Scuola, sanità, turismo infrastrutture, così lo sport può cambiare il Paese

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Il Forum organizzato a Roma da Ambrosetti lancia un progetto ambizioso che richiede un cambio di passo da parte di governo ed enti locali, federazioni sportive ma anche dai big degli sport miliardari

C’è un filo rosso che unisce salute, valori sociali, inclusione, interattività, turismo e infrastrutture. E’ lo sport questo filo rosso, e la sua capacità di legare temi apparentemente diversissimi, come la eccessiva sedentarietà degli italiani e il minor valore della Serie A di Calcio rispetto alla Premier League britannica. Insomma, lo sport potrebbe essere una vera e propria killer application di un pezzo importante dello sviluppo economico del Paese di qui al 2050.

The European House Ambrosetti che ha appena chiuso la seconda edizione del suo Forum Osservatorio Valore Sport, ha usato parole più caute: “riportare la cultura del movimento al centro dell’agenda politica per creare valore per il Paese”, ma la sostanza è quella.
Nei due giorni del forum (12 e 13 febbraio) svoltosi a Roma presso la Sala Autorità dello Stadio Olimpico il filo rosso si è dipanato a partire dal tema della salute e dei valori sociali per poi arrivare a disegnare, nel secondo giorno, i nodi della costruzione di un sistema economico complesso, in grado, alla fine, di far uscire anche lo sport agonistico e professionistico da uno stato di arretratezza di visione e di organizzazione che ne comprime le potenzialità e i cui ritardi sono evidenti se comparato a quanto avviene nel nord Europa, Gran Bretagna, Germania e Francia, ma anche in Spagna.

Tutto parte dal dato Ocse che ci vede al quarto posto mondiale tra i Paesi più sedentari tra gli adulti (secondo le linee guida dell’OMS sui livelli minimi di attività fisica raccomandata, pari a 150 minuti settimanali) e al primo posto tra i bambini (livelli minimi di 60 minuti al giorno): dati che hanno un impatto tangibile per il nostro Paese. Secondo il modello di stima elaborato dall’Osservatorio Valore Sport il costo sanitario della sedentarietà in Italia è pari a 4,5 miliardi di euro nel 2022 (di cui il 64% sono costi diretti), con un’incidenza sul totale della spesa sanitaria del Paese pari al 2,2%. La soluzione è nel progetto elaborato dall’Osservatorio “Visione 2050 – Italia in Movimento”, che ha l’obiettivo di rendere l’Italia, entro il 2050, uno dei Paesi con il più alto livello di attività fisica e tasso di partecipazione sportiva della popolazione, garantendone e favorendone l’accesso a tutti i livelli in modo omogeneo e inclusivo. Per arrivarci bisogna però muovere appropriatamente quattro leve: la scuola, le amministrazioni centrale e locali, le società sportive e le loro associazioni, ossia le federazioni associate al Coni, il sistema finanziario. Non sarà semplice ma non c’è altra strada se si vogliono raggiungere gli obiettivi primari fissati dal progetto: dimezzare la quota attuale di sedentari e raggiungere il 78% di popolazione attiva; triplicare la quota attuale di bambini attivi; incrementare il numero di impianti sportivi pro-capite del 30% fino a raggiungere la media dei Paesi europei e dotare tutte le scuole di una palestra (oggi 6 edifici scolastici su 10 ne sono sprovvisti); ammodernare/riqualificare il 5% all’anno della dotazione impiantistica sportiva attuale (compresa quella scolastica).

Risultato? Come ha stimato Valerio De Mollli, managing partner e ceo di The European House Ambrosetti, “Innanzitutto si potrebbero evitare 56 miliardi di euro di spesa sanitaria nel periodo 2023-2050 grazie al dimezzamento dei sedentari e la riduzione del peso delle patologie croniche associate alla scarsa attività̀ fisica. Se queste risorse venissero re-investite in prevenzione il valore salirebbe a 163 miliardi di euro di costi evitati. Non solo, perché́ ci sarebbero anche +133 miliardi di euro di Pil cumulato fornito dalla crescita della filiera estesa dello sport nel periodo e 175.000 posti di lavoro in più”.

Per arrivare a tutto questo bisogna cambiare il modo in cui si sono finora indirizzate le risorse pubbliche allo sport. Anche nell’organizzazione dei grandi eventi. Perché se è vero che non si possono organizzare grandi eventi come le Olimpiadi o campionati mondiali di ogni sport dall’atletica al golf, dal tennis allo skateboard, senza il contributo pubblico, allora vuol dire che anche lo Stato deve organizzarsi delle competenze per saper valutare e decidere. “Lo ha detto anche Angelo Binaghi, presidente della Federazione Tennis, forte dei successi degli ultimi internazionali d’Italia, e delle Atp Finals di Torino: “Quando si presenta un progetto gli studi di impatto sono prodotti da chi lo richiede. Manca una valutazione terza, quella dello Stato, ed è un bene che le federazioni siano messe in competizione tra di loro, visto che le risorse non sono infinite e vanno approvati solo i progetti migliori. Questo permetterà a tutti di imparare e di crescere”.
Gli ha fatto eco il direttore generale dell’Istituto per il Credito Sportivo Lodovico Mazzolin: “È necessario abbandonare la cultura del fondo perduto perché non genera ritorno sociale sull’investimento. Come Istituto per il Credito Sportivo siamo particolarmente attenti all’impatto dei progetti sui territori: con la piattaforma Delta calcoliamo ex ante il ritorno sociale e il rating Esg dei nostri investimenti. Investire nell’impiantistica sportiva significa non solo contribuire alla realizzazione di strutture sempre più moderne e all’avanguardia ma anche favorire la diffusione di stili di vita sani. Nel settore Sport è necessario fare sistema e favorire gli investimenti. Bisogna avere la capacità di spendere fondi europei e avere progetti in grado di poterli attrarre. Il nostro impegno è costante: lo scorso anno abbiamo erogato mezzo miliardo di finanziamenti in Sport e Cultura per favorire la creazione e l’ammodernamento delle strutture sportive oltre che la salvaguardia e valorizzazione del patrimonio culturale”.

Lodovico Mazzolin

Aumentare la pratica sportiva oltre ai benefici sociali e sanitari è anche un modo per il Paese per entrare in un trend ormai dominante a livello mondiale. Gli eventi sportivi, da quelli planetari come Olimpiadi o calcio, a quelli di nicchia come lo skateboard o la vela “minore, quella delle piccole derive e dei windsurf, muovono nel mondo milioni di persone, producono viaggi, pernottamenti, ristorazione. Ha piegato Alessandro Onorato, assessore ai Grandi eventi del Comune di Roma: “Nel 2019, ante Covid, il turismo a Roma ha prodotto 120 milioni di imposta di soggiorno, l’anno scorso, quando abbiamo portato nella capitale, tra molte altri eventi, anche la Ryder Cup di golf, perla prima volta in Italia, il gettito dell’imposta è salito a 230 milioni. Il Colosseo è un’ottima motivazione per ogni turista per venire una volta nella vita a Roma. Ma per farli ritornare più e più volte, ci vuole una mentalità diversa: creare eventi che stimolino la partecipazione. E tanta organizzazione”.

E l’organizzazione è uno dei nodi cruciali, dove il sistema Italia accumula i maggiori ritardi. Perché è questo il punto in cui si sommano fattori strategici come infrastrutture e logistica. Lo sottolinea con un aneddoto Diego Nepi Molineris, ad di Sport e Salute, azienda pubblica controllata dal ministro dell’Economia che si occupa di servizi al settore sportivo: “ Nel 2012 andai ad assistere a Londra al torneo di Wimbledon. Per arrivare allo stadio attraversammo un enorme parcheggio. Mi informai di quanto fatturasse quel parcheggio: un cifra pari a quattro volte il budget di allora della nostra Federazione Tennis”. Da allora agli inglesi sono andati anche più avanti. Se la Premier League di calcio fattura da sola quanto le massime divisioni italiana, tedesca e francese un motivo ci sarà.

Il panel con Silvia Salis, vice presidente vicario del Coni e Michele Camisasca, dg Istat e Lodovico Mazzolin