AI e giornalismo, a che punto siamo? I veri avvocati di Trump. Diritto di censura. Dal greenwashing in UK allo sportswashing in Arabia. Tensioni geopolitiche e giornalismo in Oriente. Il futuro del Daily Telegraph. La comunicazione che legittima il potere. L’AI resuscita un rapper in India.

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Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

AI e giornalismo, a che punto siamo?

A poco più di sei mesi dall’arrivo di ChatGPT, molte testate giornalistiche dispongono già di linee guida e codici di condotta interni per il suo utilizzo nelle loro redazioni. Press Gazette ha raccolto i commenti di 12 leader dell’industria dei media – incluso ciò che è emerso al Congresso della International News Media Association a New York – sull’implementazione degli strumenti di intelligenza artificiale nelle loro attività lavorative. È molto scettico l’editore del New York Times, A.G. Sulzberger, il quale sostiene che l’intelligenza artificiale avvelenerà l’ecosistema dell’informazione. Alessandra Galloni, Direttrice di Reuters, ha invece un approccio più costruttivo: “Una storia di Reuters è una storia di Reuters, indipendentemente da chi la produce o da come viene generata, se applichiamo la nostra etica e i nostri standard editoriali”. Sulla stessa linea il CEO del Washington Post, Fred Ryan, che ha istituito una task force interna sull’intelligenza artificiale per trasformare quest’ultima in una significativa opportunità per l’intera redazione. Secondo Robert Thomson, CEO di News Corp, spetterà a giornalisti ed editori capire come regolare questo fenomeno nell’attesa che i legislatori si esprimano al riguardo. Più moderata la Direttrice del Financial Times, Roula Khalaf, che sostiene la necessità di avere un team in redazione che sperimenti i vari strumenti dell’intelligenza artificiale, ma allo stesso tempo sottolinea i danni che da questi possono derivare.

I veri avvocati di Trump

Nelle ore successive alla notizia della nuova vicenda giudiziaria che vede coinvolto Donald Trump, media conservatori e personalità di spicco si sono schierati per difendere il tycoon. Come riporta The Washington Post, numerose emittenti hanno sostenuto l’ex presidente Usa portando avanti una narrazione complottista secondo cui dietro l’incriminazione si nascondeva un disegno orchestrato dal sistema giudiziario americano. “Un giorno buio in America”, ha detto il conduttore di Fox News Sean Hannity. “Il nostro sistema giudiziario è stato strumentalizzato oltre ogni immaginazione, e questo Paese è in seria difficoltà”. “Beh, l’hanno fatto di nuovo”, ha urlato Greg Kelly, conduttore in prima serata su Newsmax. La conduttrice di Fox News Harris Faulkner, affiancata da Matthew G. Whitaker (ex procuratore generale ad interim sotto Trump), ha fatto notare che materiale classificato era stato trovato anche nella residenza di Biden nel Delaware e nel suo ex ufficio nel centro di Washington. È l’ennesima dimostrazione che con l’avvento di Trump il sistema mediatico ha generato una polarizzazione molto forte. A sottolinearlo anche la giornalista Margaret Sullivan che evidenzia come sia cambiato il suo modo di lavorare con la nomina di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti nel 2016. “Abbiamo fatto molta strada – afferma Sullivan – ma certamente abbiamo commesso molti errori, agendo troppe volte da megafoni dei suoi messaggi. Troppo spesso non abbiamo definito le sue numerose falsità come bugie” (vedi Editoriale 102).

Diritto di censura

I social media hanno il diritto di censurare gli esponenti politici? Secondo il Wall Street Journal, è opportuno stabilire se le piattaforme Internet siano da considerare come reti televisive o, piuttosto, come reti telefoniche. Le prime sono equivalenti ai giornali, possono scegliere di seguire un partito politico e favorire o sfavorire esplicitamente qualsiasi candidato vogliano. Le reti telefoniche, invece, non hanno questo diritto. Sono anch’esse aziende private, ma la legge le considera come “fornitori pubblici”, ai quali è vietato discriminare sulla base delle opinioni politiche. Ragione per cui nessuno può far loro causa per ciò che le persone dicono utilizzando le loro reti. A differenza di una rete televisiva, che può essere citata in giudizio per diffamazione, violazione della privacy e altri illeciti. I social network, per la loro natura ambivalente, godono dei vantaggi di entrambi i mondi. Quando vengono accusati di censura, si appellano al Primo Emendamento, e si dichiarano costituzionalmente autorizzati a discriminare i punti di vista che non gradiscono. E i tribunali sono quasi sempre d’accordo. Ma aziende come Meta e Google non pagano il prezzo di questo privilegio. Quando si tratta di stabilire chi è responsabile di ciò che viene detto sulle loro piattaforme, insistono sul fatto che sono come le reti telefoniche, immuni da cause legali. La scorsa settimana Meta ha sospeso per 180 giorni gli account Instagram delle persone che lavoravano per la campagna presidenziale del democratico Robert F. Kennedy Jr. prima che fosse stato pubblicato un solo post da questi account. Questo è avvenuto poco dopo che LinkedIn ha chiuso l’account del candidato repubblicano Vivek Ramaswamy, apparentemente per aver espresso opinioni sfavorevoli sulla Cina e sul cambiamento climatico. Questa censura dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la democrazia in America. Non è solo antidemocratica, ma è un’ombra che potrebbe facilmente far pendere l’ago della bilancia verso un’elezione molto combattuta. Il Congresso dovrebbe rendere le piattaforme responsabili se censurano una campagna politica o qualsiasi discorso basato sul suo punto di vista politico. Anche se la Florida e il Texas si stanno muovendo in questo senso, serve una nuova legge federale in modo che i candidati possano combattere la censura quando è necessario.

Dal greenwashing in UK…

L’ente di autoregolamentazione del settore pubblicitario del Regno Unito, l’Advertising Standards Authority (ASA), ha vietato la pubblicazione di una campagna pubblicitaria della compagnia petrolifera Shell perché ingannevole. Come spiega The Guardian, Shell è stata accusata di greenwashing perché gli annunci (televisivi, video e su stampa) mostravano solo processi di produzione di energia tramite l’uso di fonti rinnovabili e non inquinanti quando in realtà la maggior parte delle attività dell’azienda si basano sui combustibili fossili. Nel difendersi, Shell ha dichiarato che lo scopo della sua comunicazione fosse aumentare la consapevolezza della gamma di prodotti energetici a basse emissioni, e ha sottolineato che gli annunci riguardavano solo la fornitura di elettricità tramite la sua controllata Shell Energy UK, definendo l’azione dell’ASA “miope”. Il suo portavoce ha affermato: “Siamo fortemente in disaccordo con la decisione dell’ASA, che potrebbe rallentare la corsa del Regno Unito verso l’energia rinnovabile”. Le critiche alla campagna tacciata di greenwashing non sono mancate nemmeno da parte di alcuni politici coma Caroline Lucas, deputata dei Verdi, che ha detto: “I giganti dei combustibili fossili come Shell non possono combattere l’emergenza climatica con il greenwashing”. Non solo Shell è stata vittima di tale provvedimento. L’ASA ha recentemente vietato per le stesse motivazioni anche campagne di Lufthansa e di Etihad Airways.

…allo sportswashing in Arabia

L’Arabia Saudita vince la guerra del golf, affidandosi allo sport per rilanciare immagine ed economia. Difatti, come riportaPolitico, il fondo sovrano del regno ultra-conservatore – noto con l’acronimo PIF (Public Investment Fund) – farà parte di una nuova società che gestirà il golf a livello mondiale. Lo scorso anno, PIF – che gestisce asset per 650 miliardi di dollari – aveva lanciato il proprio circuito LIV Golf, da qualche giorno fusosi con il PGA Tour. Secondo la stampa di tutto il mondo si tratta di una operazione di PR strategica volta a svecchiare l’immagine di un regno che segue costumi mussulmani ultra-conservatori, in cui il ruolo della donna è ancora marginale nella società. In merito a questa vicenda, Amnesty International parla di sportwashing: ovvero del tentativo del principe saudita Mohammed bin Salmandi di ripulire l’immagine dell’Arabia Saudita attraverso lo sport. LIV Golf, in tutto questo, ha sempre negato che il suo obiettivo fosse legato alla reputazione internazionale dell’Arabia Saudita ma che si è sempre trattato di un’opportunità commerciale, non di sportswashing. Nonostante diversi sforzi dei professionisti della comunicazione ingaggiati da LIV Golf e da PGA Tour, questa operazione ha ricondotto immediatamente la stampa mondiale ai soliti temi negativi legati all’Arabia Saudita come il terrorismo e l’ingerenza stranieraAl momento tutt’altro che il risultato sperato.

Tensioni geopolitiche e giornalismo in Oriente

Nelle ultime settimane India e Cina hanno espulso i rispettivi giornalisti dai propri territori, andando così ad inasprire le relazioni, un tempo solide, tra le due nazioni più popolose al mondo. Come riporta The Wall Street Journal, una delle prime cause risale al conflitto avvenuto al confine sino-indiano nel giugno 2020. Di recente poi l’India ha partecipato più attivamente al “Dialogo Quadrilaterale sulla Sicurezza”, il gruppo guidato dagli Stati Uniti noto come Quad, che comprende anche Australia e Giappone e che la Cina considera un tentativo di accerchiamento e contenimento. Le tensioni tra Nuova Delhi e Pechino si sono inasprite anche in altri modi: l’India ha vietato decine di app cinesi tra cui TikTok e WeChat, escludendoli da un mercato in rapida crescita come quello indiano. Dal canto suo la Cina ha boicottato una riunione del G20 sul turismo dopo che l’India, in qualità di paese ospitante, ha deciso di organizzare l’incontro nel territorio del Kashmir, regione da molto tempo contesa tra India e Pakistan. Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha parlato di “contromisure appropriate per salvaguardare i diritti e gli interessi legittimi dei media cinesi”.

Il futuro del Daily Telegraph

Chi acquisterà il Daily Telegraph non solo sarà proprietario di una testata storica, ma anche di un canale di accesso privilegiato ai leader del Partito Conservatore. Ne scrive il Guardian, sottolineando come questo giornale sia il più letto dai Tories avendo dato spazio a certe linee di pensiero già in tempi non sospetti: negli anni ’90 aveva come corrispondente da Bruxelles un giovane Boris Johnson, autore di articoli dai toni euroscettici, che per la testata avrebbe continuato a scrivere anche dopo l’ingresso in politica e da premier avrebbe cercato di mettere a capo della BBC l’ex collega Charles Moore. Inoltre, il Telegraph è stato il sostenitore più entusiasta della politica economica di Liz Truss, responsabile della fine della sua esperienza di governo dopo poche settimane. Secondo alcune fonti ci sarebbe interesse da parte di diversi personaggi verso il Telegraph, in quanto nonostante le difficoltà economiche del settore essere proprietario di un quotidiano rimane intrigante per chi investe nei media e anche per persone ricche che desiderano essere considerate membri di spicco della società. Qualcuno ha suggerito l’idea che un “Paperone” britannico come il magnate del petrolchimico Kim Ratcliffe potrebbe essere tentato da questa prospettiva, mentre qualcun altro parla di potenziali acquirenti provenienti dall’Arabia Saudita o altri Stati del Golfo; il contendente più credibile sembra essere comunque la società madre Daily Mail, oggi di proprietà del fondo fiduciario familiare offshore del visconte Rothermere. Altri analisti invitano però alla prudenza: viste le proiezioni che danno in vantaggio i laburisti alle prossime elezioni del 2024, perché imbarcarsi in un’operazione così rischiosa e non preferire, per esempio, l’acquisto del più piccolo ma comunque influente Spectator? E davvero il Telegraph è ancora così influente di fronte alla crescita di GB News, che ha ricevuto anche endorsment di peso (vedi Editoriale 97)?

La comunicazione che legittima il potere

In occasione del New CEO Workshop della Harvard Business School, un incontro semestrale che coinvolge i CEO di diverse realtà, sono state individuati i fattori che permetterebbero agli amministratori delegati di guadagnare e mantenere la legittimità nel proprio ruolo. Tra questi, la comunicazione risulta determinante. In altre parole, come scrive Harvard Business Review, creare una narrazione che aiuta a capire da dove viene l’organizzazione e dove sta andando, mantenendo lo sguardo puntato sui target da dover raggiungere, aumenta sensibilmente la legittimazione del leader. “Mentre la leadership basata sull’autorità deriva dal potere formale e dai diritti decisionali e la leadership basata sulla competenza si concentra sulle prestazioni, la leadership basata sulla legittimità poggia su comportamenti e azioni che ispirano fiducia, rispetto e impegno degli altri” scrive l’autore dell’articolo e professore dell’Harvard Business School. Si tratta di forme di leadership che possono essere efficaci in determinate situazioni, ma la leadership basata sulla legittimità è più sostenibile e determinante nel lungo periodo.

L’AI resuscita un rapper in India

In India, tramite l’intelligenza artificiale sono stati creati una serie di brani con la voce di Sidhu Moosewala, famoso rapper indiano ucciso nel maggio del 2022. Rest of World ha individuato almeno 38 tracce su SoundCloud e YouTube, alcune delle quali hanno avuto più di decine di migliaia di visualizzazioni. Sono testi nati per “dare uno schiaffo agli assassini di Sidhu”, anche se il tentativo non è stato apprezzato dalla famiglia del rapper indiano. L’ascesa dell’IA ha generato nell’industria musicale una serie di nuovi problemi, legati principalmente a copyright e royalties. Diverse canzoni “fake” hanno invaso le piattaforme dei social media, accumulando migliaia di visualizzazioni sfruttando le voci di Eminem, del defunto rapper Tupac Shakur e di Drake. Il caso più noto risale allo scorso 4 aprile, quando un utente di TikTok ha pubblicato una traccia generata dall’IA con le voci di Drake e The Weekend, “Heart On My Sleeve”. L’Universal Music Group, che rappresenta entrambi gli artisti, l’ha dovuta rimuovere dalla maggior parte delle piattaforme. Ad aprile, il Ministro indiano responsabile dell’IT, Ashwini Vaishnaw, ha informato il parlamento che il governo non aveva intenzione di regolamentare l’AI ma che avrebbe promosso l’adozione di best practice.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: www.storywordproject.com