Paolo Maldini: 10 minuti per un addio

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Il licenziamento di un pezzo di storia del Milan, è l’esempio di come i magnati stranieri, come Gerry Cardinale, il nuovo patron rosso nero, sono alieni rispetto alla nostra cultura calcistica, che non capiscono e proprio per questo si affrettano a cancellarla, per sostituirla con metodi e uomini tutti nuovi. 

10 minuti di colloquio. Tanti sono bastati a Gerry Cardinale, numero uno di RedBird e proprietario del club di Via Aldo Rossi dal Giugno scorso, per liquidare 25 anni di carriera e quasi 70 di storia del Milan, visto che è dal 1954 – con l’arrivo in rossonero di papà Cesare – che i Maldini fanno parte della storia del club. 
 

Gerry Cardinale (foto Ansa)
Gerry Cardinale (foto Ansa)

Licenziare in tronco Paolo Maldini dal Milan farà forse anche curriculum, come ha scritto qualcuno su Twitter. Di certo fa parecchio rumore, con social e chat presi d’assalto dalla protesta dei tifosi rossoneri, rilanciata in tempo reale su tutti i media. Un’indignazione generale piuttosto diffusa, a parte qualche isolato distinguo. Perché noi tifosi italiani di calcio, cresciuti col poster del campione del cuore nella cameretta, possiamo anche accettare che una bandiera venga ammainata. Con cura e rispetto, per poi esporla magari in una teca. Fatichiamo invece a vedercela strappata in faccia con noncuranza e superficialità. Abbiamo col Calcio, con i suoi miti e i suoi riti un rapporto che sconfina nel religioso. Abbiamo imparato a conoscerne e decifrarne i codici non scritti, ad officiarne le liturgie, a trattare i suoi sacerdoti con devozione e deferenza. E’ per questo che vedere cacciare Paolo Maldini dal Milan, dal suo Milan nello spazio di un caffè, ci fa così male. Ci sembra che sia arrivato qualcuno che non conosce la nostra storia, non la capisce e proprio per questo si affretta a cancellarla, per sostituirla con metodi e uomini tutti suoi. 

Ed è esattamente così. Dovevano prenderci a pedate Paolino Maldini per ricordarci quello che è davanti ai nostri occhi. Negli ultimi 10 anni abbiamo venduto – spesso svenduto – quasi tutto il meglio del nostro calcio. E lo abbiamo venduto a degli alieni, dal punto di vista della cultura calcistica. Americani, canadesi, cinesi, indonesiani. Gente che, sino all’altro ieri, il pallone non sapeva manco cosa fosse, cresciuti con una cultura sportiva imbevuta dai dati e dalle statistiche di football, basket, hockey o cricket. E che ora, dopo aver pagato, semplicemente gioca. Con le sue regole e infischiandosene della nostra storia.

Apripista fu la Roma nel 2011, con l’americano James Pallotta che mise fine agli ultimi complicati anni della gestione Sensi. Due anni dopo fu il turno di Massimo Moratti, che nel 2013 si liberò del peso finanziario dell’Inter cedendo all’indonesiano Erick Thoir, che a sua volta lasciò un paio di anni dopo ai cinesi di Suning. Da lì, una progressione inarrestabile: Bologna (Saputo dal 2014), Fiorentina (Commisso dal 2019), Como (Hartono dal 2019), Venezia (Niederauer dal 2020), Parma (Krause dal 2020), ancora Roma (Friedkin dal 2020), Spezia (Piateck dal 2021), Pisa (Knaster dal 2021), Ascoli (NorthSix dal 2021), Palermo (CityGroup dal 2022), Genoa (777 dal 2022), Atalanta (Pagliuca dal 2022), Spal (Tacopina dal 2022). 

Cesare Maldini e Barison (foto LaPresse)

Quasi il 40% dei club di Serie A e B (15 su 40) è oggi in mani straniere. E presto saranno un’ampia maggioranza, visto i rumors che danno in vendita una decina di altri club – dal Sassuolo all’Udinese, dal Verona al Brescia, dalla Ternana al Perugia – nelle prime due divisioni professionistiche del nostro calcio. Ed il fenomeno si allarga anche alle serie minori, con piazze storiche come Catania, Cesena, Padova, Ancona o Livorno già proprietà di imprenditori oltre frontiera.

Dopo un decennio di gran bazar, non possiamo fare le vergini indignate se il ricco straniero, dopo averlo pagato, oggi vuole pure usare il suo nuovo giocattolo come più gli garba. Imponendo metodi che spesso se ne fregano di usi, costumi e tradizioni dell’italica pedata, ma danno spazio ai big data, alle statistiche e al metodo moneyball importato dal baseball. Portando innovazione e sconcerto. Progettando nuovi stadi e centri sportivi faraonici, catapultandoci, con una velocità che non ci aspettavamo, dai panini con la salsiccia ai fan token.

In tutto questo, la sacra bandiera, il campione simbolo con cui tifoserie e città si identificavano, è vissuto spesso con fastidio dai nuovi padroni del calcio. Alla meglio fa ombra, alla peggio è un intralcio, forte del rapporto di fiducia viscerale con la piazza. E allora lo si accompagna alla porta, più o meno cortesemente. Maldini non è il primo, non sarà l’ultimo.

Basta chiedere a Giancarlo Antognoni, Unico Dieci viola, che giocava guardando le stelle e che non tradì mai la sua Fiorentina, prima come calciatore e poi come dirigente. Sino a che Barone Joe, braccio destro del patron italo-americano Rocco Commisso, decise un paio di anni fa che non c’era più spazio per lui nella Viola del Futuro. “Un incontro terrificante, di inaudita freddezza – ricorda Antognoni – Mi ha detto: ‘Ti tolgo la prima squadra, ti riduco l’ingaggio, ti mando al settore giovanile‘. Neanche un magazziniere può essere trattato così, con tutto il rispetto. Non c’è logica, non c’è ragione, non c’è giustificazione.”

Non la prese bene nemmeno Paolino Poggi, veneziano di nascita e storica bandiera del Venezia sia da calciatore che da dirigente, “Non sentivo più rispettati i valori della società che riconoscevo e in cui mi sono sempre riconosciuto” dichiarò il giorno delle dimissioni. E che dire di Francesco Totti, tenuto a debita distanza dai gelidi Friedkin o – passando in provincia – di Alessandro Lucarelli? Il capitano che qualche anno fa riportò il Parma dalla Serie D alla Serie A è oggi relegato in un ruolo minore e con divieto di interviste dalla nuova proprietà americana del Parma, che ovviamente appena insediata, ha fatto piazza pulita di tutte le figure storiche legate agli imprenditori locali che rilanciarono la squadra.

Scendendo più a Sud, non se la passa bene a Palermo nemmeno Dario Mirri, nipote di Renzo Barbera e Presidente-tifoso. Gli arabi del City Group, attraverso il plenipotenziario Alberto Galassi, gli lasciano per ora giusto tagliare qualche nastro inaugurale, ma gli hanno tolto ogni delega decisionale. Chiude la galleria, Joe Tacopina, l’avvocato italo-americano di Trump con alle spalle avventure nel Bologna, Venezia e Spal. Un paio di settimane fa ha pensato bene di terminare la stagione facendo il dito medio alla Curva Ovest della Spal e minacciando di non iscrivere la squadra, appena retrocessa in Serie C.

Eppure, più che i cattivi stranieri, dovremmo biasimare soltanto noi stessi. Per gestire il calcio italiano peggio di come è stato gestito negli ultimi 20 anni, bisognava impegnarsi. Ma noi ci siamo riusciti. Portando ai minimi storici una delle eccellenze storiche del made in Italy, in grado di agire sull’immaginario legato al nostro Paese all’estero come forse solo moda e cibo. 

I numeri sono noti, ma è utile ricordarli. Negli anni 90, il nostro calcio era il più competitivo e mediatico al mondo. Valeva 3 volte tanto quello inglese come giro d’affari e i tifosi d’oltremanica snobbavano le partite locali per seguire i nostri campioni su Channel 4, con il programma Gazzetta Football Italia che attirava milioni di spettatori inglesi.

20 anni dopo, nel 2010, la Premier League aveva già superato la Serie A come fatturato, ma l’ordine di grandezza rimaneva comparabile. Circa 2,5 miliardi loro, circa 2 miliardi noi. E’negli ultimi 15 anni che il confronto si è fatto imbarazzante. Oggi la Premier League si accinge a sfondare il muro dei 7 miliardi, quasi 3 volte la Serie A ferma a 2,5 miliardi. Superata anche da Bundesliga tedesca e Liga spagnola, che fatturano circa la metà degli inglesi e tallonata dalla Francia.

Un collasso gestionale senza precedenti. Un sistema chiuso ed autoreferenziale, guidata da un Presidente come Gravina, che continua a farsi eleggere sulla base di un programma di riforme che puntualmente non riesce nemmeno a iniziare e gestito di fatto dalla strana coppia De Laurentis- Lotito. Due che difficilmente in una Lega manageriale troverebbero spazio, ma che si trovano perfettamente a loro agio nella giungla opaca di Via Rosellini, dove si litiga sempre su tutto senza decidere nulla. 

Risultato? La corda negli ultimi anni si è spezzata.

Una stagione che gira storta in Serie A oggi può produrre decine dì milioni di euro di perdite per un club. E il modello italiano, basato storicamente sull’imprenditoria locale alla guida delle società del territorio, è saltato per aria. Non sono più cifre alla portata della nostra borghesia imprenditoriale e quindi non deve sorprendere la disordinata exit-strategy degli ultimi anni verso fondi, tycoon e magnati stranieri. Saranno un po’ naif, ma hanno di fatto salvato il sistema dalla totale bancarotta con i loro dollari. Arrivati in punta di piedi, i nuovi patron si stanno accorgendo di essere diventati per davvero i padroni del vapore. E hanno deciso di fare il loro gioco, senza troppa cura della nostra storia, che non è nemmeno detto conoscano così bene.

La bandiera di Maldini strappata con nonchalance ci fa impressione, ma è solo la punta di un iceberg che sta emergendo dalle acque del nostro football. Preparatevi ad un calcio completamente diverso da quello che avete conosciuto e amato da bambini. E non dimenticate i pop-corn.