Silvio Berlusconi fotografato da Alberto Roveri per l'intervista di copertina di Prima del 1977.

Berlusconi e Prima comunicazione. 17 anni di cronache e interviste

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Dal 1977, socio del Giornale, al 1993, l’entrata in politica

Sono 14 le copertine con Silvio Berlusconi protagonista pubblicate da Prima comunicazione: dal 1977, quando venne pubblicata la sua prima intervista che anticipava la decisione di entrare socio nel Giornale di Indro Montanelli.
Copertine che hanno scandito la storia e i successi di Berlusconi, ma anche qualche brutto momento, via via che la sua voglia di espansione lo metteva in contrasto con nemici potenti, come è successo nel ‘92 e ‘93 con la guerra di Segrate per la conquista della Mondadori e di Repubblica. Poi a fine 93 con la decisione di entrare in politica. E i segni di cambiamento nel 2011.

PERMESSO? SONO BERLUSCONI

Questa è una sintesi della prima intervista, in assoluto, rilasciata da Silvio Berlusconi, pubblicata sul numero di luglio 1977 di Prima comunicazione.

All’epoca Berlusconi stava entrando come socio nella società editrice del Giornale, diretto da Indro Montanelli, e Umberto Seregni che stampava il quotidiano e conosceva bene Umberto Brunetti e Prima comunicazione, gli consiglio’ di raccontare in una intervista le sue idee e i suoi progetti per presentarsi al mondo dell’editoria e del giornalismo.

Per fare questa intervista Brunetti ha incontrato Berlusconi quattro volte: due sono stati incontri di assaggio per capire chi era l’ imprenditore che tra breve sarebbe entrato in pieno nell’editoria scritta e audiovisiva italiana, ripromettendosi un ruolo di primafila. Da allora i rapporti tra i due sono sempre stati cordiali, rispettosi e anche di reciproca utilita’, perdendosi poi di vista quando Berlusconi entrò in politica.

Pensiamo che sia interessante ripubblicare cosa diceva Berlusconi perché si intravede il progetto che aveva in testa e che avrebbe portato a compimento diventando nel 1983 il personaggio di maggior successo dei media italiani.

“Fare un’intervista a Silvio Berlusconi”, scriveva Brunetti, “ è come pretendere di fare un’intramuscolare ad una vespa; e quella che gli abbiamo proposto e quasi imposto – gruppi di dieci domande: alle prime nove si può rispondere con un sì o no o un “nessun commento” e solo alla decima in maniera tradizionale – non era certo fatta per tranquillizzare un personaggio che si trova nella precaria condizione psicologica di affrontare da cittadino del mondo della stampa in cui si ripromette, a brevissimo termine, di giocare un ruolo di protagonista: non più dalla parte del cittadino ma dalla parte del quarto potere: come editore e un editore con solide disponibilità finanziarie.

Dobbiamo riconoscere che Berlusconi ha combattuto come un leone per tirare l’intervista dalla sua parte. Con garbo civile, con abile diplomazia, alternando la simpatica prepotenza dell’uomo giovane che si è fatto da sé alla fermezza del manager che ha fatto l’università e sa cos’è il potere, ha discusso sulla correttezza delle domande, sulla loro qualità giornalistica, difendendo i suoi diritti di cittadino pur rispettando quelli di dell’informazione; ha contrattato sul servizio fotografico – per la prima volta ha accettato di farsi fotografare da un giornale – rivendicando il diritto all’immagine, dichiarando sinceramente le sue preoccupazioni per la fotogenia. Dalla nostra intervista – le domande erano fatte a caldo: o si o no – ha chiesto che fossero tolte prime quattro domande che dicevano: Lei conosce Sindona? Lo ritiene un ladro? Lei conosce Cazzaniga? Trova giusto che sia uscito di prigione pagando una cauzione di 100 milioni? Lei ritiene che Giovanni Leone sia implicato nello scandalo Loockeed?

Abbiamo ritenuto che le sue proteste fossero giuste (“Lei come giornalista può chiedermi quello che vuole, ma io, onestamente, non sono in grado di rispondere a queste sue domande con un sì o un no. Non ho elementi – se non di accatto e riciclati – per dare una risposta seria a domande così impegnative”). Ma su altre abbiamo tenuto duro: prendere o lasciare. E Berlusconi ha accettato.

Per fare questa intervista abbiamo incontrato Berlusconi quattro volte: due sono stati incontri di assaggio: chi è, dunque, questo personaggio che tra breve entra in pieno nell’editoria scritta e audiovisiva italiana, ripromettendosi un ruolo di primafila?

Appartiene – per quanto ne possiamo capire da questi brevi incontri – più alla tradizione dei capitani d’industria italiani che a quelli dei manager all’americana.

Dice di non essere un accentratore ma non può fare a meno di intervenire con perfezionismo su ogni elemento dell’attività della sua azienda. Appartiene a quella stirpe di imprenditori che si convincono di saperne sempre più dei collaboratori che gli stanno intorno, non rendendosi conto che avere il potere di decidere è già avere ragione.

Prima – La stampa ha dato molte notizie false sul suo conto. Ne è rimasto intimorito?

Silvio Berlusconi – No.

Prima – Lei pensa che Rizzoli sia un concentratore di testate?

S. Berlusconi – Sì.

Prima – Lei pensa che i giornali abbiano la forza di influenzare o modificare la politica italiana?

S. Berlusconi – Sì.

Prima – O pensa invece che la loro funzione realistica sia quella di essere portavoci di certe correnti politiche in lotta contro altre correnti politiche?

S. Berlusconi – No.

Prima – Secondo lei i quotidiani stanno dalla parte del potere o dalla parte dei diritti del cittadino?

S. Berlusconi – Nessun commento.

Prima – Lei pensa che L’Unità, organo del Pci, stia dalla parte del cittadino?

S. Berlusconi – Sì, dalla parte di quei cittadini che stanno dalla parte dell’Unità.

Prima – Lei ritiene che l’impossibilità di licenziamento di giornalisti e maestranze abbia squilibrato il sistema economico editoriale?

S. Berlusconi – Sì.

Prima – Lei ritiene che il ‘non licenziamento’ sia una conquista per il lavoratore italiano e, in particolare, per il giornalista?

S. Berlusconi – No.

Prima – Ammettendo per ipotesi che siano in vendita L’Espresso e Panorama, quale dei due acquisterebbe?

S. Berlusconi – Panorama.

Prima – Rusconi, Rizzoli e Caracciolo: chi giudica più professionale come imprenditore dell’editoria?

S. Berlusconi – Sarebbe assai singolare che chi come me si è appena timidamente affacciato in un mondo così complesso come l’editoria si mettesse a pronunciare giudizi sui suoi protagonisti. Caso mai saranno loro a essere autorizzati a dare giudizi su di me se riuscirò a fare qualcosa di concreto come editore.

Indro Montanelli

Prima – Lei ha una partecipazione del 12% nella casa editrice del Giornale di Montanelli?

S. Berlusconi – Sì.

Prima – È stato Montanelli a chiederle di entrare nella società editrice?

S. Berlusconi – Sì.

Prima – Qualcun altro?

S. Berlusconi – No.

Prima – Lei ritiene che i soci di una impresa giornalistica siano corresponsabili ideologicamente del prodotto che finanziano?

S. Berlusconi – Sì.

Prima – Montanelli e il suo giornale sono considerati di destra. Lei si sente, per questa partecipazione, un uomo di destra?

S. Berlusconi – Io non credo alle etichette e cerco di fare il mio lavoro con serietà, sforzandomi di far coincidere le iniziative personali con l’interesse di tutti. Se essere progressisti e riformisti significa dichiarare di esserlo soltanto a parole, per vanità o per opportunismo, magari senza pagare le tasse e senza rinunciare a nessuno dei privilegi acquisiti, ecco allora io non sono né riformista né progressista. Se invece essere tali significa operare concretamente ma in modo nuovo nell’ambito della propria attività portando avanti – come ad esempio per quel che mi riguarda – un nuovo modo di progettare, un nuovo modo di costruire secondo formule nuove, realizzando i parchi, gli asili, le scuole e ogni altra attrezzatura sociale prima delle case, promuovendo centri di riposo per gli anziani, investendo notevoli risorse nella ricerca di nuove tecnologie che consentano la produzione di case di edilizia economica e popolare di migliore qualità e a minor costo, ecco allora io sono sicuramente un riformista e un progressista. Questi sono fatti, tutto il resto è velleitarismo.

Prima – Voci insistenti la danno alla vigilia di un ingresso più articolato nel settore editoriale. È vero?

S. Berlusconi – Sì.

Prima – Il settore è un campo imprenditoriale in crisi, di avvenire incerto, con scarsi margini di profitto, un’alta conflittualità aziendale, fortemente connotata da pressioni politiche. Lei sostiene che la sua decisione di entrarvi è di tipo imprenditoriale?

S. Berlusconi – Sì.

Prima – Lei ritiene dunque di riuscire dove fanno fatica a sopravvivere gruppi come la Mondadori, Rizzoli e l’Editoriale Corriere della Sera?

S. Berlusconi – Sì.

Prima – I grandi industriali del passato hanno sempre avuto o cercato di avere il controllo diretto o indiretto dei mezzi di comunicazione. Lei crede che lo abbiano fatto per promuovere il consenso nei confronti della loro attività industriale?

S. Berlusconi – Sì.

Prima – O non pensa, piuttosto, che gli industriali abbiano comprato quotidiani e settimanali per restituire sul piano dell’appoggio politico quei favori che la classe politica concedeva loro sul piano della legislazione economica e su quello tributario?

S. Berlusconi – Nessun commento.

Prima – Lei pensa di impostare la sua attività editoriale rispettando la prima o la seconda di queste politiche editoriali?

S. Berlusconi – La prima.

Prima – Ritiene che la classe politica le consentirà una libera scelta tra queste due politiche?

S. Berlusconi – Sì.

Prima – Lei crede che un industriale della comunicazione debba comunque affrontare dei compromessi editoriali con i politici per non sottostare a ricatti economici?

S. Berlusconi – No.

Prima – Lei accetterebbe di essere editore di una testata di grande successo che ha tuttavia una ideologia informativa completamente contraria alle sue convinzioni personali?

S. Berlusconi – No.

Prima – Lei si è laureato con una tesi sulla pubblicità. Ritiene che la tivù sia più forte della stampa come mezzo pubblicitario?

S. Berlusconi – Sì.

Prima – Ha fondato Telemilano per pura imprenditoria?

S. Berlusconi – Perché come imprenditore interessato al mercato milanese sentivo la necessità di un mezzo pubblicitario a diffusione soltanto locale, evitando le dispersioni dei giornali e dei periodici che hanno invece generalmente diffusione regionale e nazionale. Per fare un esempio, quando l’operatore locale spende 6 milioni per una pagina di un quotidiano sa già in partenza di spenderne bene solo 1, sprecando gli altri 5 di copie vendute fuori Milano.

Prima – Le ragioni per cui lei è entrato nel mondo dell’editoria?

S. Berlusconi – Ragioni molto semplici: il mondo dell’informazione mi ha sempre affascinato. Entrare quindi in un quotidiano con una partecipazione non rilevante ha significato per me la possibilità di affacciarmi, senza correre troppi rischi, sul mondo della stampa come spettatore da dentro invece che da fuori e aggiungere alle mie esperienze nel settore urbanistico e nel settore finanziario un’altra esperienza interessante.

(Prima, luglio 1977)

Prima dicembre 1983