“L’eutanasia del contratto di servizio tra lo Stato e la Rai”

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Il parere di un esperto di lungo corso di media, editoria, politica e Rai sul dibattito in corso. Secondo l’ex sottosegretario del ministero della comunicazione, Vincenzo Vita, l’approvazione a maggioranza da parte della commissione di vigilanza sarà ricordata come un’ennesima cattiva prova della politica. “Sarebbe stato utile votare tutti insieme, dopo un lavoro sugli emendamenti, per rappresentare il parere come sintesi di un confronto plurale: come plurale ha da essere un servizio pubblico…”. Ma ecco il suo contributo…

di Vincenzo Vita*

Lo scorso martedì 3 ottobre la commissione parlamentare di vigilanza sui servizi radiotelevisivi ha licenziato il testo del parere dovuto sullo schema del contratto di servizio tra lo Stato e la Rai.

La storia dell’atto negoziale è relativamente recente: inizia nel 1994 con il primo esemplare, cui seguiranno (con cadenza triennale, ma con notevoli eccezioni) gli omologhi nei calendari 1997-2000-2003-2007-2010-2018 Fino all’edizione odierna in via di chiusura formale, ora con durata quinquennale.

Manca ora la stipula vera e propria del contratto tra i due contraenti, l’azienda pubblica e – per competenza- il Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Infine, sarà un decreto del presidente del consiglio a mettere la parola fine all’iter procedurale. Tuttavia, la sostanza non cambierà granché.

Che dire? In verità, sul testo c’è ben poco da sottolineare. Si tratta di una rimasticatura degli articolati precedenti, innaffiata da qualche parola (ad esempio, oriundi all’articolo 6 dedicato anche al dialogo con il pubblico estero) o gergalità affini alla tanto evocata contro narrazione che dovrebbe (chissà) allineare la programmazione al nuovo clima italiano. Un tocco di Dio, di Patria e di Famiglia.

Sfugge il senso, poi, di relegare ad un allegato il cuore della vicenda, vale a dire i lineamenti dell’offerta, mettendo questi ultimi sullo stesso piano gerarchico degli impianti di trasmissione.

Insomma, non siamo di fronte ad un discorso votato a scrivere visioni e strategie di un apparato sceso di importanza nel villaggio globale, e insidiato da social e Over The Top. Mentre incombono algoritmi e intelligenza artificiale.

L’approvazione parlamentare sarà ricordata, però, non per il testo, bensì per il contesto. La politica ha dato un’ennesima cattiva prova, purtroppo.

Sarebbe stato utile votare tutti insieme, dopo un lavoro sugli emendamenti (numerosi e solo in piccola parte recepiti) capace di rappresentare il parere come  sintesi di un confronto plurale: come plurale ha da essere un servizio pubblico.

No. Il voto è stata un’ennesima puntata della campagna elettorale permanente che ci avvolge da diversi lustri. Le vicine scadenze del voto europeo e di quello amministrativo hanno esasperato la tendenza.

Le opposizioni potevano rimanere unite, al più astenendosi insieme se non si riteneva raggiunto un compromesso. Invece, il Mov5stelle si è legato alla maggioranza di destra, mentre il Partito democratico ha votato contro insieme ad alleanza Versi-Sinistra e Italia Viva. Solitaria l’astensione di Azione.

Lasciamo perdere le malignità che corrono sui perché del curioso atteggiamento di 5Stelle, le cui proposte emendative erano state solo parzialmente accolte.

Si è voluto dare un segnale di collaborazione, dopo l’atteggiamento di disponibilità verso le scelte dei vertici mostrato dallo stesso consigliere della Rai Alessandro Di Majo?

Un vecchio adagio recita che ciò che avviene attorno alla Rai è sempre prefigurante. Ma non ci sono controprove. Magari, e non è meno grave, si tratta più semplicemente di una sequenza della crisi politica italiana, con una destra che bada ad occupare postazioni di potere e un’area progressista sempre smarrita e priva di una linea.

Peccato. È un’ulteriore occasione mancata per ridare fiato e futuro ad un’azienda infiacchita e in difficoltà.

Il contratto di servizio non è un mero atto burocratico. Costituisce la base e il riferimento per mantenere viva e attuale la scelta di avere un servizio pubblico sorretto dal canone di abbonamento.

Un’era fa quella decisione normativa (allora era un monopolio) si basava sulla limitatezza delle frequenze e sui rischi di concentrazioni private. Come ben si capisce, ora serve qualcosa di più impegnativo, che recuperi il valore etico di un bene comune. E non c’è tempo.

*Un contributo di Vincenzo Vita al dibattito sulla Rai, il contratto di servizio e il ruolo della tv pubblica nella società e nell’economia dei media. Vita è un politico con una lunga esperienza del mondo della editoria, nonché delle comunicazioni in generale. Settori e ambiti che ha seguito prima per il Pci (dal 1984) e poi per il Pds e i Ds e infine per il Pd. In questi partiti è stato responsabile del settore editoria e comunicazioni di massa. È stato eletto alla Camera dei deputati nel 1996. Ha ricoperto il ruolo di sottosegretario del Ministero delle Comunicazioni dal 1996 al 2001. E’ stato rieletto in Parlamento, al Senato, nel 2008 nelle fila del Pd e vi è rimasto fino al 2013. Fa parte del coordinamento dell’Associazione Nazionale “a Sinistra” nel Pd