Urbano Cairo (Foto LaPresse)

La7 che verrà. Fenomenologia di Urbano Cairo (a margine della presentazione dei palinsesti)

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Due ore di giro-domande, niente appunti se non i nomi dei giornalisti scritti su un foglietto con la testata di appartenenza, nessuna barzelletta o battuta improbabile (nonostante i ripetuti riferimenti al faro e maestro, lo scomparso Silvio Berlusconi), doppiopetto scuro di ordinanza (altro che armocromie: quelle le lasciamo ai lettori e telespettatori, oltre che a Elly Schlein). Godersi la presentazione dei palinsesti nuovi – della stagione prossima – di La7, raccontati direttamente dall’editore Urbano Cairo, senza l’ingombro delle star (da Mentana a Formigli, da Zoro a Parenzo, da Gramellini a Lilli Gruber, da Aldo Cazzullo a Marianna Aprile e via elencando: tutti i siti e i giornali hanno fatto il resoconto di conferme e novità), partecipare al rito di stamattina officiato nell’accogliente Four Seasons di Milano, è stato come vedere uno spettacolo. Che potrebbe chiamarsi, alla Umberto Eco, “Fenomenologia di Urbano Cairo”. Ma tutta in positivo, non come quella di Eco che riguardava l’indimenticabile Mike Bongiorno, gaffeur non sappiamo se a sua insaputa.

Tra gadget “dopanti” e il “mai dire mai” politico

Cairo, da perfetto surfista di conferenze e incontri mediatici, ha cavalcato con perizia ogni domanda. Non che fossero particolarmente cattive: a parte la curiosità su un possibile pensiero di scalata a Mediaset (smentito subito, dopo averne attribuito la paternità a “quel geniaccio di D’Agostino su Dagospia”), l’editore ha ovviamente distribuito complimenti ai conduttori e protagonisti della sua squadra, mandando pure un saluto affettuoso (non siamo psicanalisti, non possiamo dire se sincero o meno) a Massimo Giletti, cui aveva dato il benservito poco prima che scadesse naturalmente il contratto. Se non fosse tacciabile di eccessiva acquiescenza, gli riconosciamo dosi abbondanti di empatia sparsa a piene mani tra i giornalisti e il pubblico in ascolto. Nessuna ruvidità, ma esponenti dei giornali chiamati per nome, senza mai sbagliarlo (cosa non scontata). E facendo capire che li legge tutti, siano l’imaginifico Carmelo Caruso del Foglio o Maurizio Caverzan della Verità (quotidiano di Maurizio Belpietro, che Cairo nega essere mai stato nelle sue mire). Urbanetto, così lo chiama Dagospia – chissà se il diminutivo gli piace – ha sempre fatto in modo che i riflettori fossero tutti per lui. Anche quando ha detto: “Uberto Fornara sarà più dettagliato sugli aspetti pubblicitari”, o “Andrea Salerno, direttore di rete, vi dirà meglio”, i suoi due generalissimi si sono espressi poco o nulla, senza mai salire sulla pedana, ossia in palcoscenico.

Urbano Cairo (Foto LaPresse)


Urbano Cairo ha regalato pure alcune considerazioni sul mercato televisivo, paragonando i reality (genere in cui La 7 è assente, a meno di non considerare tale il circo politico che frequenta il canale cairota) ai gadget di cui i giornali si innamorarono anni fa. “Alla fine era una sorta di doping”, ha detto Cairo. “I giornali vendevano molto, ma non per come erano fatti: a dettare legge era solo il gadget”. In televisione potrebbe succedere lo stesso, con gli ascolti gonfiati da programmi quali “Temptation Island”? Cairo lo pensa, a meno che non sia la classica storia della volpe e l’uva. E la politica, unica cosa che lo differenzia da Silvio Berlusconi? Cairo dice che non è il caso, con la responsabilità di migliaia di famiglie che dipendono dalle sue aziende. Ma ricorda il film “Mai dire mai”, con James Bond. Così da lasciare aperto, da navigato comunicatore, ogni possibilità.