Gli amici della Cina. I democratici odiano X, ma non lo abbandonano. Un panino che potrebbe costare le elezioni. Forbes non finirà in mano ai russi. Privatizzare i media pubblici. Dove va l’informazione scientifica? Il business della disinformazione.

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Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

Gli amici della Cina

I 26 milioni di follower cinesi di Jerry Kowal non sono un caso. L’influencer americano sa bene quali messaggi diffondere perché fa parte di un gruppo di oltre 120 creator stranieri che Pechino ha arruolato per contrastare le narrazioni dell’Occidente. Si tratta, secondo un report dell’Australian Strategic Policy Institute, di una strategia di “market-enabled propaganda production likely to have significant implications for the global information landscape”. L’aumento degli influencer stranieri in Cina ha coinciso negli ultimi tre anni con la decisione del Partito Comunista di espellere alcuni giornalisti dei principali media internazionali e di limitare gli accreditamenti. Dai video pubblicati emerge uno schema semplice e preciso: da un lato elogiare tutto ciò che è cinese, dal governo alla cultura, passando per cibo e infrastrutture; dall’altro, criticare aspramente i media e la società occidentali. Nella maggior parte dei casi, gli influencer stranieri non ricevono istruzioni dettagliate su cosa produrre da parte dell’apparato mediatico statale. Ma la loro creatività deve fare i conti con incentivi e controlli tramite cui i funzionari cinesi monitorano questi soggetti. Secondo una fonte anonima, “Se non dicono cose positive sulla Cina o su quanto gli piace stare qui, questi influencer stranieri non saranno in grado di guadagnare popolarità in Cina. Né acquisiranno alcun valore commerciale”. Segnala tuttavia il Financial Times che non sempre questi creator hanno successo: quando toccano temi delicati come la politica zero-Covid, spesso vanno incontro a critiche da parte dei cittadini locali.

I democratici odiano X, ma non lo abbandonano

I democratici sono infuriati per i livelli di disinformazione e le ondate di antisemitismo su X, ma non possono fare a meno di comunicare attraverso la piattaforma di Musk per raggiungere in tempo reale elettori e giornalisti, e in generale una base di utenti consolidata e politicamente attiva. Nelle ultime settimane, infatti, il miliardario texano è passato da provocatore a vero e proprio “cattivo” per gran parte della sinistra americana dopo aver condiviso un post antisemita, citato in giudizio un gruppo di ricerca progressista in merito agli adv pubblicati accanto a post filo-nazisti e consentito la diffusione di propaganda affiliata ad Hamas sulla guerra in Medio Oriente (vedi Editoriale 152). Come riportato da POLITICO, i democratici Dan Goldman e Jamie Raskin hanno inviato una lettera a X – firmata da altri 25 democratici della Camera – chiedendo a Musk di fermare la diffusione di contenuti legati ad Hamas e sostenendo che X trae profitto dalla propaganda terroristica dell’organizzazione palestinese. Ovviamente hanno annunciato la notizia con un post su X. Raskin ha detto a POLITICO che, nel caso in cui Musk non cambiasse qualcosa, il giorno in cui lascerà la piattaforma potrebbe non essere lontano, aggiungendoche il messaggio sarebbe ancora più forte se ci fosse un esodo di massa dei deputati. Alcuni politici stanno iniziando ad accumulare follower su siti alternativi, come Threads. Anche il Presidente USA Joe Biden e la sua vicepresidente Kamala Harris, dopo aver condannato pubblicamente i commenti antisemiti di Musk, hanno recentemente aperto i propri account su Threads. Crystal Patterson, ex Head of Global Civic Partnerships di Facebook che ha lavorato per diverse campagne presidenziali democratiche, sostiene che lo sbarco del Presidente su questa nuova piattaforma spingerà molte persone ad inscriversi e ad usarla maggiormente.

Un panino che potrebbe costare le elezioni

Il video di un ordine di ben 16 dollari da McDonald’s è diventato virale su TikTok, accumulando centinaia di migliaia di visualizzazioni e dando così inizio ad un’animata polemica da parte degli elettori americani nei confronti di Biden. Alcuni post che ricondividevano questo contenuto legavano infatti l’aumento dei costi alla gestione economica del presidente Biden e alla percezione di un’inflazione sempre più fuori controllo. Come raccontato nell’articolo del Washington Post, sulle piattaforme social, dove molti elettori si informano, diventano sempre più virali i contenuti a tema economico che però tendono spesso ad enfatizzare i problemi reali, creando una forte discrepanza tra percezione e realtà. L’episodio del Big Mac evidenzia infatti una delle sfide più strategiche e complesse in vista delle elezioni presidenziali del 2024. Nonostante l’inflazione sia scesa a un livello gestibile del 3% e il mercato del lavoro sia entrato in una fase di forte crescita, la maggior parte degli elettori, aizzati dai post provocatori che continuano a circolare sui social, continua a considerare l’economia statunitense in difficoltà, dando la colpa al Presidente. Superare questo malcontento è diventata una priorità centrale della Casa Bianca, portando ad un acceso dibattito tra economisti, sondaggisti e altri esperti anche sulle piattaforme social, dove il team di Biden dovrà lavorare per trasformare lo scetticismo in consenso attraverso dati e numeri reali che possano contrastare la percezione diffusa. Mentre infatti il mondo digitale sta dipingendo un quadro più cupo di quello supportato dalle statistiche, la segretaria al Tesoro Janet L. Yellen ritiene “che sia nostro compito spiegare agli americani cosa ha fatto il presidente Biden per migliorare la situazione economica”. Al centro di questo dibattito c’è ancora una volta il ruolo determinante svolto dai social nell’informazione e nel generare influenza e propaganda che, alimentando l’angoscia degli elettori anche solo con un panino del Mc, potrebbe costare le elezioni presidenziali a Biden.

Forbes non finirà in mano ai russi

La vendita di Forbes Media Group a una cordata guidata da Austin Russell, amministratore delegato di Luminar Technologies, è saltata. Lo riporta The Washington Post, che aveva reso nota la possibile partecipazione al gruppo d’investitori di un miliardario russo legato al Cremlino, Magomed Musaev. Formalmente l’accordo è saltato perché, come ha spiegato l’amministratore delegato di Forbes Mike Federle, l’acquirente non è stato in grado di concludere l’accordo. Il fondo di investimento di Russell ha affermato in una nota che la risoluzione del contratto è stata fatta “nel migliore interesse delle parti”, tuttavia fonti a conoscenza del dossier spiegano che Russell non sarebbe stato in grade di tirare fuori il capitale necessario. Russell aveva annunciato a maggio l’intenzione di acquistare l’82% di Forbes in un’operazione che valutava l’azienda quasi 800 milioni di dollari. C’erano state molte critiche sull’operazionee, per via delle ombre russe, si erano drizzate le antenne Comitato per gli investimenti esteri negli Stati Uniti. Anche perché il quotidiano diWashingtonaveva riferito dell’esistenza di cinque registrazioni audio e un video in cui il russo Musaev, proprietario di Forbes Russia, raccontava ai partner commerciali di aver acquistato il gruppo Forbes, definiva Russell come il mero “volto” dell’accordo e spiegava di aver insistito affinché il suo coinvolgimento fosse tenuto segreto. In tutto ciò, Russell ha negato che Musaev o altri russi facessero parte della cordata. Nonostante questo, l’accordo è saltato.

Privatizzare i media pubblici

Privatizzazioneè la parola chiave della politica che il neo-presidente eletto dell’Argentina, Javier Milei, vuole mettere in atto fin da subito per risollevare l’economia del Paese. Nel mirino, oltre alla principale azienda energetica, la Ypf (Yacimientos Petrolíferos Fiscales), finiranno anche i media, spiega Voice of America. Nelle interviste rilasciate alla radio, Milei ha descritto i media pubblici come “un ministero occulto della propaganda”. Durante la corsa presidenziale si è lamentato del fatto che la copertura della sua campagna elettorale sia stata totalmente negativa. Tutto ciò avviene mentre il settore dei media pubblici argentini sta affrontando diversi problemi, dalle accuse di un pesante controllo da parte del governo a significativi problemi di finanziamento. La soluzione a queste sfide non risiede nella privatizzazione, secondo la Public Media Alliance, ma in maggiori investimenti e nell’intenzione politica di trasformare le società di media in enti pubblici che operano pienamente nell’interesse dei cittadini, senza censura o controllo da parte del governo. La privatizzazione della Radio Nazionale, della Televisione Pubblica, dell’agenzia Télam e di altri media argentini significherebbe quindi una limitazione alla libertà di espressione e una grave minaccia alla democrazia. Milei ha inoltre dichiarato che intende mettere in pratica alcune delle idee più controverse della sua campagna: ridurre il numero dei ministeri e chiudere la Banca Centrale Argentina, sostituendo la moneta locale con il dollaro americano. Anche se i suoi piani di privatizzazione si scontrano con il modello costituzionale del Paese, il liberista di estrema destra potrebbe aggirare in altri modi il Congresso venendo così a creare una situazione in cui le imprese statali si ritroverebbero fortemente limitate.

Dove va l’informazione scientifica?

Buone notizie per i media tradizionali e l’informazione scientifica ai tempi dei social media. Press Gazette riporta i risultati di un sondaggio sul tema che lo Science Media Centre ha riproposto Oltremanica a distanza di oltre 20 anni. Quello che emerge è che quando si parla di informazione scientifica per il 73% degli intervistati le fonti privilegiate restano i notiziari televisivi, i giornali (compresi quelli online o via app), la radio e siti come Sky News. Il 30%, invece, ha dichiarato di prediligere i social media, ma anche in questo caso i media tradizionali non perdono terreno: la metà degli intervistati che preferisce Meta, X & Co, infatti, guarda comunque le pagine social di testate giornalistiche, radiofoniche e televisive. Curiosamente, l’11% del campione che inizialmente aveva risposto di non cercare tipicamente questo tipo di informazioni sui classici canaliin realtà li ha poi indicati come fonte delle informazioni di stampo scientifico che vedevano sui social: questo suggerisce che siano stati raggiunti dai media tradizionali anche senza cercarli. Questo sondaggio non è, però, foriero di sole buone notizie: nel 2002 i media tradizionali avevano ancora più spazio, anche se, va detto, era un’altra epoca. C’è però un ulteriore spunto positivo: nonostante tutto, il giornalismo migliore che abbiamo lavora ancora con l’intento di educare e informare, oltre che intrattenere. Il che non è poco, alla luce di avvenimenti epocali come la pandemia di Covid 19 e il cambiamento climatico, dove l’aspetto scientifico è delicato e fondamentale.

Il business della disinformazione

La disinformazione è anche un affare nel mondo dei social media: i contenuti online ingannevoli diventano strumenti per attirare l’attenzione e, di conseguenza, finanziare fake news e discorsi di odio attraverso il modello di business della pubblicità digitale, che premia click, visualizzazioni e coinvolgimento. Le piattaforme social traggono quindi profitto dalla diffusione della disinformazione, mentre gli inserzionisti spesso chiudono un occhio. Come suggerisce una ricerca pubblicata su The Conversation, la disinformazione è una conseguenza del sistema di mercato. Il modello di business dei social media offre gratuitamente “infotainment” e raccoglie dati degli utenti per analisi predittive utilizzate dagli inserzionisti. Gli influencer giocano un ruolo chiave, spinti dalla promessa di denaro, promuovendo anche contenuti dannosi. Il marketing digitale, gestito da aziende tech senza supervisione, può portare le aziende a finanziare involontariamente la disinformazione. In conclusione la ricerca sottolinea la responsabilità delle piattaforme e degli inserzionisti, con un appello per la riforma del mercato pubblicitario digitale per preservare la democrazia. E mentre politici e attivisti cercano riforme per contrastare la disinformazione, i brand possono responsabilizzare le piattaforme.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: www.storywordproject.com