L’aria che tira sui giornali: Il rebus delle calamità naturali e del cittadino senza tutele

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“Italia da salvare” titolano oggi all’unisono i giornali che fiancheggiano il governo dando credito – ci mancherebbe – anche al piano che la Meloni sta predisponendo per far fronte o addirittura “prevenire” i danni sempre più devastanti che sta provocando il cambiamento climatico che prima ha “alluvionato” l’Emilia Romagna e poi anche il resto del paese.
Ed è giusto, anzi doveroso che sia così perché sarebbe impensabile affrontare le ormai prossime elezioni europee trascurando questo non lieve problema che sta a cuore a milioni e milioni di elettori che, in queste settimane, hanno avuto le case e pure le auto “devastate” dalla grandine.

Resta però da sapere come e con quali mezzi il governo intenderà realizzare un simile e quasi inedito piano che, per la sua entità, farebbe tremare i polsi a qualsiasi paese, Stati Uniti compresi.
E devono essere solo le Istituzioni a muoversi o anche il cittadino deve fare la sua parte?

Ed ecco, “come dal sen fuggita”, una risposta data pochi giorni fa da un autorevole rappresentante dell’attuale maggioranza: “Ovvio che bisognerà mettere mano ad importanti opere pubbliche, ma perché trascurare i ristori e i congrui indennizzi che il cittadino potrebbe ottenere se sottoscrivesse una polizza contro le calamità naturali? Lo Stato così risparmierebbe un bel po’ di soldini come accadde, a suo tempo, al governo spagnolo quando decise di “assicurare” i galeoni che trasportavano in patria schiavi e grandi quantità d’oro e che durante il viaggio avrebbero potuto essere devastate dalla tempesta o catturate dai pirati”.
Stessa soluzione – aggiunge chi vi scrive – adottata dagli straricchi dogi veneziani che, costretti ad importare dall’Africa enormi quantità di pepe, un ingrediente di cui persino i cardinali andavano pazzi, sottoscrissero polizze di ogni genere contro tempeste e piraterie.

Da noi, invece, la quasi salvifica “polizza” continua ad essere specie di tabù. Risulta, ad esempio, che solo il 4% degli alluvionati romagnoli avesse assicurato la propria casa contro le calamità naturali e ancor meno ne abbiano contratta una i tanti automobilisti milanesi che hanno avuto la vettura fracassata dal tronco di un albero che il vento aveva sradicato.

E allora la per giunta obbligatoria Rca a cosa serve? Serve a risarcirli solo dei danni subiti in un incidente. Per l’albero che gli è caduto addosso dovrebbe invece essere risarcito dal Comune. Idem per le abitazioni. Nella maggioranza dei casi l’abitazione assicurata contro i furti o i danni che può aver provocato un vicino ma non da quel che possono aver provocato invece le calamità naturali a cui invece, come è accaduto per il terremoto dell’Aquila, deve provvedere lo Stato.

E allora è lecito porsi una domanda: perché, invece di caricarsi di questo pesante onere, lo Stato non invoglia il cittadino a stipulare, magari sottraendone il relativo e certo non lieve costo dalla sua dichiarazione dei redditi, a stipulare una polizza che gli garantisca un equo e – visti i tempi della Tesoreria di Stato – anche assai più sollecito rimborso?
Insomma lo Stato gli “paga” il costo della polizza e risparmia un mare di risorse da poter impiegare in altro modo, magari investendo di più in infrastrutture per la messa in sicurezza del territorio, in modo che i disastri provocati dal cambiamento climatico e dall’incuria umana siano ridotti al minimo.