Israele, l’accusa di 750 giornalisti: soppressione su vasta scala della parola

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In una lettera aperta reporter di diverse testate internazionali richiamano i media occidentali all’integrità nel racconto della guerra

Più di 750 giornalisti, fotografi e lavoratori del mondo dei media appartenenti a decine di testate – tra cui il Washington Post, il Boston Globe e Reuters – hanno firmato una lettera aperta che condanna l’uccisione di report da parte di Israele nei conflitto in corso nella striscia di Gaza ed esorta le testate occidentali all’integrità nella copertura della guerra contro Hamas. Tacciate di essere “responsabili di retorica disumanizzante che è servita a giustificare la pulizia etnica dei palestinesi”.

“Scriviamo per chiedere la fine delle violenze contro i giornalisti a Gaza e per chiedere ai leader delle redazioni occidentali di essere accurati nella copertura delle ripetute atrocità di Israele contro i palestinesi”, si legge nella lettera riportata dai media americani.

Da Israele “soppressione della libertà di parola”

Il conflitto in corso viene descritto come tra i più mortali per i giornalisti e in un passaggio si parla anche di attacchi deliberati ai media da parte di Israele.
“Considerate la prassi decennale di prendere di mira letalmente i giornalisti, le azioni di Israele mostrano una soppressione della libertà di parola su larga scala”, scrivono, elencando alcune delle misure messe in atto. Come il blocco dell’ingresso della stampa straniera, le limitazioni alle telecomunicazioni e i bombardamenti delle redazioni. “Nell’ultimo mese sono state colpite circa 50 sedi dei media a Gaza. Le forze israeliane hanno esplicitamente avvertito le redazioni che “non possono garantire” la sicurezza dei propri dipendenti dagli attacchi aerei”.

Nella lettera si osserva come le parole “apartheid”, “pulizia etnica” e “genocidio” dovrebbero essere usate per descrivere il trattamento dei palestinesi da parte di Israele.

Redazioni divise

La lettere dei giornalisti è solo l’ultima di una serie di altre lettere che, in queste settimane hanno espresso solidarietà al popolo palestinese.
Ma, rileva il Washington Post, rispetto alle altre proteste di artisti o accademici che hanno contestato la copertura mediatica sul conflitto mette in evidenza divisioni interne alle redazioni.
Per alcuni giornalisti, addirittura, la presa di posizione su Israele potrebbe avere come conseguenza il licenziamento, con l’accusa di parzialità