Chi trae profitto dallo sciopero di Hollywood? I nuovi guardiani del sapere. La fisica non è donna. La finta democrazia irachena. Quando il grande capo viene in redazione. L’importanza della comunicazione nelle IPO.

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Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

Chi trae profitto dallo sciopero di Hollywood?

Il modello di business di Hollywood non è mai stato così a rischio: le vendite al botteghino e le entrate pubblicitarie sono in calo. E proprio in questi giorni è in corso un doppio sciopero di attori e sceneggiatori infuriati per le pratiche dell’industria, dagli alti stipendi dei dirigenti alle tecniche di intelligenza artificiale che temono possano cancellare i loro posti di lavoro. Come riporta un articolo del Washington Post, il primo doppio sciopero di Hollywood in 63 anni potrebbe dare un forte impulso alla creator economy, il popolarissimo mercato degli influencer e dei videomaker online che sempre più spesso rivaleggiano con i titani dell’industria per denaro, attenzione e potere culturale. Il cast composto da creator amatoriali e professionisti attira già decine di milioni di fan su piattaforme come YouTube e TikTok senza le risorse o il sostegno dei mass media più influenti. L’industria dei creator online sta infatti esplodendo. Gli analisti di Goldman Sachs Research hanno dichiarato che il mercato potrebbe raddoppiare nei prossimi cinque anni, rispetto agli attuali 250 miliardi di dollari, grazie all’aumento della spesa da parte di inserzionisti, spettatori e piattaforme tecnologiche desiderose di monetizzare la viralità dei creator. Un tempo quest’ultimi vedevano la viralità online soprattutto come un modo per sfondare in TV o al cinema. Ma ora alcuni guadagnano così tanto vendendo contenuti sponsorizzati, merchandising o abbonamenti mensili che l’intrattenimento tradizionale, con i suoi stipendi incerti e la sua rilevanza, può sembrare meno attraente. L’ultimo sciopero probabilmente contribuirà a trasformare attori affermati in star di TikTok, e viceversa. E mentre la produzione cinematografica e televisiva americana si ferma, forse per mesi, queste figure si trovano al centro di un cambiamento epocale che potrebbe stravolgere l’intrattenimento e rendere ancora più sfumati i confini tra fama tradizionale e digitale.

I nuovi guardiani del sapere

Giornalisti, bibliotecari e funzionari governativi non sono più i guardiani del sapere, è una conseguenza della rivoluzione digitale che stiamo vivendo. Oggi il loro ruolo viene svolto dalle big tech, tramite intelligenza artificiale, chatbot e algoritmi. Nell’ottica del contrasto a questo strapotere, l’Unione europea sembra essere un passo avanti rispetto al resto del mondo. Il Digital Services Act e il Digital Markets Act impongono (per la prima volta) a queste aziende l’individuazione e il risarcimento dei danni causati dalle proprie piattaforme. Una delle novità più interessanti introdotte da tali disposizioni riguarda l’accesso all’infinità di dati contenuti in queste piattaforme, anche se momentaneamente è riservato ai ricercatori e non ai giornalisti. Ma accedere a quei dati diventa ogni giorno più complesso: per fare qualche esempio, Facebook ha sciolto il team che gestiva CrowdTangle, uno strumento utilizzato da molti ricercatori per analizzare le tendenze e combattere le fake news; Twitter ha limitato in numero di tweet che compaiono nel feed. Gli sforzi dell’Unione europea, secondo il New York Times, non bastano. Per poter parlare di responsabilità delle big tech, occorre aprire le porte anche ai giornalisti, da sempre in prima linea nel contrasto alla disinformazione. Senza l’accesso ai dati di quelle piattaforme, ci saranno sempre ostacoli nel comprendere la portata e il reale significato di una determinata storia. Come noto, le big tech spesso respingono le richieste di trasparenza sostenendo di dover proteggere la privacy dei propri utenti. Il che potrebbe sembrare un paradosso, dato che i loro modelli di business si basano sull’estrazione e sulla monetizzazione dei dati personali dei loro utenti.

La fisica non è donna

Si parla troppo poco delle donne nell’ambito della fisica, e non è colpa solamente dei media. A volte anche dei film. Come spiega Scientific American, negli Stati Uniti è appena uscito l’attesissimo film di Christopher Nolan, Oppenheimer, che parla del padre della bomba atomica, ma già nel trailer non viene dato abbastanza spazio alle donne, che risultano poco rappresentate. Tutto questo rafforza gli stereotipi su chi può avere successo nella scienza. Inoltre, si inserisce in una tendenza sempre più ampia dei media a non riconoscere il contributo delle donne nelle scoperte scientifiche. Basti pensare alla studiosa Lise Meitner, senza la quale il Progetto Manhattan non sarebbe stato possibile. La mancanza di rappresentazione della componente femminile nelle scienze provoca conseguenze reali e tangibili: solo il 20% circa dei laureati e dei dottorandi in fisica sono donne. Non perché manchino di talento o impegno, ma i pregiudizi della società, le aspettative, la mancanza di modelli e la cultura del mondo scientifico scoraggiano molti studenti a dedicarsi alla fisica o ad altre discipline correlate. Un riconoscimento più frequente da parte dei media di scienziate come la Meitner potrebbe influenzare le donne più giovani, che potrebbero vederle come modelli di riferimento. Quando la Meitner iniziò la sua carriera all’inizio del XX secolo, i fisici uomini accampavano scuse sul perché le donne non avessero posto in laboratorio, e nonostante si siano fatti progressi nell’ultimo secolo, la sottorappresentazione delle donne nella Fisica è ancora preoccupante. La diversità dovrebbe essere considerata una risorsa per la scienza. Se i media ponessero l’attenzione su voci diverse probabilmente anche i registi cambierebbero lo status quo e gli stereotipi di genere. Inoltre, le giovani donne potrebbero trovare nuove personalità a cui ispirarsi durante il loro percorso accademico e professionale.

La finta democrazia irachena

Il New York Times racconta le leggi emanate dal governo iracheno che criminalizzano la diffusione di fake news e di contenuti che potrebbero incitare alla violenza o non in linea con il costume e la religione del Paese. Leggi che stanno avendo un effetto soffocante sulla libertà di parola, impedendo ai cittadini di esprimere le loro opinioni e di partecipare al dibattito pubblico, e che hanno portato all’arresto di attivisti e giornalisti contrari al governo. Questa repressione affonda le sue radici nelle manifestazioni del 2019 e del 2020, quando i giovani iracheni si sono riversati nelle strade chiedendo la fine della corruzione, una minore influenza iraniana in Iraq e una nuova stagione di apertura e libertà. Contrariamente a queste speranze ed aspirazioni popolari, adesso il governo in carica si impegna a limitare le voci indipendenti ricorrendo non solo alla censura online ma anche a cause legali, detenzioni e minacce per vietare questi contenuti, generando in questo modo un’atmosfera di tensione ed autocensura. Il dottor Ali al-Bayati, un ex membro della Commissione irachena per i diritti umani che ora vive fuori dall’Iraq a causa di azioni legali e minacce, ha confermato che il governo ha intenzione di “mettere a tacere qualsiasi critica, qualsiasi cosa possa istigare e far cambiare l’atteggiamento del pubblico o intensificare i disordini pubblici in futuro”. La democrazia irachena perde così la sua essenza: senza dibattito, senza dissenso e con la rigida oppressione alla libertà di espressione si nega quindi la possibilità di realizzare quei cambiamenti per cui le donne e gli uomini del paese hanno lottato anche attraverso la libera e spontanea condivisione di post, video e immagini social capaci di raccontare libertà, senza dubbio il pericolo più grande per governi oppressivi ed autoritari.

Quando il grande capo viene in redazione

Sono ormai passati 10 anni da quando Jeff Bezos acquistò il Washington Post. Oggi, dopo un periodo di crisi all’interno del giornale, il padre di Amazon sembra aver ripreso in mano la situazione con novità importanti. Molti in redazione si sentivano frustrati dalla cultura aziendale tradizionalista e dai licenziamenti dell’ex CEO Fred Ryan, condividendo queste preoccupazioni con Sally Buzbee, la direttrice esecutiva. I migliori talenti del Post iniziavano ad andarsene, tra cui i vincitori del Premio Pulitzer Eli Saslow, Robert Samuels e Stephanie McCrummen. Per placare le acque, a gennaio, Bezos ha fatto una rara apparizione in redazione per partecipare alla classica riunione mattutina e per incontrare alcuni giornalisti. A giugno, Ryan ha annunciato le sue dimissioni e, a succedergli (ad interim), Bezos ha scelto Patty Stonesifer, sua amica che ha fatto parte del consiglio di amministrazione di Amazon per più di due decenni. Infine, come riporta il New York Times, Bezos starebbe valutando un progetto sperimentale per la sezione “opinion” del Post. L’iniziativa, che non ha ancora un nome ufficiale, comprende un forum per ingaggiare maggiormente i lettori che potranno così inviare i propri commenti. Si parla anche del ritorno della sezione Style a settembre e, secondo alcune persone a conoscenza del piano, anche di una riprogettazione della parte digitale. Non bisogna tuttavia dimenticare che il Post ha continuato, anche in questi mesi, a fornire giornalismo di alta qualità (a maggio ha vinto due premi Pulitzer per i suoi reportage). Inoltre, i rapporti in redazione sembrano essersi normalizzati: Buzbee incontra regolarmente Stonesifer e sembra essere stimolata da quella collaborazione.

L’importanza della comunicazione nelle IPO

I comunicatori sono diventati sempre più importanti nelle operazioni legate ad un’offerta pubblica iniziale (IPO). Ne scrive Axios, sottolineando come raccontare la storia giusta al pubblico corretto e declinata in maniera efficace sia cruciale per il successo della quotazione. Un lavoro consistente che inizia tipicamente un anno e mezzo o due prima dell’appuntamento con la creazione di una narrazione corporate e, poi, con azioni mirate alla brand awareness e al posizionamento degli executive. Ma il lavoro dei comunicatori non si esaurisce qui: la narrazione che hanno costruito svolge anche un ruolo importante nel modulo S-1, che dà il via al processo di IPO; in questo step è importante spiegare chiaramente il proprio business model (l’errore commesso da Facebook nel 2012 docet). Essenziali sono, poi, il coinvolgimento della stampa finanziaria e il coaching degli executive, per prepararli a incontrare non solo i media, ma anche gli investitori; non vanno, infine, dimenticati i dipendenti. Arrivare preparati all’appuntamento dell’IPO è, insomma, essenziale per partire con il piede giusto e potere dare il via il prima possibile all’attività di comunicazione ordinaria, e di questo gioco di anticipo beneficiano anche le strategie a lungo termine, che hanno il potenziale per generare un’eco positiva, allineare un’ampia fascia di stakeholder, mitigare i rischi e, in ultima analisi, portare a una IPO più coinvolgente.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: www.storywordproject.com