TikTok guadagna sulla guerra. Il ruolo dell’I.A. nel conflitto in Medio Oriente. Un anno di Musk padrone di X. Guardare al passato di Internet per costruirne il futuro. Purpose fa rima con profitto?

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Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

TikTok guadagna sulla guerra

Pur non avendo alcun legame con la guerra tra Israele e Hamas – racconta Wired – diversi utenti di TikTok stanno sfruttando una funzione poco conosciuta di livestreaming per guadagnare sull’enorme interesse creatosi intorno al conflitto. E in tutto questo, la piattaforma si prende fino al 50% dei guadagni. Infatti, nei giorni successivi all’attacco del 7 ottobre, alcuni creator hanno iniziato a organizzare i cosiddetti “Live match” – un format in cui due utenti si sfidano in una battaglia virtuale interpretando uno il ruolo di un israeliano e l’altro quello di un palestinese, incoraggiando i follower a sostenerli attraverso la donazione di costosi regali virtuali. Il creator che dopo cinque minuti ha il maggior numero di doni vince la sfida. Alcuni dei doni costano centinaia di dollari, e diversi livestream sono proseguiti ininterrottamente per alcune ore. I creator possono poi convertire le loro vincite in valuta reale e alcuni di loro sostengono di guadagnare fino a 30.000 dollari al mese. Ma chi ci guadagna davvero? La percentuale che va alla piattaforma non è chiara, ma un’indagine condotta dalla BBC lo scorso anno ha rilevato che i creator ricevevano solo il 30% del denaro guadagnato. All’epoca, TikTok dichiarò che la parte trattenuta dall’azienda era significativamente inferiore al 70%, senza però specificare la percentuale esatta. Il giro d’affari è ingente: secondo un report pubblicato da Data.ai, a gennaio gli utenti di TikTok hanno speso complessivamente 6 miliardi di dollari sull’app. Tra gli utenti che inviano i regali durante queste dirette c’è anche chi sottolinea come sia facile sviluppare una dipendenza, con tutti i problemi finanziari ed emotivi che questo comporta.

Il ruolo dell’I.A. nel conflitto in Medio Oriente

Il continuo evolversi dell’intelligenza artificiale sta provocando un cambiamento nella percezione della verità e, nell’ambito del conflitto in Medio Oriente, sta facendo dubitare anche delle notizie reali. Come riporta il New York Times, dall’inizio degli scontri tra Israele e Hamas, i contenuti falsi come i deep fake sono stati relativamente pochi. Tuttavia, la sola possibilità che l’’I.A. possa generarne sta portando le persone a mettere in dubbio le immagini, i video e gli audio autentici. L’intelligenza artificiale ha registrato notevoli sviluppi nell’ultimo anno, consentendo a tutti di creare un contenuto falso davvero convincente, inserendo un testo nei popolari generatori di I.A. che producono immagini, video o audio o utilizzando strumenti più sofisticati. E si sono già viste alcune conseguenze nel conflitto russo-ucraino (vedi il deep fake di Zelensky). Nelle discussioni che riguardano la situazione di Gaza, molte delle quali avvengono su piattaforme di social media che hanno lottato per proteggere gli utenti da fake news, la fiducia continua a vacillare e chi ha interesse a diffondere disinformazione ne approfitta. Nel tentativo di discernere la verità dall’intelligenza artificiale, alcuni utenti hanno utilizzato strumenti che permettono di individuare contenuti generati dall’I.A., come “AI or Not”, ma che si sono rivelati ancora poco affidabili. Piuttosto che affidarsi ai servizi di rilevamento dei deepfake, iniziative come la Coalition for Content Provenance and Authenticity e aziende come Google stanno esplorando tattiche per identificare la fonte e la storia dei file multimediali. Le soluzioni sono tutt’altro che perfette, ma ciò potrebbe contribuire a ripristinare la fiducia nella qualità dei contenuti. In una guerra che ancora per molti è difficile da comprendere e in cui è rischioso schierarsi, il pericolo è che le persone credano a tutto ciò che conferma le loro convinzioni o le colpisce emotivamente.

Un anno di Musk padrone di X

I media internazionali non vedevano l’ora che arrivasse il primo anniversario di Elon Musk alla guida di X, ex Twitter, per farne un bilancio. E basta leggere i titoli e l’attacco di alcuni articoli per capire che non si tratta di un bilancio positivo. Il New York Times sottolinea i cambiamenti che, nel bene e nel male, hanno stravolto la piattaforma creata da Jack Dorsey: quella che una volta era una fonte di notizie attendibili, oggi richiede un occhio di riguardo per verificarne la veridicità. Sempre il quotidiano newyorkese, afferma che l’arrivo di Musk ha aperto la porta ad una ondata devastante di disinformazione e propaganda, dalla Russia ad Hamas, che ha ulteriormente alimentato la polarizzazione. Il Washington Post, invece, scrive che dei due obiettivi iniziali di Musk, ossia rilanciare il social e renderlo meno “woke”, il miliardario texano sia riuscito a raggiungere solo il secondo. Per quanto riguardo i numeri, è Axios a segnalare che le inserzioni pubblicitarie solo negli Stati Uniti sono diminuite del 60%, mentre Insider Intelligence stima che l’attività pubblicitaria di X frutterà quest’anno 2,9 miliardi di dollari, in calo rispetto ai circa 4,14 miliardi di dollari del 2022. Anche le altre principali piattaforme social network hanno registrato un calo, che tuttavia rimane lontano da quello di X. Rimanendo sui numeri, è il Guardian ad evidenziare che una delle prime mosse di Musk è stato il licenziamento di circa il 50% dei 7.500 dipendenti della piattaforma. Infine, il Financial Times si chiede quanto caos possa sopportare una azienda prima di crollare definitivamente. Per personaggi del genere l’esposizione mediatica è inevitabile, e lo è perché loro stessi diventano il messaggio (vedi Editoriale 147).

Guardare al passato di Internet per costruirne il futuro

Tornare indietro per andare avanti. Questa la tesi sostenuta da due studiosi americani in un articolo, pubblicato su The Conversation, che si apre con un riferimento a un documentario, “The Cleaners”, dedicato ai moderatori di contenuti, quelle figure professionali ingaggiate dai social media per vigilare sull’adeguatezza dei post che vengono pubblicati. Il potere di decidere le sorti di spazi online frequentati da miliardi di persone oggi è in mano a poche aziende e ai loro proprietari. Si tratta di un modello di governance molto lontano da quelli del primo Internet, dove erano gli utenti dei siti a prendere decisioni al riguardo. Ed è proprio a questo sistema, in auge prima dell’approccio orientato al customer service che ha aperto poi la strada alla moderazione dei contenuti sul web come la conosciamo oggi, proseguono gli autori, che si potrebbe tornare, almeno in parte. Dall’altro lato, le stesse piattaforme stanno iniziando ad andare in questa direzione, tornando a coinvolgere maggiormente le comunità: ci sono, per esempio, la Oversight Board di Meta o le Community Notes di X (ex Twitter), ma anche modelli ibridi come Reddit o ancora più orientati come Wikipedia o Mastodon. Ci sono, poi, anche modi indiretti per supportare la governance della community: aumentare la trasparenza, per esempio, oppure incoraggiare norme etiche professionali tra ingegneri e project designer per rendere questi luoghi più rispettosi delle comunità che li popolano. La questione, conclude l’articolo, ha ricadute anche nella vita reale: le elezioni, infatti, sono partite che si giocano in buona parte anche in questi spazi, e il 2024 sarà un anno affollato di appuntamenti di questo tipo in molti paesi del mondo. Arrivare preparati è essenziale.

Purpose fa rima con profitto?

Può il purpose di un’azienda coincidere con il profitto della stessa? Esistono strategie orientate a tematiche sociali che, allo stesso tempo, generano crescita finanziaria? Harvard Business Review ha condotto uno studio su 12 aziende e, sebbene ciascuna di esse abbia utilizzato diverse strategie a seconda del proprio settore, è emerso un tema comune: le compagnie che sono riuscite a raggiungere il duplice obiettivo dello scopo e del profitto lo hanno fatto adottando un modello aziendale basato sull’advocacy, ossia un modello che si concentra su determinati stakeholder. Un’azienda sfrutta i propri prodotti, servizi e capacità per affrontare le principali questioni socioeconomiche o ambientali che interessano questi stakeholder, in linea con la propria mission. Quando l’azienda è in grado di dimostrare progressi tangibili, gli stakeholder si trasformano in sostenitori dell’azienda (vedi Editoriale 144) che, a sua volta, produce risultati commerciali positivi. Due esempi sono A.P. Moller-Maersk, società che ha aperto la strada al trasporto dei container e ha permesso il commercio globale, che si impegna nella decarbonizzazione del trasporto marittimo, e Royal Canin, che opera nell’ambito del petcare e crea valore collaborando con veterinari, rifugi e allevatori. Entrambe le aziende hanno adottato posizioni chiare su questioni rilevanti e hanno allineato i propri modelli di business per affrontarle. Nonostante le sfide e le incertezze, il modello di advocacy si è dimostrato efficace nel creare valore a lungo termine per le aziende e i loro stakeholder.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: www.storywordproject.com