Per capire il mondo i media non bastano più

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La gente comune perde fiducia in giornali e tv e cerca risposte altrove per comprendere cosa sta succedendo. A partire dai giovani, che si muovono agilmente nella Rete in un processo di ricognizione e di auto comunicazione

CONVERGENZA – Prima Comunicazione, Ottobre-Novembre 2023

Sarà l’immagine un po’ saggia che la vecchiaia si porta dietro, sarà il bastone per uso sanitario che dà autorevolezza ottocentesca o altro, sta di fatto che da un paio di mesi mi capita a Milano, città notoriamente poco empatica, di venire fermato in casuali incontri da sconosciuti che mi chiedono più o meno la stessa cosa: “Secondo lei cosa succede?”. Gli sconosciuti sono, per dirla alla Danton “gente del popolo: commesse, camerieri, parrucchieri, e da ultimo, sistematicamente, tassisti. La cosa è la guerra… e tutti alla mia prima reazione/domanda: “Ma non seguite l’informazione…?”, rispondono: “Sì, ma non ci crediamo o si capisce poco…”.

Anzitutto, se dovevamo avere un’ulteriore conferma che il mondo dei media informativi è in via di estinzione, eccola. Il Paese ‘reale’ ormai è altrove e cerca strade, magari vecchie, ma dal suo punto di vista più affidabili, non per sapere, ma per capire il senso del mondo terribile in cui viviamo.

Il mix di autoreferenzialità, strumentalismo, provincialismo e ignoranza che guida la nostra informazione ormai è riconosciuto e ‘disconosciuto’.

Ormai l’insieme del tutto, quel poco di carta stampata, salotti televisivi, gran parte dei notiziari coinvolgono stabilmente meno del 50% del mondo reale. Non aiutano a capire in prima battuta, e quindi non servono in seconda battuta. E questo tema della guerra non preannunciata, non spiegata, non capita crea una reazione nuova nell’opinione pubblica: non solo distacco, ma anche antipatia e ostilità verso il mondo dei media. Che viene visto come una delle tante forme di potere, chiuso in se stesso, che si allontana, come il pezzo sempre più stretto della società, quello dei supericchi, dal mondo della gente ‘comune’, sempre più sensibile alle disparità materiali e culturali.

Un processo di radicalizzazione nell’opinione pubblica molto violento perché motivato da una grande ansia che spesso diventa paura. Una motivazione non nuova, non estemporanea e, anzi, iniziata da tempo. La percezione di non avere più riferimenti, di essere esposti al rischio, e di avere poche difese parte dalla stagione del Covid e si salda ora con la stagione delle guerre, da quella in Ucraina a questa tra Israele e Hamas; e sullo sfondo una contrapposizione frontale fra il vecchio Occidente e il nuovo Oriente; e l’idea che una guerra totale non sia più immaginaria.

Se contrapponi all’ansia del mondo reale la razionalità di una visione politica e storica, quest’ansia viene un po’ incanalata e si accompagna alla curiosità di conoscere ben oltre la contemporaneità. Le distinzioni da fare sono però molte. E nella complessità, le tante componenti si muovono nella frammentazione della società dell’informazione con strumenti propri e diversi. Basti pensare a come giovani e giovanissimi (dai 15 ai 30 anni) si muovono nei processi profondi di ricognizione e auto comunicazione nella Rete, e come le immagini della guerra sono diverse su fondamenti critici molto articolati.

 In questo segmento giovane della società (quasi il 30%) c’è la consapevolezza di andare a cercare le ragioni dell’oggi e del futuro possibile nella grande maestra di vita che è la storia. Ne è un esempio il grande successo, anche tra i giovanissimi, di ‘Oppenheimer’ di Christopher Nolan. Mi diceva un 15enne pazzo per la fisica commentando il film: “Vedi al di là della meccanica quantistica e della fusione, ho capito meglio attraverso la storia. C’è un ‘prima Progetto Manhattan’ e un dopo… E forse capisco anche quello che potrà succedere…”. La storia secondo la sensibilità di un 15enne.

(Nella foto, un’immagine del film ‘Oppenheimer’ di Christopher Nolan. Cillian Murphy è il protagonista di questa biografia legata alla nascita della bomba atomica)