La propaganda dei VIP. False narrazioni sulla guerra. Un fiume d’oro che si prosciuga. Intrattenimento a misura di conservatori. È solo un problema di comunicazione?

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Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

La propaganda dei VIP   

Microsoft, attraverso il Threat Analysis Center, ha rivelato una campagna in cui i video di alcune celebrità sono stati utilizzati per diffondere fake news su Volodomyr Zelensky, alimentando così le narrazioni della Russia secondo cui il presidente ucraino sarebbe un drogato. A riportarlo è il New York Times. Secondo Microsoft, i personaggi famosi coinvolti potrebbero essere stati contattati da un utente di Cameo – piattaforma che permette di pagare le celebrità in cambio di video ad hoc – affinché inviassero un messaggio a qualcuno di nome Vladimir, senza sapere che i video sarebbero stati utilizzati per fare propaganda. Nello specifico, questi video venivano modificati e diffusi sui social media, anche attraverso mezzi di comunicazione russi controllati dal Cremlino. Tra le celebrità coinvolte, anche gli attori Priscilla PresleyJohn C McGinley ed Elijah Wood. In futuro tali operazioni di influenza potranno nascere anche grazie all’AI. Ad oggi, comunque – come riporta Microsoft -, “i propagandisti russi non hanno dimostrato capacità sofisticate di sfruttare o integrare strumenti di intelligenza artificiale”.

False narrazioni sulla guerra

Da quando ha avuto inizio il conflitto in Medio Oriente (vedi Editoriale 147 ed Editoriale 149si sono diffuse false narrazioni che hanno coinvolto sia Israele che Hamas. I fact-checkers ne hanno scoperte molte che cercavano di minimizzare o addirittura mettere in discussione la sofferenza delle vittime. Come spiega Poynteraccusare le persone di fingere la sofferenza è diventata “una delle tattiche di disinformazione più prevedibili” in uno scenario di crisi. Basti pensare all’hashtag #Pallywood, un mash-up di Palestina e Hollywood, utilizzato per denigrare i palestinesi, accusati di esagerare gli effetti degli attacchi israeliani o di mentire sulle ferite o sul numero di vittime. I fact-checkers hanno rilevato anche altri modelli di disinformazione: in alcuni casi atrocità reali sono state ingigantite per sottolineare la disumanità degli aggressori (come la storia secondo cui Hamas avrebbe ucciso e decapitato 40 bambini in Israele). I dettagli esagerati dei crimini di guerra sono stati usati in passato per infiammare l’opinione pubblica e giustificare il proseguimento dell’azione militare. In altri casi, è stata utilizzata l’intelligenza artificiale per diffondere idee fuorvianti sul conflitto e favorire un clima di tensione. In altri ancora, sono stati diffusi video e fotografie fuori contesto e attribuiti al conflitto in atto per generare confusione nell’opinione pubblica. Un’altra parte dei propagandisti ha cercato di collegare gli eventi di Israele e Gaza ad altri Paesi e conflitti, in particolare alla guerra in Ucraina, facendo presumere un coinvolgimento di Russia e Stati Uniti nel conflitto in Medio Oriente. I fact-checkers hanno riassunto il loro lavoro avvertendo il pubblico di essere cauti nell’affrontare il conflitto sui social media. L’agenzia canadese Agence Science-Presse ha consigliato di considerare più fonti. Mediawise, negli Stati Uniti, ha detto che le persone dovrebbero usare la ricerca inversa delle immagini per verificare i fatti. Sono molti gli strumenti che si possono mettere in atto per arginare tali fenomeni: i lettori dovrebbero essere consapevoli che i post sui social sono facilmente manipolabili e dovrebbero porsi più domande di fronte a questi contenuti.

Un fiume d’oro che si prosciuga

Un piccolo passo per i giornalisti del Washington Post, che però non può nascondere un futuro sinistro per il settore. Politico scrive dello sciopero di un giorno portato avanti da 750 firme del giornale: inaspettatamente, incrociare le braccia ha portato a dei risultati, ma non può essere definita una vittoria per il settore. Infatti, anche se negli ultimi due anni i sindacati dell’informazione si sono mossi e hanno ampliato il proprio raggio di azione e i giornalisti del Post potrebbero vedere i miglioramenti desiderati sul posto di lavoro se continueranno a lottare, quest’ultima potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro. Si parla, infatti, di lavoratori rimasti senza contratti per un anno e mezzo e di contrattazioni su un salario minimo che vedono il management e i giornalisti assolutamente disallineati; in generale, non ci si aspettano molte concessioni ai sindacati da Jeff Bezos, che ha acquistato un Post in perdita e conta ogni centesimo per far fruttare un investimento milionario mirato a renderlo una testata non solo statunitense, ma anche globale; un obiettivo che appare non vicinissimo, viste le previsioni che parlano di una perdita stimata di 100 milioni di dollari per il 2023. Il tutto mentre il solo Google raccoglie circa 76 miliardi di dollari di entrate pubblicitarie all’anno negli Stati Uniti e si prevede che la perdita dei posti nelle redazioni continuerà nei prossimi anni. Insomma, i sindacati dei giornalisti hanno conquistato le newsroom, ma hanno ereditato un impero quasi in rovina. Per dirla con le parole di Rupert Murdoch: “I giornali sono fiumi d’oro, ma a volte i fiumi si prosciugano”.

Intrattenimento a misura di conservatori

Se i conservatori statunitensi hanno lanciato e gestito con successo numerosi canali di informazione, lo stesso non si può dire per l’industria dell’intrattenimento. Ne sono un esempio l’ex candidato repubblicano alla presidenza Rick Santorum, amministratore delegato di EchoLight Studios, e l’opinionista e documentarista Dinesh D’Souza, i quali hanno avuto un successo limitato perché il loro target di nicchia non era compatibile con l’ampia distribuzione dei film nelle sale. Tuttavia, come riporta The Conversation, sembra che oggi i conservatori stiano ricorrendo a film d’azione, fiction e persino cartoni animati per bambini per costruire la propria industria dell’intrattenimento alternativa, al riparo dai presunti pregiudizi liberal di Hollywood. Gli sforzi più recenti sono rappresentati da DailyWire+ e Bentkey, due piattaforme streaming di intrattenimento create dall’opinionista di destra Ben Shapiro e Jeremy Boreing, star del nuovo film “Lady Ballers” che rappresenta in modo grottesco uomini cisgender che si fingono donne per dominare gli sport femminili. DailyWire+ e Bentkey offrono documentari, serie TV e programmi per bambini con una prospettiva del tutto conservatrice e hanno ancora molta strada da fare prima di sfidare Netflix e Disney+. Ma rivolgendosi strategicamente ad un pubblico politicamente schierato, queste piattaforme stanno riscontrando un discreto successo e potrebbero avere più una vita più unga rispetto ai precedenti tentativi di creare musica e film per i conservatori. Mentre i media sono alle prese con il calo delle entrate pubblicitarie, DailyWire+ e Bentkey scommettono, per la loro crescita, sulla fedeltà degli abbonati.

È solo un problema di comunicazione?

L’amministrazione Biden sta ancora lottando per far valere le proprie ragioni di fronte al popolo americano. L’intervista di Andrew Ross Sorkin alla Vicepresidente Kamala Harris ne è la conferma. Sorkin ha intervistato la Harris sulla gestione dell’inflazione, la quale ha affermato di aver ottenuto buoni risultati citando la “disoccupazione record” e affermando che “i salari hanno superato l’inflazione in molti modi”. Come scrive il Wall Street Journal, la prima affermazione è stata formulata in modo maldestro, dato che il tasso di disoccupazione del 3,9% ad ottobre è il più alto da gennaio 2022, mentre il tasso di partecipazione al lavoro del 62,7% dello stesso mese è ancora sotto i livelli pre-Covid. La seconda affermazione è semplicemente errata. La Federal Reserve di Kansas City afferma che il reddito familiare mediano reale continua a diminuire, mentre il Bureau of Labor Statistics afferma che dal gennaio 2021 al secondo trimestre di quest’anno i prezzi sono cresciuti del 15,8% e i salari solo del 12,8%. Karl Rove, autore dell’articolo, sottolinea tuttavia come non sia corretto imputare gli scarsi risultati (anche nei sondaggi) solo alle carenze in termini di comunicazione. L’amministrazione ha affrontato l’inflazione limitando i prezzi dell’insulina, condonando 120 miliardi di $ di prestiti studenteschi e permettendo a Medicare di negoziare i prezzi dei farmaci: le persone che hanno beneficiato di questi provvedimenti probabilmente voteranno il Presidente nel 2024, ma non saranno determinanti per gli esiti delle elezioni. Riguardo all’immigrazione illegale al confine meridionale, Kamala Harris ha riconosciuto la necessità di rifondare il sistema di immigrazione americano. Ha poi annunciato il suo lavoro “sulle cause profonde”, indicando i 4,2 miliardi di $ che hanno incoraggiato le aziende americane a investire nel centro America da maggio 2021, ma la sua ricetta non ha funzionato finora: l’immigrazione irregolare dal confine sud è aumentata ogni anno dell’amministrazione Biden-Harris. Gli elettori sono arrabbiati e profondamente insoddisfatti dell’operato dell’amministrazione e nulla di ciò che Kamala Harris ha detto cambierà le cose. E manca meno di un anno alle elezioni.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: www.storywordproject.com