L’evoluzione delle campagne mediatiche contro il clima. Come evitare il bombardamento mediatico. TikTok l’africano. Nuovi canali, stesse tecniche. L’origine del trolling. La cura Thompson. Un editore controcorrente.

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Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

L’evoluzione delle campagne mediatiche contro il clima

Quest’estate, mentre i disastri naturali e le condizioni climatiche estreme si diffondevano in tutto il mondo, i teorici delle cospirazioni hanno cercato di attribuire questi eventi a cause diverse dal cambiamento climatico. Come riportato in un articolo de The New York Times, per quanto infondate queste teorie riescono a catturare l’attenzione di un pubblico sempre più vasto. Gli esperti sostengono che le campagne sul negazionismo climatico si sono evolute nel tempo. Per decenni, l’industria del petrolio e del gas ha investito molto per influenzare l’opinione pubblica contro la scienza del clima attraverso campagne coordinate. Oggi, i teorici della cospirazione e gli estremisti operano in modo decentralizzato, accumulando capitali attraverso ingannevoli clickbait sul riscaldamento globale. Tale situazione solleva l’urgenza e la necessità di un efficace giornalismo sul clima (vedi Editoriale 115). La soluzione? Cambiare la narrativa sul clima dove il lettore, e chiunque venga a contatto con contenuti al riguardo, non subisca i cambiamenti del mondo senza pensare di poter rimediare concretamente, ma diventi parte attiva in un processo di auto consapevolezza. Perché la crisi climatica, le azioni da intraprendere e il tipo di mondo che possiamo avere dipendono anche dalle storie che raccontiamo e dalle storie che vengono ascoltate (vedi Editoriale 113).

Come evitare il bombardamento mediatico

Una ricerca, riportata daNiemanLab, ha messo in evidenza la profonda insoddisfazione di molti lettori nei confronti del giornalismo tradizionale, che si traduce in un numero crescente di persone che evita le notizie, volontariamente o involontariamente. Questa frustrazione, o indifferenza, nei confronti delle notizie ha raggiunto l’apice in un ambiente mediatico digitale inondato di alternative infinite. Infatti, la ricerca dimostra che, con una maggiore scelta tra le fonti, il consumo di notizie diminuisce. Un aspetto determinante risiede nel fatto che la maggior parte delle persone vede solo notizie mostrate dagli algoritmi, quando magari navigano con altri scopi, facendole allontanare sempre più dall’informazione tradizionale. Emergono quindi alcune domande: a quante notizie le persone sono effettivamente esposte online? Da dove provengono queste notizie? Dalle visite ai siti di informazione o dalla mera navigazione? Questioni affrontate da un team di ricercatori guidati da Magdalena Wojcieszak, in un articolo pubblicato di recente sulla rivista Political Communication. I ricercatori hanno studiato 7.266 utenti online in tre Paesi con sistemi mediatici diversi (Stati Uniti, Paesi Bassi e Polonia), valutando le loro abitudini online. Dai risultati è emerso che i siti web con contenuti non giornalistici espongono le persone a più contenuti di politica e attualità rispetto ai siti web di informazione. Questo comporta uno scarso livello di informazione, così come un declino della fiducia nel giornalismo perché le persone si imbattono continuamente in contenuti di bassa qualità.

TikTok l’africano

Dopo Stati Uniti, Canada, Unione europea, Regno Unito e India, TikTok deve fare i conti con i paesi africani. Lo scorso agosto, Senegal e Somalia hanno bandito l’app cinese, invitando Kenya e Uganda a fare lo stesso, per i rischi legati alla sicurezza e alla cultura del Paese. Da un lato, TikTok ha affermato di collaborare costantemente con i governi locali per garantire l’uso dell’app agli utenti dei paesi coinvolti, dall’altro diversi attivisti sostengono che dietro il divieto si celano motivi prettamente politici. In altre parole, si tratterebbe di un tentativo per controllare la narrazione e reprimere le critiche, che fa seguito agli sforzi dei governi per censurare i media non vicini alle istituzioni. Il Senegal, in particolare, aveva già bloccato diverse piattaforme social come Facebook, Instagram, Telegram, WhatsApp e YouTube all’inizio di giugno, nel corso delle manifestazioni per la condanna del leader dell’opposizione Ousmane Sonko. In Kenya, invece, il Presidente ha concluso un accordo con il CEO di TikTok, Shou Zi Chew, per istituire un ufficio per la moderazione dei contenuti. Come racconta Rest of World, nonostante le pressioni governative, l’app cinese continua a guadagnare terreno tra i giovani africani: qui, piattaforme come TikTok, non rappresentano solo intrattenimento o fonte di reddito, ma anche potenti strumenti con cui i cittadini smascherano corruzione e nepotismo.

Nuovi canali, stesse tecniche

Un nuovo rapporto di Alethea, società che studia le campagne di manipolazione sui social media, ha rivelato la presenza di 114 account prodotti da una campagna cinese segreta nota come Spamouflage su Gab.comun social media americano noto per la scarsa rigidità delle regole in materia di incitamento all’odio. La scoperta, riportata dal Wall Street Journal, fa luce sugli sforzi del governo cinese di diffondere propaganda e disinformazione nelle piattaforme social di proprietà degli Stati Uniti. Una tendenza che, secondo gli esperti di cybersicurezza, si è notevolmente ampliata negli ultimi anni. Secondo i ricercatori l’attività su Gab potrebbe anche essere intesa come un tentativo di attrarre il pubblico americano di destra: la piattaforma include infatti tra gli altri il conduttore di estrema destra Alex Jones e il commentatore conservatore Milo Yiannopoulos. Un’altra società di ricerca, Graphika, ha dichiarato che lo scorso anno l’attività probabilmente legata allo stesso gruppo (Spamouflage) ha preso di mira Gettr, anch’esso un piccolo social network di destra. “L’espansione su piattaforme più di nicchia, popolate da individui accomunati da determinati principi o ideologie, offre la possibilità di messaggi più diretti e mirati”, ha dichiarato Shawn Eib, responsabile delle indagini di Alethea, aggiungendo che la mancanza di solidi team di sicurezza presso le piattaforme più piccole potrebbe attirare più facilmente le campagne di disinformazione. L’amministratore delegato di Gab, Andrew Torba, ha dichiarato che la sua azienda lavora diligentemente per bloccare e prevenire gli attacchi di governi stranieri. 

L’origine del trolling

Il“trolling”, ossia disturbare o provocare altri utenti online, è un’attività ormai all’ordine del giorno che si è accentuata nel delicato periodo della pandemia da Covid-19 e delle vaccinazioni. Nonostante si pensi che il proliferare di commenti offensivi o denigratori sia colpa degli algoritmi o dei social media, la realtà è ben diversa. Come spiega The Atlanticall’origine del trolling vi sono motivazioni sociali e psicologiche: gruppi di persone in diretta opposizione tra loro sono inclini a gioire della sofferenza dell’altra fazione. Nel 2021, Pamela Brubaker, docente presso la Brigham Young University, ha pubblicato un articolo che identificava le motivazioni più comuni tra i troll presenti su Reddit: la “schadenfreude”, ossia il desiderio di vedere accadere cose negative a persone che non ci piacciono, era una delle più importanti. Le persone motivate dalla schadenfreude erano anche propense a considerare il trolling come giustificabile e produttivo, una fissazione narcisistica per i propri punti di vista e l’importanza di esprimerli. Il fenomeno della disumanizzazione degli “altri” non è però iniziato con Internet: è da tempo una delle condizioni sociali che precedono la violenza politica. Ma, negli Stati Uniti, i social media sono diventati parte della vita quotidiana della maggior parte delle persone durante un decennio che ha visto anche aumentare il divario tra i due partiti principali e le differenze ideologiche. Per quanto si sia parlato del fatto che i social media abbiano causato o meno la polarizzazione politica, è bene ricordare che gli utenti hanno sempre la libertà di scegliere in quali spazi entrare e a quali discussioni prendere parte.

La cura Thompson

Alla CNN entra in scena come amministratore delegato Mark Thompson, ex direttore generale della BBC ed ex amministratore delegato del New York Times. Il cambio di guardia è avvenuto alla fine di questa estate dopo che per mesi la CNN ha vissuto momenti infelici sotto la guida di Chris Licht: gli ascolti sono crollati, i migliori conduttori si sono licenziati e le inserzioni sono diminuite del 39% rispetto all’anno scorso. Come scrive il Guardian, Thompson sembra ora essere la persona giusta, a giudicare dal modo in cui ha risollevato le sorti del Times: ha trasformato il sito del giornale in un “contenitore” che raccoglieva tutto ciò di cui le persone avevano bisogno quotidianamente e l’abbonamento era totalmente personalizzabile a seconda degli interessi di ciascuno. Al momento delle sue dimissioni, Thompson aveva lasciato il Times con un numero di abbonati superiore di 10 volte rispetto a quando era entrato in azienda. La speranza, dunque, è che il nuovo CEO di CNN replichi i successi di cui era stato protagonista in passato, anche se i presupposti sono diversi. Il problema, in questo caso, è che tutto il comparto dei canali televisivi di news via cavo sta perdendo spettatori e, se anche guardassero il canale tv, difficilmente accederebbero alle loro piattaforme digitali. Il servizio streaming di CNN+ è stato, infatti, un fallimento. Thompson ha dichiarato che cercherà di fare il massimo per migliorare le sorti dell’azienda ricordando che “dove gli altri vedono una minaccia, lui vede un’opportunità”. Non resta che stare a guardare.

Un editore controcorrente

State lontani dai giornalisti. Parola di Holger Friedrich, editore della Berliner Zeitung, che dalle colonne del Financial Times ha lanciato proprio questo suggerimento, a fronte, però, di scelte imprenditoriali positive per la testata berlinese. Un profilo decisamente peculiare quello dell’imprenditore, un 56enne che viene dal mondo tech ed è originario della Germania dell’Est, che vanta anche un curriculum notevole in termini di controversie, dall’accusa di essere stato un informatore per la Stasi ad aver dato spazio a supporter della guerra in Ucraina e scettici verso il vaccino anti Covid; voci che, sostiene, devono avere spazio per democratizzare il giornalismo tedesco. Tornando invece alle scelte editoriali, dà molto più peso alla versione online della testata che a quella cartacea, e sta affrontando l’opposizione dei media per avere violato il principio di protezione delle fonti, in quanto nell’aprile 2021 ha avvertito il gruppo Springer dell’intenzione di Julian Reichelt, l’ex direttore della Bild, di vendergli uno scoop. Offerta che lui ha rifiutato nell’ottica di sostenere, migliorare gli standard del giornalismo tedesco, secondo lui affetto dalla smania di pubblicare materiale imbarazzante per una scarsa ragione se non quella di eccitare i lettori.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: www.storywordproject.com