Non parlate di ESG. La Bud ritrova sé stessa. Più media locali per i Democratici. Fred Ryan lascia il Washington Post. BoJournalist. Lesson learned. La Primavera araba è solo un ricordo. Il disastro ambientale dell’estrema destra.

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Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

Non parlate di ESG

Le aziende americane non parlano più di sostenibilità e diversità. Tra la pressione degli investitori che vogliono che queste si concentrino sulle loro operazioni (e non sul bene sociale), e dei gruppi conservatori, la condivisione delle iniziative ESG è drasticamente diminuita negli ultimi trimestri. Secondo i dati di AlphaSense, in 575 presentazioni dei risultati finanziari tra l’1 aprile e il 5 giugno, si è registrato un calo del 31% rispetto al stesso periodo dell’anno scorso. “La cosa più semplice da fare è rimanere fuori dalla conversazione ed enfatizzare altri aspetti del business che saranno percepiti come meno controversi e più rilevanti per le metriche tradizionali del business”, sostiene Jason Jay, professore del Massachusetts Institute of Technology. Non comunicarle tuttavia non significa non attuarle. Come riporta il Wall Street Journal, le aziende continuano a portare avanti tali iniziative, ma si limitano a una comunicazione “obbligatoria” per evitare ripercussioni politico-sociali. Stando ad un sondaggio di KPMG, il 70% degli amministratori delegati americani ha affermato che i programmi ESG migliorano la performance finanziaria della propria azienda, rispetto al 37% dell’anno precedente.

La Bud ritrova sé stessa

Dopo una disastrosa campagna pubblicitaria che ha scatenato l’ira dei più fedeli consumatori (che rappresentano il mondo conservatore in America) per aver coinvolto l’influencer trans Dylan Mulvaney, l’azienda che produce la birra Bud Light sta lanciando alcune iniziative per risollevarsi dalle perdite economiche registrate (vedi Editoriale 133). Come spiega Axios, Il CEO di Anheuser-Bush, Brendan Whitworth, sta cercando di far conquistare al suo prodotto quote di mercato viaggiando per il Paese per ascoltare i consumatori e facendo un passo indietro: la nuova campagna pubblicitaria ritrarrà Bud Light solo come “facile da bere e da gustare”, cercando quindi di rientrare negli standard apprezzati dai suoi consumatori abituali. Whitworth sta, al contempo, investendo per proteggere i posti di lavoro dell’azienda fornendo anche assistenza finanziaria ai grossisti. Al momento l’Anheuser-Bush non è riuscita ad arginare il calo delle vendite perché da un lato non si è scusata con i consumatori fidelizzati e dall’altro ha rilasciato dichiarazioni vaghe in cui spiegava che non era sua intenzione “dividere le persone ma riunirle davanti a una birra”, deludendo chi aveva apprezzato la nuova comunicazione inclusiva del brand.

Più media locali per i Democratici

Un report di 85 pagine per chiedere ai “Democratici ricchi” di destinare una parte delle loro donazioni alla creazione di media company e alla sponsorizzazione di alcuni influencer sui social media. Il documento, intitolato “Analysis of the Changing U.S. News Media Landscape and Strategies Toward Delivering Civic Value”, è stato preparato in occasione di un recente incontro tra leader progressisti a Washington. Max Tani su Semafor racconta come ’idea sia nata anche a causa dal fallimento di testate online più rivolte ai giovani (che tendenzialmente votano il partito democratico), come BuzzFeed News e Vice. A capo dell’iniziativa c’è Arkadi Gerney, un comunicatore democratico di lunga data, che cerca di contrastare il potere che hanno le società di media vicine ai conservatori nelle televisioni e nelle radio locali. Non si tratta del primo tentativo di orientare l’opinione pubblica attraverso una maggiore presa sui media locali, diverse iniziative di Soros vanno in questa direzione. L’interesse verso questi media nasce dal fatto che buona parte di quelli mainstream, dal New York Times al Washington Post, sono già voci del liberalismo americano.

Fred Ryan lascia il Washington Post

Sono arrivate la scorsa settimana le dimissioni di Fred Ryan, editore e amministratore delegato del Washington Post. Come riportato dalla testata stessa, da agosto guiderà il neonato Center on Public Civility della Ronald Reagan Presidential Foundation, dopo aver lavorato al Post per la maggior parte del suo decennio di rapida crescita sotto la proprietà del fondatore di Amazon, Jeff Bezos. Ryan ha presieduto il Post durante un periodo di cambiamenti senza precedentiL’acquisto da parte di Bezos nel 2013 è stato un evento spartiacque per l’azienda, ponendo fine a 80 anni di gestione da parte della famiglia Graham e portando la compagnia alla privatizzazione. Nel settembre del 2014 Bezos ha assunto Ryan, il CEO fondatore di Politico, incaricandolo di espandere la portata nazionale e globale del Post. All’epoca, la maggior parte delle entrate proveniva dalla stampa e contava circa 35.000 abbonati digitali. Una delle sue maggiori responsabilità è stata quella di assumere un nuovo direttore esecutivo per sostituire Martin Baron, andato in pensione nel 2021. Ryan ha scelto Sally Buzbee, ex top executive dell’Associated Press, che è diventata la prima donna a ricoprire il ruolo di executive editor del Post (vedi Editoriale 88). Il suo mandato ha coinciso anche con gli anni caotici della presidenza Trump, quando il Post e altre società di media hanno registrato livelli record di traffico digitale e un boom di abbonamenti. Nel gennaio 2021, il Post contava 3 milioni di abbonati digitali. Ma queste cifre si sono stabilizzate dopo che Donald Trump ha lasciato l’incarico e la pandemia di coronavirus si è attenuata. Il Post ha chiuso l’anno scorso in rosso dopo quelli che Ryan ha definito sei anni di “crescita e profitti significativi”. La sua partenza avviene in un momento difficile per l’industria dei media, in cui il calo delle entrate pubblicitarie e dei lettori ha provocato ondate di licenziamenti e chiusure. Negli ultimi mesi, Ryan ha operato diversi tagli, tra cui l’eliminazione della rivista domenicale, della pagina KidsPost e di un team dedicato alla copertura dei videogiochi. Il New York Times, citando un documento finanziario interno, ha riferito che le entrate pubblicitarie digitali del Post sono diminuite di circa il 15% a circa 70 milioni di dollari nella prima metà del 2022, rispetto alla prima metà del 2021. Ora sarà compito di Patty Stonesifer, membro del consiglio di amministrazione di Amazon, dover trovare un sostituto di Fred Ryan, l’uomo che Bezos ha definito “una forza implacabile” e che nel 2016 ha ottenuto il rilascio del giornalista Jason Rezaian, arrestato in Iran. Per il Washington Post si avvia quindi una nuova stagione di profondi cambiamenti.

BoJournalist

A una settimana dalle sue dimissioni da Membro del Parlamento, l’ex primo ministro britannico non ha fatto fatica a trovare un impiego differente. Infatti, come riporta Press Gazette, il Daily Mail, la testata cartacea più letta del Regno Unito, lo ha ingaggiato come editorialista. Non si tratta di un debutto assoluto per colui che è stato l’inquilino del numero 10 di Downing Street, già corrispondente da Bruxelles per il Daily Telegraph, testata rilevante per i Tories (vedi Editoriale 134); per questo suo ritorno al giornalismo Johnson promette materiale inedito e l’impegno a fare politica il meno possibile. Se il Mail ha accolto Boris Johnson a braccia aperte, definendolo “un erudito nuovo editorialista che sarà una lettura obbligatoria a Westminster”, affermando che non c’è evidenza che abbia mentito al Parlamento e attaccando il Commons Privileges Committee, che indaga sul Partygate in cui è coinvolto l’ex primo ministro e ha definito le sue dimissioni da parlamentare “un esercizio risibile di parzialità e ipocrisia”, le reazioni di altre realtà sono state ben diverse. Il Telegraph ha evidenziato come non sia uscito bene dall’inchiesta che lo vede coinvolto in quanto organizzatore di feste durante il lockdown, e l’Advisory Committee on Business Appointments ha affermato che Johnson aveva violato le regole del governo, non avendo consultato adeguatamente quest’ultimo in merito al suo nuovo incarico, e chiesto spiegazioni. Un ritorno al giornalismo, insomma, molto politico, con la polarizzazione del dibattito intorno alla sua figura e all’inchiesta che lo vede coinvolto. Il tempo dirà se sarà davvero una lettura obbligata a Westminster: intanto, però, ha già fatto notizia e creato dibattito.

Lesson learned

Le Big Tech e i maggiori gruppi editoriali si starebbero parlando per raggiungere uno storico accordo sull’uso degli articoli per addestrare gli strumenti di intelligenza artificiale. ChatGPT, così come altri software, è in grado di scrivere testi in tempi rapidissimi partendo da contenuti già esistenti prodotti dall’essere umano. Ma buona parte di quest’ultimi è frutto del lavoro delle testate giornalistiche, il che solleva diverse criticità in termini di copyright. Secondo quanto riporta il Financial Times, la trattativa potrebbe sfociare in un accordo che prevede il pagamento, sotto forma di abbonamento, per utilizzare i contenuti delle testate giornaliste. Trattativa che comunque sarebbe in una fase preliminare. I gruppi editoriali starebbero mostrando una certa prudenza, forti della cattiva esperienza che li ha visti protagonisti nell’era di Internet, quando offrivano gratuitamente articoli online a beneficio di aziende come Google o Facebook.

La Primavera araba è solo un ricordo

All’indomani della Primavera araba del 2011, la Tunisia ha ottenuto una serie di conquiste in ambito politico, sociale e culturale, aprendo le porte a democrazia e liberà di espressione. Tuttavia, la salita al potere del presidente Kais Saied nel 2021, che ha messo da parte le istituzioni democratiche del paese nordafricano e rimosso il dissenso, ha eroso gran parte di queste libertà. Come racconta il New York Times,  più di venti giornalisti rischiano il carcere e altri tunisini sono stati incarcerati per post antigovernativi su Facebook. La repressione delle conquiste post-rivoluzionarie da parte di Saied è andata oltre la libertà di parola. Il Presidente ha in gran parte spogliato la magistratura della sua indipendenza, arrestato esponenti dell’opposizione e riscritto la costituzione per aumentare i propri poteri. Un caso tipico è quello che ha visto protagonista Mosaïque, una radio indipendente. Diventata negli anni sempre più popolare, arrivando a coprire con i suoi palinsesti non solo intrattenimento e musica ma anche tanta politica, la radio non ha più né il suo direttore perché in carcere né uno dei suoi giornalisti di punta perché condannato. Anche sulle piattaforme social la repressione non è indifferente, i sostenitori del governo si scagliano contro chiunque critichi il Presidente. In una società che ha già conosciuto la dittatura e che si ritrova con nuove barriere e limitazioni, internet e i social media potranno sempre essere alleati delle voci in cerca di libertà come nel 2011 oppure l’utilizzo “politico” delle piattaforme potrà rivelarsi più forte?

Il disastro ambientale dell’estrema destra

Più l’estrema destra guadagna potere, più i programmi a tutela del clima vengono sospesi o limitati. Come racconta il Guardian, i paesi ricchi possono ridurre notevolmente i danni causati dal degrado ambientale, ma tali iniziative vengono deliberatamente e sistematicamente bloccate. Il negazionismo climatico, quasi svanito alcuni anni fa, è ora ritornato prepotentemente: gli scienziati e gli attivisti ambientali vengono accusati di essere dei tirapiedi, truffatori, comunisti, assassini e pedofili. Ma più le politiche climatiche si affievoliscono, più aumentano le catastrofi ambientali, eventi tragici che spingono migliaia di persone a lasciare le proprie case per cercare rifugio in altri paesi. A volte proprio in quei paesi dove le forze politiche di estrema destra li individuano come invasori chiudendo i confini. Per questo la prevenzione dei disastri ambientali e il contrasto all’ascesa dei fascismi non possono essere trattati separatamente. Non esiste altra scelta che combattere entrambe le forze contemporaneamente.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: www.storywordproject.com