwan. La retorica assertiva di Xi, unita alla sua richiesta di obbedienza assoluta, ha prodotto una echo chamber a Pechino. La sua ripetuta enfasi sulla necessità dell’unificazione con Taiwan e la sua campagna nazionale per incoraggiare il pubblico a “venerare i militari” hanno reso la guerra una mossa inevitabile. E poiché i media mettono a tacere qualsiasi dubbio sull’uso della forza per raggiungere l’unificazione, Xi potrebbe facilmente percepire la mancanza di dissenso come un diffuso sostegno pubblico alle sue aspirazioni su Taiwan. Inoltre, la propaganda cinese ha reso gli Stati Uniti una minaccia mortale, specialmente a seguito delle attività di Washington per difendere il Taiwan. Secondo Foreign Affairs, Washington sbaglia nel ritenere che la Cina abbia una strategia coerente su Taiwan: dovrebbe piuttosto analizzare le dinamiche interne per individuare le iniziative e i messaggi che potrebbero evitare l’invasione.

Una social cultura dell’illegalità

L’ex dirigente di ByteDance, Yintao Yu, ha citato in giudizio la società per licenziamento illegittimo, per l’adozione di una “cultura dell’illegalità” e per essere uno “strumento di propaganda per il Partito Comunista Cinese”. Yu è stato a capo dell’ingegneria per le operazioni statunitensi di ByteDance, l’azienda proprietaria di TikTok, dall’agosto 2017 al novembre 2018 e, nella sua denuncia depositata presso la Corte Superiore di San Francisco, afferma di essere stato licenziato per aver espresso la sua preoccupazione per l’intenzione dell’azienda di rubare e trarre profitto dalla proprietà intellettuale di aziende competitor. Nell’accusa di Yu, come riporta il New York Times, si legge che ByteDance aveva un’unità speciale formata da membri del Partito Comunista cinese, detto Comitato, che “guidava il modo in cui l’azienda portava avanti i valori fondamentali del Partito”. Tale Comitato, secondo Yu, aveva accesso a tutti i dati aziendali, anche quelli archiviati negli Stati Uniti. Un’altra rivelazione di Yu riguarda alcune strategie utilizzate da TikTok per incrementare il suo successo: copiare video e post da Snapchat e Instagram e creare bot per aumentare l’engagement nell’app. Nella denuncia si legge anche che il fondatore di ByteDance, Zhang Yiming, avrebbe offerto tangenti a Lu Wei, alto funzionario governativo incaricato della regolamentazione di internet poi effettivamente condannato per corruzione. ByteDance ha recentemente affermato di opporsi a quelle che ritiene essere “accuse infondate” ma le rivelazioni di Yintao Yu potrebbero segnare la nascita di nuove controversie tra Cina e America.

Influencer della giustizia

In Venezuela la giustizia passa per gli influencer. A parlare di questo fenomeno è Rest of World, partendo dalla storia di María Virginia Montiel, un’addetta stampa che ha accusato di stupro il popolare presentatore radio Lenin Rojas. La sua battaglia legale è iniziata passando per le vie tradizionali, ma nel marzo 2023, dopo due anni senza risultati, ha postato un video sui social network in cui denuncia gli abusi subiti. Il suo è stato un caso fortunato, perché in seguito Rojas è stato arrestato e messo agli arresti domiciliari, di un fenomeno particolare che sta prendendo piede nel Paese sudamericano. In assenza, infatti, di una facile accessibilità alla giustizia tradizionale, in anni recenti molte vittime di crimini hanno rivelato sui social quanto da loro vissuto, grazie a influencer che sono diventati dei paladini della giustizia sociale. Figure, queste ultime, spesso specializzate in nicchie – come reati sugli animali o casi di alto profilo – che prestano le proprie audience alle denunce delle vittime. Grazie ai social media i venezuelani riescono a farsi ascoltare e vedere, di fronte a una giustizia “reale” che ha perso credibilità e alla censura che colpisce i media tradizionali, e sono diventati a loro modo un sistema, certamente con luci e ombre ma giudicato più credibile delle alternative ufficiali. Non sempre, infatti, queste “cause” vanno a buon fine: i rischi legati a fenomeni come il doxxing o la gogna pubblica sono sempre dietro l’angolo, senza che necessariamente la vittima veda fatta giustizia per sé. Tuttavia, per chi, come González, ha visto il proprio aggressore subire le conseguenze dei propri crimini non si tratta di un’alternativa insoddisfacente, soprattutto considerata l’assenza di alternative “tradizionali” credibili.

Bye bye metaverso

Il Metaverso è morto, aveva 3 anni, e la sua morte dovrebbe essere ricordata come uno dei più celebri fallimenti nella storia della tecnologia. Come racconta Insider, le grandi aspettative al momento del lancio si sono scontrate con la mancanza di visione che, insieme all’entrata in scena dell’IA, ha causato la fine del Metaverso. Zuckerberg ha sempre sostenuto che il Metaverso sarebbe stato il futuro di Internet, conquistando investitori e media affascinati dalla sua idea. Subito dopo il lancio di Meta, sembrava che tutte le aziende volessero i suoi prodotti pur non sapendo effettivamente di cosa si trattasse. Dietro questo clamore vi era però una crisi di identità che si rifletteva nella mancanza di chiaro caso d’uso, di un target specifico e della disponibilità dei clienti: in altre parole, Meta non è riuscita a convincere il pubblico a utilizzare il prodotto su cui aveva puntato tutto. Il colpo di grazia è arrivato a marzo quando Zuckerberg ha dichiarato che “il più grande investimento di Meta è far progredire l’intelligenza artificiale per integrarla in ognuno dei nostri prodotti”. Secondo l’autore dell’articolo, per Zuckerberg Meta è stato solo un mezzo per aumentare il prezzo delle azioni.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: www.storywordproject.com