Il nuovo corso di Giornale e Libero. Sallusti: giornale di opposizione; Sechi: corsari

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Paolo Berlusconi: Passo il testimone Ma non è un addio

Escono oggi Il Giornale firmato da Alessandro Sallusti e Libero diretto da Mario Sechi.

Qui di seguito riportiamo gli editoriali con cui si presentano ai lettori.

Sallusti e Sechi
Sallusti e Sechi

In prima pagina del Giornale (e qui di seguito) – oltre che con una lettera di Paolo Berlusconi che dopo 25 anni ha ceduto il controllo della testata agli Angelucci – anche gli editoriali di Vittorio Feltri e del nuovo vice direttore Osvaldo De Paolini.

Perchè saremo un giornale di opposizione

Alessandro Sallusti. Il Giornale – 08/09/2023

Tra pochi mesi Il Giornale compirà cinquant’anni, so che molti di voi conservano ancora la prima copia, in alcuni casi tramandata di padre in figlio come una reliquia. Già, perché Il Giornale non fu soltanto un nuovo giornale, fu la bandiera del popolo liberale e conservatore che era rimasto orfano di vessilli e vagava osteggiato da un Partito comunista che, nonostante fosse minoranza politica, si stava prendendo pezzo dopo pezzo il Paese. La famosa borghesia produttiva che aveva costruito il boom economico e tolto l’Italia dalle secche del dopoguerra trovò in questo foglio un punto di riferimento grazie alla genialità, al coraggio e all’autorevolezza del fondatore Indro Montanelli, poi alla capacità dei direttori e colleghi che si sono succeduti nella sede di via Negri, alla generosità della famiglia Berlusconi e ora della famiglia Angelucci, da ieri nuovo azionista di maggioranza. Ho ripreso in mano quel primo numero del 1974, sulla prima pagina si parla del governo che «conta amici e nemici, temporali in vista», cioè dell’instabilità politica, dell’imminente riforma del fisco e dei suoi effetti, della crisi delle monete, delle tensioni in Africa. Insomma, potrebbe essere – cambiando solo i nomi – la prima pagina di oggi, perché, dopo aver sperimentato di tutto e di più, dopo aver pensato che la globalizzazione tanto cara alla sinistra avrebbe potuto risolvere miracolosamente ogni tipo di problema, si torna al punto di partenza e non penso che l’intelligenza artificiale, nuovo totem scaccia problemi, possa essere la soluzione. No, noi vogliamo che in campo ci sia innanzi tutto l’intelligenza umana, e come cinquant’anni fa ci mettiamo a disposizione per dare voce non a un partito, non a qualche potentato, bensì a quella borghesia moderata e liberale senza l’apporto della quale non è immaginabile che il Paese cresca e la società migliori. Per questo saremo un giornale di opposizione, ovviamente opposizione alle sinistre che non accettano la sconfitta elettorale, ma anche al centrodestra nel caso qualcuno, per calcoli di bottega, provasse a tradire la fiducia data da milioni di italiani non necessariamente iscritti o simpatizzanti di questo o quel partito, insomma a quel popolo che da cinquant’anni legge e si fida de Il Giornale.

Paolo Berlusconi

Paolo Berlusconi: Passo il testimone Ma non è un addio


Il Giornale – 08/09/2023

Passo il testimone Ma non è un addio a pagina 25 Dopo oltre 45 anni di gestione, la mia famiglia ha ceduto la maggioranza della Società Europea di Edizioni alla Tosinvest degli amici Angelucci, nella continuità della linea editoriale di impronta liberale da sempre seguita dal nostro quotidiano il Giornale . Quarantacinque anni che hanno visto l’appassionato impegno di Indro Montanelli, Enzo Bettiza, Gianni e Paolo Granzotto, Guido Piovene, Cesare Zappulli, Salvatore Scarpino, Gian Galeazzo Biazzi Vergani, Egidio Sterpa, Livio Caputo, sino ad arrivare a Vittorio Feltri, Alessandro Sallusti, Mario Giordano, Maurizio Belpietro, Augusto Minzolini. Senza dimenticare alcuni amici che hanno avuto un ruolo di particolare importanza nella gestione o che ci hanno accompagnato negli anni con la loro professionalità: Fedele Confalonieri, Amedeo Massari, Andrea Favari, Andrea Pontini, Alessandro Munari, Fabrizio Bellini. Nel momento in cui passo il testimone agli amici Angelucci, mi preme anche rivolgere un sincero ringraziamento a tutti i giornalisti, i poligrafici, i componenti del consiglio di amministrazione (a mia figlia Alessia in particolare, da anni Presidente della Società) che si sono succeduti nel tempo e hanno assicurato con la loro professionalità, il loro impegno e la loro passione, l’uscita del giornale con notizie, commenti, approfondimenti sugli avvenimenti che hanno segnato il passaggio dal XX al XXI secolo. E naturalmente un grazie dal profondo del cuore a tutti voi, i nostri lettori, che ci avete fedelmente seguito in tutti questi anni. Per quanto mi riguarda, credo di aver svolto la mia “missione” di editore sempre fedele al consiglio di mio fratello Silvio: indica la rotta, scegli il “tuo” direttore e lasciagli la più grande libertà. Ora come presidente onorario ed azionista del 30% della società continuerò ad assicurare il mio contributo e sarò sempre al fianco di Giampaolo Angelucci, per lo sviluppo e la crescita del nostro e vostro Giornale .

Feltri: rieccomi tra voi che siete la nostra anima

E rieccoci qui, sulle colonne del Giornale , che mi pare di avere lasciato soltanto ieri l’altro, invece sono trascorsi sette anni e qualche mese e molte cose sono mutate da allora. Innanzitutto, c’è stata una pandemia di mezzo, la quale ha sconvolto in modo fulmineo le nostre esistenze, l’organizzazione del lavoro, i nostri usi, le nostre abitudini, inducendoci a modificare repentinamente la nostra scala delle priorità, ma soprattutto essa ci ha fatto capire che quello che non consideravamo possibile può avvenire. Avremmo dovuto divenire tutti più buoni, così ci dicevano, eppure siamo peggiorati sotto diversi aspetti. Altro cambiamento rilevante consiste senza dubbio nella creazione del governo Meloni. Nel 2016 avevamo Matteo Renzi, un governo a guida Pd, quindi di sinistra; oggi, invece, è il centrodestra a tenere tra le mani le redini del Paese. Ma la novità non è già questa, il fatto eclatante, oserei dire rivoluzionario, risiede nella nomina di una donna come presidente del Consiglio. Ancora più interessante, a mio avviso, è che tale signora, che abbiamo visto crescere all’interno delle istituzioni e alla quale ci siamo pure per questo affezionati, fosse ritenuta da tutti, suoi colleghi politici e miei colleghi giornalisti inclusi, sia di destra che di sinistra, una reietta, una sfigata, qualcuno che non avrebbe mai potuto farcela, una sconfitta in partenza. Invece Giorgia ci ha dimostrato che è possibile farcela pure quando nessuno crede in te, ma tu continui a credere fermamente nei tuoi principi, valori, ideali, obiettivi, restando salda, sopportando attacchi, critiche, derisione e atti di bullismo e spavalderia. È anche una questione di dignità e questa donna ne ha da vendere. Mentre il mondo si trasformava, cosa che fa da sempre, non abbiamo abbandonato certi vizi, come quello di prendere di mira colui o colei che ci sembra più debole. Desidero parlarvi con il cuore in questo mio pezzo di saluto ai lettori. Preciso, in primo luogo, che non ho voluto accomiatarmi dai lettori di Libero in quanto non li ho mai veramente lasciati e non intendo farlo ora, immagino il mio passaggio a via Negri come una specie di continuum, dopotutto è la terza volta che ritorno qui. Sono e rimango legato al foglio che ho fondato e – non so per quale ragione – mi addolorava il pensiero di vergare un articolo di addio. Tuttavia, voglio salutare chi da oggi mi leggerà su queste pagine. Sono affezionato anche al Giornale dal momento che è il quotidiano fondato da una delle penne più formidabili e delle voci più libere della storia del giornalismo italiano, Indro Montanelli, del quale – ebbi questo onore – presi il posto di direttore nell’ormai lontano 1994 su pressante richiesta di Silvio Berlusconi, un uomo che non accettava un no come risposta.

Osvaldo De Paolini

Osvaldo de Paolini debutta in prima pagina sul Giornale dove fa parte della nuova squadra come vice direttore, un giornalista importante per la sua capacità di lettura dell’economia unità alla politica e per uno sterminato sistema di relazioni 

Se è chiara la direzione del governo sulla manovra, meno chiaro è dove intende reperire le risorse. Intanto la Germania frena e influisce anche sulla Lombardia. a pagina 11 Se è chiara la direzione che il governo Meloni ha deciso di imboccare per impostare la manovra di bilancio, meno chiaro è dove intende reperire le risorse necessarie visto che la premier non prevede tagli. Né sarà d’aiuto la congiuntura economica, che dopo un primo trimestre esaltante ora sembra più incline a fare passi indietro a velocità crescente. Pochi i rischi di recessione, assicura il commissario europeo Paolo Gentiloni; e tuttavia in Confindustria hanno cominciato a fare gli scongiuri: segno che i rischi non sono pochi. Il tutto sotto la minaccia di un nuovo rialzo dei tassi, visto che dalla Bce non giungono segni di inversione nonostante l’inflazione stia gradualmente calando e in barba all’ottimismo del governatore Ignazio Visco. E se i primi a patire le conseguenze di questa ostinata politica di breve termine sono il cittadino gravato da un mutuo e la piccola impresa indebitata con le banche – situazioni assai diffuse nel nostro Paese – l’effetto a catena sul sistema si traduce in una caduta del Pil (ogni decimo di punto perduto costa allo Stato 2 miliardi di entrate in meno) e nell’aumento generalizzato del debito nel mentre le principali economie mondiali, alle quali siamo legati da importanti scambi commerciali, sono a loro volta alle prese con rallentamenti di intensità non prevista con conseguenze dannose sul nostro export. Questo è lo scenario nel quale il governo è chiamato a concepire la sua prima vera Legge di Stabilità, con un bilancio devastato dalla bomba Superbonus (il buco potrebbe arrivare a quota 150 miliardi) e da altre costose mance introdotte dal governo giallo-rosso, e con il Patto di Stabilità ormai alle porte, che quand’anche trovasse applicazione in una nuova versione (ma l’accordo ancora non si intravede), impone un percorso decisamente meno agevole di quanto non lo sia stato per i governi Conte e Draghi che, va ricordato, hanno operato in sospensione delle regole europee di bilancio. A questo proposito va citata la curiosa osservazione di Gentiloni, che nel tentativo di convincere l’Italia ad accogliere la proposta del nuovo Patto elaborata da Bruxelles, si premura di “avvertire” che qualora si arrivasse a fine anno senza accordo, scatterebbe immediatamente l’applicazione delle vecchie regole sebbene, ammette egli stesso, «del tutto inadatte a promuovere la crescita e a ridurre sostanzialmente il debito». Ma se sai che producono nulla di buono, che «sono un brutto rischio», che senso ha reintrodurle? Solo perché lo pretende la “virtuosa” Germania, che poi tanto virtuosa non è? Non sarebbe meglio battersi per prolungare di un altro anno la sospensione, magari in previsione di un accordo più lungimirante e quindi maggiormente condiviso? Singolare modo di ragionare, quello del commissario. Persino l’austero Mario Draghi si è convinto del fatto che per tenere insieme l’Europa sono necessarie più flessibilità e più condivisione. Tra l’altro, non sembra che i principali partner europei, Germania in testa, stiano a loro volta vivendo una nuova età dell’oro, anch’essi appesantiti da un costo del denaro aumentato del 400% in un solo anno e rallentati da un export che sta subendo i colpi del nuovo “ordine mondiale”. Ciò significa che anch’essi avranno bisogno di maggiore flessibilità. Appare perciò comprensibile che all’interno del governo vi siano ancora resistenze a sottoscrivere la nuova versione del Meccanismo europeo di stabilità – il famigerato Mes – se ciò può servire a rendere il Patto di stabilità meno rigido in materia di computo della spesa per investimenti. Tutto questo per dire che pretendere miracoli dalla manovra verrebbe letto come una vile provocazione, soprattutto se le richieste dovessero partire dalle file della maggioranza. Del pari, è sconsigliabile che nella ricerca delle coperture si replichi nel solco della tassa sui profitti delle banche, perché se il principio trova giustificazione nella logica per cui «tutti debbono contribuire», le modalità con le quali il provvedimento è stato annunciato non sono d’aiuto al Paese: gli investitori esteri hanno buona memoria, e se li affronti senza le dovute attenzioni il credito accordato potrebbe ridursi, e persino svanire di fronte a un nuovo strappo. Inoltre, così facendo si scoraggiano banche da tempo impegnate nel sociale, come è il caso di Intesa Sanpaolo. Per questo, se davvero si vogliono aiutare le piccole e medie imprese gravate da debiti deteriorati, è necessario seguire strade diverse da quelle suggerite da alcune voci della maggioranza: obbligare i fondi detentori a vendere sottocosto i crediti deteriorati, fissandone il prezzo per legge, oltre a cambiare le regole in corsa (sconsigliabile per molti motivi) equivarrebbe ad azzerare il concetto di mercato. Né vale l’idea che per fare cassa in fretta sia necessario svendere parte del patrimonio industriale quotato e non quotato, quando si possono allocare diversamente risorse che da decenni ammorbano il bilancio dello Stato. Persino nel caso di Banca Mps, sebbene l’anomalia del controllore che possiede il controllato vada sciolta quanto prima per evitare indesiderate distorsioni, prima di pensare alla sua valorizzazione vale la pena di attendere che il costoso investimento del Tesoro produca frutti concreti. Ciò, sempre che l’ansia di «ritenzione» manifestata da alcuni esponenti della Lega durante il Forum Ambrosetti non celi altre ambizioni: non ha portato bene l’ultima volta che qualcuno esclamò euforico «Allora abbiamo una banca!»

Il vantaggio dell’anno dopo

Mario Sechi, Libero 08/09/2023

Questo giornale è stato fin dalla sua nascita una sfida, dopo 23 anni il suo spirito corsaro è più vivo che mai. Vittorio Feltri, un fuoriclasse, trent’anni fa mi ha dato la possibilità di fare il giornalista; Alessandro Sallusti è un eccezionale numero uno. È una successione impossibile, dunque la situazione è eccellente. L’agenda parla chiaro: Giorgia Meloni, dopo un importante Consiglio dei ministri, è volata in India dove parteciperà a un delicato vertice del G20. Un tempo i giornali dividevano la politica interna e gli affari esteri, c’era una volta il Palazzo e poi “il resto del mondo”. Oggi sono la stessa cosa e il livello di complessità è enorme. Quello che Modi e Meloni discuteranno a Nuova Delhi è una chiave per aprire le porte dell’Indo-Pacifico, i mercati per le aziende. Siamo immersi nella competizione tra Oriente e Occidente e in ballo c’è anche il destino della guerra in Ucraina. L’Italia è una grande nazione con una forte economia trasformatrice, una dinamica rete di imprese che esportano in tutto il mondo e un gigantesco debito pubblico. Servono decisioni rapide, nervi saldi. Dopo un anno, il governo ha ancora un consenso alto (c’era chi ne profetizzava la morte in culla) e basta leggere la cronaca per concludere che l’esecutivo ha l’orizzonte della legislatura. L’opposizione, in tutte le sue pittoresche forme, non ha carte da giocare, fa rumore, s’appoggia a un establishment distante dalle maggioranze popolari, può solo sperare nella “manina” del cataclisma esterno (che non c’è). Il centrodestra ha un’opportunità che riassumo così: programmare. La legge di Bilancio è dettata dalla congiuntura economica (i guai della Germania e non solo), dal negoziato sul Patto di stabilità, dal voto per il Parlamento europeo, dal bancomat di Stato che era stato messo in piedi dai Cinque Stelle. Che fare? Meloni un anno fa sorprese i mercati (mal informati dalla lettura del giornalismo a una dimensione, sinistra), oggi si presenta con una credibilità internazionale ottenuta sul campo. Prenderà di nuovo tutti in contropiede