La ricchezza della Diversity

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L’inclusione premia. Lo fa perché più un brand si dimostra attento ai temi della diversity, più il consumatore sembra apprezzare il prodotto e acquistarlo.
È quanto emerge dai risultati dell’ultimo Diversity Brand Index, la ricerca che sarà presentata martedì pomeriggio e che da 7 anni misura la capacità delle marche di sviluppare con efficacia una cultura orientata a diversity, equity, inclusion (De&i).
Nel corso del pomeriggio, che si potrà seguire in streaming, saranno inoltre premiate le migliori iniziative aziendali. A condurre l’evento, patrocinato dal Comune di Milano e dall’Unione Europea e con la partnership di ExtraLab, AccessiWay e Mark Up, sarà la giornalista Silvia Boccardi.

Francesca Vecchioni

I magnifici 10

AmazonBarbieFastwebFerrovie dello Stato ItalianeH&MIkeaPayPalSkySpotify e TIM.
Sono le marche che compongono la top 10 del Diversity Brand Index, le migliori dal punto di vista del De&i.
Il vincitore assoluto sarà decretato martedì, assieme a un vincitore digitale (il brand che ha utilizzato nel miglior modo la leva del digitale per fare inclusione) e al Premio accessibilità – Design 4 All attribuito a Netflix.

Diversity in gara

Il claim 2024 del Diversity Brand Summit è ‘Tabula rasa’, che sottolinea la necessità per le aziende di cambiare approccio, riscrivendo dall’inizio il valore dell’inclusione.
Dice Francesca Vecchioni, presidente di Fondazione Diversity: “Per pensare e costruire idee nuove, migliori delle precedenti, autentiche e lontane dal rischio di diversity washing, servono la maturità e la consapevolezza di fare tabula rasa, ripartendo dal principio per un nuovo inizio, con l’obiettivo di arrivare a un’inclusione reale e concreta, aperta davvero a tutte le categorie. Se non si raccoglie questa sfida non solo non si guida il mercato, ma si rischia addirittura di restarne fuori”.

I ricavi crescono

I dati sono il frutto di interviste condotte su 1.070 persone. E confermano il legame tra inclusione, NPS (Net Promoter Score, indicatore del passaparola) e crescita dei ricavi.
Se per le aziende percepite come inclusive l’indicatore segna un +73,6%, per quelle refrattarie a questi temi si registra un -87,5%.
Questo significa un differenziale della crescita dei ricavi a favore dei brand ritenuti più inclusivi rispetto a quelli non inclusivi del +23,4%, il massimo storico dall’inizio della rilevazione nel 2018 (da dove partiva al 16,7%).

Nessuno sia neutrale

Secondo la ricerca, oggi 3 persone su 4 preferiscono brand che parlano di inclusione, mentre 9 su 10 non consiglierebbero marche percepite come non inclusive.
Il dato più nuovo sono però quei 6 su 10 che non accettano più nemmeno una neutralità da parte di aziende che non prendono posizione sul tema.
Emanuele Acconciamessa, Coo di Focus Mgmt che ha curato la ricerca assieme a Fondazione Diversity, conferma: “Molto spesso alcune marche hanno deciso di non scegliere, pensando che non parlare di diversità e inclusione fosse una buona tattica per conservare la propria posizione sul mercato. Oggi questo non è più possibile: non scegliere è sempre una scelta”.

Pochi ma buoni

Un altro dato che emerge è che la maggiore selettività dei consumatori fa sì che diminuiscano le le aziende che riescono a emergere su questi temi.
Nel 2023 venivano citati 356 brand, nel 2024 gli intervistati ne hanno identificati solo 295.
Questo riguarda l’intera area della diversity di cui si occupa la ricerca, e che è suddivisa in 8 grandi aree: genereetniaLGBT+etàstatus socio-economicodisabilità, religione e credo e aspetto fisico.

Brand up & down

Il Retail resta il segmento più ampio (stabile al 24% complessivo), seguito da Apparel & Luxury goods. Le migliori performance di crescita – sempre dal punto di vista dell’inclusione – quest’anno le fanno le aziende Telco e Toys con un +4%, seguite da quelle legate a Healthcare & Wellbeing  e Information Technology: entrambe aumentano di 2 punti percentuali.
Dall’altra parte della classifica, Consumer Electronics cala del 6%, i Beni di largo consumo e Utility del 2%.

Sempre più Impegnati

La ricerca traccia inoltre il profilo delle consumatrici e dei consumatori
Diminuiscono del 4,8% gli Arrabbiati 2.0, l’unica categoria totalmente negativa nei confronti della De&i, mentre i Coinvolti salgono al 15,2%.
Il gruppo più numeroso è anche stavolta quello degli Impegnati, con il 28,4% (+0,7%).
Lascia invece perplessi il fatto che tuttora siano più gli Inconsapevoli (9,7%) che non hanno hanno idea di che cosa sia la diversity rispetto ai Consapevoliì (8,8%). Percentuale aggravata da quel 12,8% di Indifferenti che si disinteressa totalmente al De&i e che è refrattario ai temi della sostenibilità sociale e ambientale.