Rai, il dg Rossi: reti plurali e senza ideologia. Il canone non è un dogma

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Intervistato dal Corriere della Sera, il dg Rai parla anche degli addii di Fazio, Annunziata e Berlinguer.

Dai nuovi palinsesti, con gli addii di volti storici, al bisogno di risorse certe, con l’incognita canone. Sono alcuni dei temi che il direttore generale della Rai Giampaolo Rossi ha affrontato in un’intervista al Corriere della Sera.

I nuovi palinsesti e gli addii

“Siamo qui da 50 giorni: abbiamo evitato uno sciopero generale dei dipendenti, indetto contro la precedente gestione, chiuso il contratto di servizio che giaceva da nove mesi e definito i palinsesti autunnali a tempo di record”, ha esordito Rossi. Che a proposito dei programmi per la nuova stagione – che sarà svelata domani, da Napoli- ha spiegato: “valorizzano le risorse interne, sono plurali e organizzano finalmente le reti secondo criteri di genere, uscendo da una visione ideologica”.
Parlando dei programmi, inevitabile un riferimento ai tre addii di peso che hanno coinvolto in particolare Rai3, con Fabio Fazio migrato su Nove, Bianca Berlinguer diretta a Mediaset e le dimissioni di Lucia Annunziata. “Fazio è uscito prima che arrivassimo. Quanto alla Annunziata, ancora oggi le sue motivazioni mi risultano poco comprensibili”, ha rilevato.
E Berlinguer? “Ha operato una scelta di vita. Dispiace che l’abbia fatta a pochi giorni dalla presentazione dei palinsesti in cui era stata confermata”, ha detto il dg Rossi, segnalando che “si deciderà con calma” chi ne prenderà il posto.

“Rai3, come ogni rete, racconterà l’Italia com’è realmente, non come qualcuno la vorrebbe”, ha rilevato. “Spesso la Rai è stata fuori sincrono rispetto alla realtà: è stata l’espressione di un gruppo ristretto che la dominava”.

Risorse e canone

Sui 580 milioni di debiti e il rischio di perdere il canone, Rossi ha ricordato: “sta per nascere un tavolo ministeriale sul futuro del finanziamento della Rai”.
Precisando sul 2024: “ci sono ragionevoli certezze che il canone possa rimanere in bolletta. Dopodiché non è un dogma. In molti Paesi non c’è. Ma è un dogma che il servizio pubblico venga finanziato dallo Stato”.
“Tra i cinque più grandi servizi pubblici europei è quella con meno dipendenti, con il canone più basso e con il miglior rapporto tra finanziamento e ascolti”, ha ricordato ancora.
Chiosando: “a noi interessano risorse certe e stabili. I modi li decida la politica. Intanto andrebbe recuperata alla Rai quella parte del gettito che oggi finisce altrove. Sono 150-180 milioni che potremmo vincolare a usi predefiniti: la produzione audiovisiva italiana, l’ammodernamento delle sedi regionali e la digitalizzazione”.

Stati generali della Rai

Rossi ha parlato anche della sua proposta di lanciare gli Stati Generali per riformare la Rai. Per cambiare cosa? “Primo: la natura giuridica della Rai, sottoposta oggi alla rigida disciplina pubblicistica che pone enormi vincoli, rendendola meno competitiva in un mercato sempre più sfidante”. “Abbiamo procedure di appalto lentissime, poco concorrenziali”, ha evidenziato Rossi, citando anche come punto critico “la durata della governance”. “Tre anni sono pochi per gestire un’azienda così complessa”.